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Amour, recensione

Michael Haneke, da bravo “chirurgo” qual è, non sbaglia un colpo. Se non vince un premio va in crisi d'astinenza. E infatti non poteva mancare la Palma d'Oro per “Amour”, a distanza di tre anni dalla precedente, assegnata al capolavoro cinematografico “Il nastro bianco”. I suoi film sono operazioni chirurgiche ben eseguite, che lasciano lo spettatore in stato di convalescenza, privato di anestesia, a sopportare il dolore post-operatorio.

Un regista spietato, Haneke, come spietato è il silenzio con cui apre e chiude questo film raggelante. Come a dire che tra amore e morte non corrono parole, solo un respiro di vita o, al massimo, una sonata di Schubert. Amore e morte, Eros e Thanatos: i termini del dualismo freudiano perdono la loro valenza psicologica per ridursi a mera inevitabilità esistenziale. Si vive, quindi si ama e quindi si muore. Ma a questa equazione il regista austriaco sembra aggiungere qualcosa di più: si muore perché si ama, ovvero si ama perché si muore.

Proprio il sentimento amoroso, come il titolo del resto fa supporre, è il soggetto del film: quello di una coppia di ottantenni insegnanti di musica, Georges (Jean-Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), messo alla prova dalla malattia di lei, invalidante e degenerativa. La vecchiaia non sembra esistere fino a quando viene a mancare, per lasciare posto alla convalescenza. Una storia universale, che prima o poi tocca a chiunque, quasi banale nella sua ordinarietà. Ma le storie sono storie. Non esistono storie giuste o storie sbagliate, esiste solo il racconto che di una storia può fare il cinema. E Haneke le storie le sa raccontare.

Ma questa ha deciso di filmarla, più che raccontarla. Ha preso la videocamera e l'ha messa lì (apparentemente), nelle stanze di una tipica casa borghese di Parigi e ci ha mostrato cosa succede quando la malattia ha deciso di farle visita. Attraverso un montaggio quasi “affaticato”, che rispetta i tempi diluiti della senilità, con angoli di ripresa serrati (quasi che la visuale, con la vecchiaia si restringa), lo spettatore si ritrova a spiare gli eventi, guardandoli realmente da un buco della serratura, e quello che vede non è la malattia, ma i suoi effetti su cose e persone.

Il primo di questi effetti è un senso diffuso di claustrofobia, che colpisce non solo i personaggi ma anche lo spettatore. La malattia costringe alla reclusione. E infatti, l'unica ripresa in “esterno” (esterno casa) che vediamo è nelle prime sequenze, a teatro, quando Haneke ci mostra una platea in attesa dell'inizio dello spettacolo (proprio come noi spettatori, in quel momento siamo seduti in platea in attesa che la storia inizi, lo “spettacolo” dell'amore e della morte). Da quel momento, l'unico paesaggio che vedremo è quello domestico, con i suoi angoli, le sue porte strette, il suo pavimento cigolante. Lo spazio si restringe sempre più, si fa ostile, si fa tomba. L'ultimo barlume di “mondo” è rappresentato dalla figlia Eve (Isabelle Huppert), che irrompe di quando in quando nella routine della coppia.

Come a restringersi sono le voci, i rumori, inghiottiti da quel silenzio glaciale che invade tutto il film. La musica e i suoni sono completamente diegetici; nessun commento all'immagine, ma puro racconto. Là dove l'iperbole amplifica i vuoti dell'immagine (la macchina da presa rimane a filmare più del necessario una situazione, insistente, per cogliere quegli aspetti che solitamente non vengono filmati, come i tempi morti, le attese), caricando il visivo di pathos, la colonna sonora scarnificata all'estremo previene eventuali patetismi di sorta. Un horror movie, a suo modo, che non ha bisogno di effetti speciali per terrorizzare.

Assenza di effetti non significa assenza di tecnica: tecnicamente questo film è ineccepibile. Tutto è pensato, calibrato; ogni singola inquadratura è studiata al millimetro. Non c'è margine d'errore. Del resto, un chirurgo non può permetterselo. Ed è da questo maniacale tecnicismo che nasce il senso di spietato realismo. Un realismo che si fa quasi distacco, senza mai rinunciare al Cinema. Un film crudo ma commovente nella sua nudità e onestà. Haneke è molto onesto, anche troppo: non si espone, non si esprime, non si avverte. Ma l'espressione di un punto di vista, è quello che ci si aspetta, forse, da un regista.

Io da Haneke mi farei operare senza battere ciglio.

Voto: 8/9


Guarda il trailer

 

Info Film:

regia di Michael Haneke, Francia, Austria, Germania 2012

Con Isabelle Huppert, Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Rita Blanco, Laurent Capelluto

Titolo originale: Amour

Durata 105 min., Drammatico