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Dodici (Zerocalcare)

  • Scritto da Marco Placentino
dodici “Dodici” rappresenta una piccola rivoluzione nella produzione di ZeroCalcare. Nei tre precedenti volumi l’artista romano realizza degli excursus narrativi fagocitando quanto più possibile le sue esperienze, la sua vita, le sue amicizie, le sue sfighe, le sue battaglie politiche e così via, riuscendo nella non facile impresa di riunire, sotto la bandiera del suo racconto, una intera generazione, la sua. Si potrebbe tranquillamente affermare che ZC abbia davvero creato un universo narrativo vero e proprio, con tanto di continuity e personaggi ricorrenti, neanche fosse un fumetto di supereroi. Dietro un’ironia fondamentalmente semplice ma tutt’altro che gratuita, Rech ha illustrato i miti che lo hanno fatto crescere, e contemporaneamente, ha mostrato subdolamente la loro natura effimera.
Questo sub strato narrativo, nonostante la forte componente autobiografica insita, si presta benissimo per una narrazione più libera e meno schiava, a livello tematico, di quella componente generazionale tanto cara a Rech, che rischiava di diventare un marchio di fabbrica troppo invasivo per la produzione del giovane talento romano.

Rebibbia Regna!
ZeroCalcare è anche Michele Rech, un ragazzotto cresciuto in uno dei quartieri romani con meno appeal, quella Rebibbia dei carceri, dei mammut, di vite passate in estenuante attesa. Pur discostandosi nettamente dalla sua precedente produzione, in “Dodici” Rech non rinuncia ad inscenare ancora una volta pezzi della sua vita, o forse solo le scenografie. Rebibbia è alla stregua di Secco, Chinghiale e Katja, protagonista della storia come lo sono Gotham City, Metropolis o Clerville.
In un racconto già ritmato di suo che pare fare il verso a “Memento”, Rech non indugia nello spezzare ulteriormente la narrazione introducendo piccole riflessioni e pensieri sul suo quartiere, e sulla vita dei suoi abitanti. Si può dire che in “Dodici” Rebibbia prenda il posto che sarebbe stato di ZC: incosciente per buona parte della storia grazie ad un ‘misterioso’ incidente, Calcare ‘sogna’ Rebibbia, in una sorta di testamento non ancora postumo, didascalie che paiono scritte da un Gipi più ironico (ed iconico) del solito, in una sorta di tributo da lasciare ai posteri, in barba a tutti i Pigneto e i San Lorenzo dove la vita è infinitamente più facile. Quasi a voler rimarcare che, in caso di una catastrofe mondiale, tipo, chessò, un’invasione di zombie, Rebibbia regnerebbe comunque.

Gli Zombie sono loro
“The Walking Dead” è ormai da tutte le parti. Lo stratosferico successo del fumetto prima e del serial tv poi ha reso il filone degli zombie il genere principale di questo scorcio di secolo, spodestando (finalmente) vampiri e lupi mannari della wishlist degli appassionati di horror. Michele Rech fagocita ancora una volta una delle sue passioni, stavolta puramente a scopo narrativo, e si butta a capofitto in un racconto dove però gli zombie non fanno paura, e non sono nemmeno la metafora di una società che fagocita se stessa, che Romero ha già dato, ma sono a loro volta scenografia, come lo è Rebibbia.
La mezza tinta usata per narrare il presente fa palesemente il verso alla mezzatinta che Charlie Adlard usa in “The Walking Dead”, dove invece il colore identifica gli eventi passati, spezzando in due tronconi il racconto, con un prima e un dopo separati dall’incidente accorso a Zerocalcare. E questa struttura di continui flashback che si accavallano quasi furiosamente se da un lato è accattivante, dall’altro risulta anche il difetto più evidente del fumetto, in quanto rende particolarmente confusa una narrazione fondamentalmente semplice.
Le peregrinazioni di Katja e Secco dentro una Rebibbia zombesca rappresentano il nocciolo della storia, un viaggio dei disperati fra disperati, dove incrociamo personaggi come Paturnia ed Ermete (quest’ultimo, ‘assieme’ al Mammut, già visti ne “La Profezia dell’Armadillo”), un viaggio dove ritornano i miti cari a ZC, da Ken il Guerriero a I Cavalieri dello Zodiaco, e che termina a Tivoli, dove si viene a conoscenza della morte di Augusto Carminati, un truffaldino locale detto er Karma.
E del karma Katja, che viene dalla lontanissima Roma Nord, è una fervente seguace.

Zero, Nessuno, Centomila
In definitiva “Dodici” è una scommessa vinta a metà. Non possiede la genuina capacità di far ridere e di far riflettere dei suoi predecessori, ma paradossalmente ha reso ZC ancora più fumettista di quanto non lo fosse, soprattutto per la grande qualità dell’apparato grafico (grazie anche ai colori di Sara Basilotta): confrontando i disegni de “La Profezia dell’Armadillo” con quelli di “Dodici” balza subito all’occhio l’evoluzione stilistica del tratto di ZC, qui maturo come con non mai, assolutamente ispirato nel conferire la sua vena caricaturale alla realtà.
Le avventure di Secco e Katja hanno forse individuato per la prima volta alcuni limiti del comunque vastissimo talento di Rech, che non è sembrato (ancora) capace di conferire al racconto la giusta dose di personalità. Il bisogno di Rech di liberarsi dall’etichetta di autore generazionale ha partorito un’opera comunque godibile e sotto molti aspetti riuscita, ma che forse rende Michele Rech un po’ più umano del solito, o solamente troppo dipendente da se stesso e dal suo sterminato talento nel raccontare della sua vita e di quella dei suoi lettori, in una sorta di egocentrismo altruistico che lascia poco spazio (almeno per adesso) ad un racconto puro e semplice come una ‘banale’ invasione di zombie.