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Educazione siberiana, recensione

educazione-siberiana-recensioneFreddo, molto freddo. Si sa, la Russia non è propriamente il “Mar dei Caraibi”; e in una terra tanto ostile, dove la vita sembra esistere quasi per sbaglio, bisogna fare di necessità virtù, soprattutto se si vive in una regione dell'ex Urss negli anni Ottanta, come la Transnistria. Ci vuole una certa abitudine alla neve, una vera e propria “educazione al gelo”.

È il caso dei “siberiani”, una comunità malavitosa che educa i propri figli secondo un codice etico rigorosissimo (quello per cui il fine giustifica i mezzi), predicando una violenza a fin di bene, un po' alla Robin Hood (ruba ai ricchi per dare ai poveri, dove i ricchi, in questo caso, sono sostituiti dall'esercito e dalla polizia del regime sovietico), guidati dalla fede divina e da un sentimento d'onore degno della cavalleria romanzesca. I siberiani, di nome e di fatto, non si sporcano mai le mani, né con il denaro (l’arricchimento materiale è segno di decadimento morale: "un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare"), né con la droga o l'alcol, simboli della società occidentale e del degrado etico e sociale a cui porta la corruzione dell'anima umana.

Un vero e proprio mondo a parte, dove nascono e crescono due cugini: l'osservante e riflessivo Kolima (Arnas Fedaravicius) e il renitente e aggressivo Gagarin (Vilius Tumalavicius), la cui “educazione criminale” è affidata alle sapienti doti formative del nonno Kutja (John Malkovich), capoclan della comunità. Un mondo “immacolato”, destinato a prendere il volo come una colomba liberata in cielo, è così sgretolato dalla caduta del Muro di Berlino e dall'avanzare di nuove ideologie e chimere a cui Gagarin non può desistere. “Vera musica occidentale” (il pezzo è di David Bowie), esulta Gagarin sventolando una mazzetta di banconote, davanti all'immagine seduttiva di una giostra colorata che si staglia su uno sfondo niveo. Il vecchio e il nuovo si scontrano in una guerra fratricida.

Ma a scontrarsi non sono solo due ideologie contrapposte: il tema del doppio permea simbolicamente l'intero film, concentrandosi soprattutto nel rapporto tra i protagonisti, due facce di una stessa medaglia. Gli schemi dicotomici Caino vs Abele, Occidente vs Oriente, cambiamento vs consuetudine, sottendono una vocazione schizofrenica del genere umano, avvalorata dalla presenza di Xenja, giovane donna affetta da demenza. E, come da copione, due entità in conflitto non possono convivere in eterno in uno stesso involucro senza incorrere in una collisione tanto inevitabile quanto scontata. Questa volta a vincere è Abele.

Il racconto storico e sociologico, che all'inizio sembra avere una determinante diegetica, rimane come declassato sullo sfondo, e sfuma via via che la narrazione avanza per concentrarsi sui due protagonisti, fino a scomparire sul finale, dove rimane solo la vaga impressione di aver assistito a un racconto di formazione come tanti. Ma non è questa l'unica nota storta del film. L'eccessivo simbolismo, che traghetta la storia dalla sponda reale a quella epica (lo stesso Gabriele Salvatores definisce la pellicola un “eastern”) non basta a giustificare l'inverosimiglianza di molte scene, tra cui quella che vede Xenja, a notte inoltrata e con il fiume in piena, suonare con nonchalance un pianoforte completamente allagato, o lanciarsi a peso morto dalla finestra, per imitare il volo delle colombe.

Per non parlare dell'assoluta mancanza di “alito bianco”, particolare necessario se si considera che la media della temperatura in cui la storia è ambientata si aggira attorno ai meno venti gradi; o l'assenza totale di polvere e ragnatele in una stanza rimasta chiusa per anni. Forse a meno venti i ragni non vivono, ma gli acari sì. A questa assoluta noncuranza dei dettagli diegetici, e a una recitazione debole e eccessivamente monotona (ad eccezione di John Malkovich, è chiaro) fa da contraltare una maniacale precisione filmica, ed è un peccato che una presenza registica da manuale venga sporcata da una sceneggiatura che fa ghiaccio un po' da tutte le parti. E non si dia la colpa all'omonimo romanzo di Nicolai Lilin da cui il film è tratto, perché sarebbe come pretendere di fare un quadro raffigurante una collina, replicando esattamente la fotografia di quella collina e non la collina stessa e poi stupirsi se il quadro è troppo fedele alla realtà e poco incline all'espressività.

Un film che avrebbe potuto giocare meglio la propria partita. Un affresco storico-sociale della Russia che rimane però solo un timido abbozzo e un racconto di formazione che valica eccessivamente nella mitologia. L'epica lasciamola a Tarantino.

Voto: 6

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Regia di Gabriele Salvatores. Italia 2013

Con Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Jonas Trukanas, Vitalji Porsnev.

Durata: 110 min. Drammatico.