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Strangers in Paradise (Terry Moore)

Strangers in paradise

Strangers in paradise - Strangers in paradise
L’universo maschile e quello femminile spesso e volentieri divergono. Si scontrano. Non si intendono. Ma se c’è una cosa su cui entrambe le parti sono assolutamente d’accordo è che le donne ne sanno un po’ di più. E’ evidente, tra i maschietti, e ben risaputo tra le femminucce, e non potrebbe essere altro che così.

Nel mondo dei comics, però, questa verità viene spesso resa goffamente. Le donne dai contorni di china si presentano come supereroine dai petti gonfiati, dalle gambe sconfinate, semplici simulacri di voglie represse del lettore medio di fumetti: l’adolescente ricolmo di testosterone. Una voce che uscisse dal coro ci voleva. “Strangers In Paradise è più che una voce. E’ un grido, un concerto, una sinfonia. Non a caso tratta di donne. E non a caso è il fumetto in assoluto più letto dalle donne. E, si sa, le donne ne sanno sempre un po’ di più. Sanno vedere oltre, più lontano. Come da copione, ci hanno visto lontano e pure giusto, con questo “Strangers in Paradise” (l’abbreviazione SiP, d’ora in poi, non rimanderà più a defunte compagnie telefoniche).

Sì, perché nel marasma di botte, calci, sesso, artigli ed esplosioni in cui sta virando il panorama fumettistico americano, SiP emerge, risalta, scintilla come un attimo di pace in mezzo a una cacofonia di suoni spezzati. Ci presenta alcuni personaggi, mai così reali, e su di essi, sulle loro vite intrecciate, sulle loro emozioni represse o paventate punta tutto. Un po’ poco perché un fumetto funzioni? Affatto. Non ci sono eroi avviluppati in mantelli e mascherine, entità cosmiche, draghi o ragni radioattivi; non ci sono battaglie per conquistare universi, è vero. Ma ci sono le battaglie della vita vera. Quelle che ti tocca combattere per forza. Gli eroi (ma soprattutto le eroine!) si ammantano delle cappe dei loro sogni, delle loro speranze e con quelle si gettano nel vortice della quotidianità, che di sogni e speranze, senza meno, fa pezzetti.

E le maschere ci sono, eccome! Sono quelle che ognuno di noi indossa per sembrare diverso da quello che è, adeguato alla situazione, alle regole di una società che spesso non mostra, ma fa pulsare dentro, la sua anima sessista e conservatrice. Per questo, oltre che per altri mille motivi, sarà estremamente semplice, persino inevitabile, identificarsi con i personaggi, anzi, le persone disegnate dal genio Terry Moore. E chi obietta che ci si può sentire affini pure a Batman” o all’ “Uomo Ragno“, se usati sapientemente, avrà anche ragione, ma probabilmente non ha mai letto Sip.

Vita dall’Inchiostro

Francine è la classica ragazza della porta accanto. In carne, un po’ ingenua e goffa, dolce e morbida come burro d’arachidi. Sogna il principe azzurro (magari un avvocato o un dottore) che la sposi e la porti in una bella casa , con più camere già arredate di lettini preventivi.

Katchoo (se rispondete “salute!” e sghignazzate orgogliosi, sappiate che, come battuta, è vecchia di almeno sedici anni), di contro, è dinamite nel corpicino di una bionda esile ma, di certo, non indifesa. E’ perennemente incazzata col mondo, che le ha regalato una madre inetta, un patrigno alcolizzato e la sensazione di essere sbagliata in mezzo ai giusti, o giusta in mezzo agli sbagliati.

Non potrebbero essere più differenti, queste due ragazze, che già serbano tracce delle donne che saranno. Eppure qualcosa le accomuna. Le spinge vicine, vicinissime. Sarà riescono a scorgere ciò che si cela dietro alla superficie, quelle vere nature così nascoste agli occhi di chi guarda ma non vede. Sarà che Francine, in realtà, è ben distante dall’animaletto docile da esposizione, e Katchoo non si esaurisce nel diavolo rinnegato che odia la vita. Sarà la recita del liceo, chiamata, guarda caso, “Strangers in Paradise”, in cui succede di tutto. Sarà questo o sarà quello, Katchoo si innamora di Francine. E Francine si scopre tesa tra l’amicizia piena, potente che avverte per la compagna e i dettami inderogabili della società cristiana, civile e tradizionale di cui si sente parte.

A complicare le cose, arriva David. Giovanotto beneducato e timido, dagli occhi orientali e dai lineamenti delicati. Katchoo gli graffia il cuore e il denso binomio delle due amiche diventa un triangolo, in cui nessuno riesce, può o vuole a ricambiare i sentimenti dell’altro, frenato dalle inibizioni, dal buoncostume, o dalla presenza di inarrivabili rivali.

Questa la lunga, doverosa premessa. Questo è quanto, in pratica, impariamo nei primi tre albi della serie. Il resto è l’evoluzione, è la dilatazione nel tempo delle vite dei protagonisti e degli altri, ottimi comprimari. Sono le complicazioni di chi passa dall’infanzia all’età adulta. Le separazioni, i ricongiungimenti. I retaggi di un passato con cui si vorrebbero chiudere i conti, ma che torna senza scampo a bussare alla soglia. Il resto è l’amore, il sesso, la morte, i desideri, la violenza, il lavoro, gli errori. Gli errori e le pezze messe sopra a coprirli che tengono, si sfilacciano, o crollano. Così gli errori ritornano, per chi sa di sbagliare ma sbaglia lo stesso e per chi credeva di far bene, salvo sbattere la faccia poi contro il proprio insuccesso. Il resto, insomma, è l’avventura umana di quelle persone che impariamo ad amare passo dopo passo, vignetta dopo vignetta. Le amiamo perché sono come noi. Vere.

Il Miracolo di Terry

Come detto, SiP è magmatico, dinamico. Evolve, cambia, cresce. Passa dai toni comici e quasi grotteschi di un inizio decisamente acerbo, all’universo denso e potente della piena maturità, dove non mancano però parentesi ilari, a bilanciarsi con situazioni violente, tendenti al noir, al thriller. E con SiP, cresce pure il lettore, che viene preso per mano e stretto forte dall’autore unico, Terry Moore. Anche lui, manco a dirlo, evolve nel tempo. Il suo tratto dei primi numeri, giovane e quasi caricaturale, deflagra e raggiunge vette grafiche senza precedenti. I corpi delle sue donne non sono borse di plastica riempite di carne sino a prodursi in seni e natiche che sfidano la legge di gravità. Sono forme vere, reali, che ci ricordano che siamo fatti di carne, ed è in questa carne (e non nelle ossa in bella mostra e nelle pelli tirate da passerella) che risiede l’erotismo, sboccia la sensualità. E poi… e poi i volti. Se i personaggi, anzi, di nuovo, le persone di Terry fossero attori, avrebbero vinto decine di oscar. Il disegno dell’artista americano è la traduzione esatta delle emozioni. Quello che Francine, Katchoo e soci provano si sente, si tocca. Trasuda dalle pagine attraverso un lampo negli occhi, un gesto della mano, una piega della bocca. E quasi ti domandi perché non senti pelle vera, ma carta ruvida, se passi i polpastrelli.

Pagine dense

Strangers in Paradise, oramai sarà chiaro, non è un fumetto come gli altri. A renderlo diverso, più complesso, più intenso, c’è la sua travagliata storia editoriale (manco a dirlo, ricalcata pari pari in Italia), con tentativi di virare dal bianco e nero al colore, subito accantonati perché il colore, a detta di Terry, non si adattava alla serie. C’è la sua atipica divisione in 3 serie, (“volumi”, per dirlo all’americana) di diversissima entità e caratura (3 episodi la prima, 90 la terza!), tutte concluse. Ci sono i premi vinti, tantissimi, non da ultimo l’Eisner Award nel 1996 come miglior serie. Ci sono le tematiche e le vicende presentate, ben più consone alla letteratura che al mondo dei balloon. E al di là di tutto questo, che comunque lo differenzia, “Strangers in Paradise” è qualcosa di unico perché il suo creatore, totalmente libero nel gestire a suo piacimento il proprio mondo, sperimenta forme e virtuosismi narrativi che spaziano dal metafumetto alla contaminazione dei generi. Non sempre tali connubi risultano felici, è vero, ma di certo sono qualcosa di innovativo, suggestivo. Così, accanto ai disegni e ai dialoghi, Terry piazza fotografie, dipinti, pagine manoscritte, lunghe digressioni in prosa che trasportano la storia ad un piano romanzesco, lettere, stralci di diari, frammenti di questo e di quello. E musica, tanta musica. Spartiti, canzoni scritte dallo stesso Terry Moore e attribuite ad un personaggio della serie, note che si sposano alle parole scritte perché, come egli stesso ha dichiarato più volte, la musica è sempre presente quando lavora. Dunque deve essere presente anche a lavoro finito, perché il lettore possa trovare una sorta di simbiosi con l’autore. Che poi, a conti fatti, essa esista o meno, dipenderà dal singolo lettore e dalla sua personale attitudine musicale.

Inoltre, e non è cosa da poco, la storia non procede in modo lineare, strettamente cronologico. La sperimentazione dell’autore esplora la dimensione onirica del raccontare, i flash forward, le digressioni e i what if. Talvolta, ciò può persino lasciare spaesato, disorientato il lettore. Ma fa parte dello stile di Terry, è il suo modo di rendere accesa e avvolgente la vicenda. Tanto che le parentesi umoristiche che virano il disegno all’iperbolico, o le continue citazioni e strizzatine d’occhio a un immaginario generazionale americano, che va dai talk show ai ristorantini etnici, finiscono per essere considerate come una sorta di marchio, quasi una seconda firma dell’autore.

Infine

Come tutte le buone saghe, “Strangers in Paradise” arriva a una fine. Visto il successo editoriale, Terry Moore avrebbe potuto senza dubbio continuare per inerzia a farsi leggere da tutto il mondo. Forse, persino, molti fan della serie lo avrebbero preferito. Eppure l’autore decide di fermarsi. Di concludere quando la parola “fine” sa ancora di perdita, non di liberazione. E lo fa dopo oltre cento numeri, che di recente sono stati ristampati, negli USA, in due immensi volumi omnicomprensivi. Un simile, mastodontico compendio non vedrà forse mai la luce nel paese dei taralli e del vino. Tuttavia, la casa editrice Free Books, a cui va un sentito ringraziamento per il buon lavoro svolto, ha portato a termine la pubblicazione della serie in una duplice veste, cartonata (pregevole ma costosa) e “poket”, più economica ma di qualità scarsina, che terminerà a breve le uscite.

Il finale che Terry aveva previsto per le vicende di Francine e Katchoo ha subito una brusca virata, in seguito all’11 settembre. Quale che fosse la parabola finale della serie, nelle intenzioni originali del suo autore, non ci è dato sapere. Di certo, però, quando si scorrono gli occhi sull’ultima vignetta dell’ultima pagina dell’ultimo numero di Sip, non si può rimanere indifferenti. Non è fisiologicamente possibile. Ci si sente pervasi di malinconia e, al tempo stesso, dalla consapevolezza di aver assistito a un meraviglioso cammino, toccante ed intenso, di essere stati parte di quel mondo schiuso per noi da Terry Moore. Un mondo tanto realistico, anzi, reale, che non sembra creato, quanto, piuttosto, osservato e svelato per coloro che sanno guardare. E, in qualche caso, vedere.


Soggetto: 8

Sceneggiatura: 8,5

Disegni: 9,5


Tre difetti:

- Situazioni e vicende a volte ripetitive

- Non c’è un perfetto equilibrio tra le varie parti della serie

- Le sortite che l’autore si prende dal fumetto in senso stretto non sempre risultano efficaci e scorrevoli


Tre virtù:

- Disegni semplicemente insuperabili nel tradurre le emotività e gli stati d’animo

- Massimo livello di immedesimazione ed empatia con i personaggi (anzi, le persone!)

- Un fumetto diverso, forse unico, lontano anni luce dai comuni stereotipi e, anzi, ricco di riflessioni sociali

 

Info:

STRANGERS IN PARADISE

Testi e disegni: Terry Moore

Editore: Atlantic Press