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Bone (Jeff Smith)

  • Scritto da Marco Guardanti

Bone cover

Bone cover - Bone cover
Pensate a un eroe che abbia la statura e la morbidezza di Topolino, insieme alla dolcezza e al candore di Casper. Pensate a sciami di locuste che riempiono una tunica logora sino a dare vita un nemico incappucciato, terrificante quanto i Naz-gul del “Signore Degli Anelli“. Pensate a un Drago rosso con mani da uomo, corpo da brontosauro, orecchie da carlino e volto enigmatico alla Humprey Bogart. Pensate a una vecchina che mena come Nonna Abelarda, sfida mucche nella corsa campestre e parla alle cimici, pur avendo un passato da regina. Bene, ora miscelate il tutto nella stessa vicenda, evitando incongruenze, anacronismi o ostacoli narrativi. Impossibile? No, davvero. Jeff Smith l’ha fatto. Per 1318 pagine. Tanto dura l’epopea di “Bone“.

Una saga che oscilla tra tanti generi, toccandoli tutti ma evitando di appartenere ad uno soltanto. Ci sono le atmosfere fantasy tolkieniane, ci sono le suggestioni da fiaba modello Walt Disney, con animali che parlano e casette nel bosco, ci sono, persino, elementi che ricordano il fumetto horror, con i suoi scenari cupi e disegni ombrosi. Per questo, oltre che per l’eterogenea congrega di personaggi che lo popolano, il mondo di “Bone” appare, a prima vista, un’accozzaglia di elementi che tra loro hanno poco da spartire. Salvo poi, una volta iniziata la lettura, trascinare con sé anche i più scettici, mostrando una commistione pressoché perfetta tra ogni suo variopinto frammento.

Cos’è un Bone?

Bella domanda. Un po’ come per i personaggi scimmieschi di Leo Ortolani, quelli di Smith appartengono a una razza inqualificabile. Sono candidi, morbidosi, con grossi nasoni a patata. Girano nudi dalla cintola in giù, come Paperino, non hanno dita nei piedi e le loro sopracciglia svolazzano oltre i confini del cranio. Sin dalle prime vignette, ne conosciamo tre, tutti cugini tra loro: Fone Bone, il vero protagonista del ciclo, generoso e attivissimo, sempre disposto a dare una mano, Smiley Bone, uno spilungone sempliciotto a cui manca una rotella e Phoney Bone, ricco e avido macchinatore, causa della cacciata del terzetto dalla città natia, chiamata, guarda caso, Boneville.

A questo punto, lo smaliziato lettore di Fantasy guerresca potrebbe già sollevare obiezioni: “Un personaggio che sembra fatto di mashmallows eroe di un’avventura epica? Assurdo.” E invece no. Bone è, come lo battezzò a suo tempo Francesco Artibani, “il più piccolo dei grandi eroi”. Dotato della statura, ma anche del cuore e della fantasia, di un bambino. Destinato a qualcosa di speciale.
Sin dai primi capitoli di Bone, del resto, si capisce che c’è qualcosa di grosso che bolle in pentola. Il terzetto di esuli cugini viene sparpagliato da un mostruoso sciame di locuste e Fone Bone, rimasto solo, è costretto a sopravvivere in un bosco innevato, evitando gli assalti di creature maligne, simili a gigantesche pantegane. Sono le Rat Creatures, che i traduttori italiani hanno battezzato, con felicissima intuizione, Rattodonti

Trattasi di nemici idioti quanto letali, desiderosi di sbafarsi i Bone, ma di farlo con classe, cucinandoli in una raffinatissima quiche, in barba alla tradizione che vorrebbe le belve tanto fameliche da sbranare le membra crude delle prede cacciate. Lo spiccato umorismo della serie inizia qui a ingranare e sarà, assieme ad altri due elementi fondamentali, tra le caratteristiche più rilevanti in assoluto.

Nella foresta, Fone Bone non incontra solo pericoli. Egli si imbatte in una cricca di animaletti simpatici, che ricordano la Gang Del Bosco” o la compagnia di cuccioli vista in “Bambi“. Ma, soprattutto, incontra Thorn, ragazza bella quanto enigmatica, di cui Bone si invaghisce perdutamente. E qui arriviamo al secondo, grande tema dell’opera: l’amore. Un amore che nasce già sfortunato, segnato dal divario esponenziale tra l’essere una buffa creaturina e l’innamorarsi di una splendida fanciulla. Un amore che deve fare i conti con il susseguirsi incalzante degli eventi, nonché spartire la propria influenza con l’amicizia e i legami che uniscono Fone Bone ai cugini. Legami sempre saldi e mai messi in dubbio, nonostante i parenti ne combinino di tutti i colori.

Ma torniamo a Thorn. La ragazza non vive sola. Ha una nonna, Nonna Ben, un’adorabile vecchina, dura come granito, che accoglierà nella sua fattoria i cugini riuniti. Intanto, foschi presagi si ammassano all’orizzonte: appaiono draghi tra i cespugli, ronzano locuste nelle nubi, e i sogni dei personaggi si fanno sempre più presagi di grandi cambiamenti, oltre che ricordi di un passato misterioso. Un passato in cui Nonna Ben non è una semplice campagnola, ma una vera regina, e in cui i draghi erano amici degli umani, alleati comuni nella lotta contro il malefico Signore delle Locuste.

Thorn e i Bone si ritroveranno, loro malgrado, invischiati in un susseguirsi di assalti e fughe, battaglie nella mischia e sbuffi di magia; le loro vite costantemente minacciate.

Insomma, l’iniziale dimensione bucolica e favoleggiante di Bone cede il passo ad una narrazione più dura ed epica, in cui gli eventi drammatici soverchiano la leggerezza delle prime vicende e in cui schegge di segreti del passato giungono a materializzarsi agli occhi dei protagonisti. Si concretizza così la terza dimensione centrale della saga, ovvero l’alternarsi di lunghi dialoghi a sequenze d’azione concitate. Entrambe le tipologie narrative escono dalla logica odierna di fumetto veloce e frenetico, per cercare un loro spazio esatto, denso. Si stiracchiano, reclamano suggestioni da slow motion e si espandono per più vignette. In esse, Smith è semplicemente fantastico nel dare risalto a particolari ed espressioni, raggiungendo vette di dinamismo eccellenti, con l’asciutto bianco e nero delle pagine che contribuisce ad esaltare il tratto del disegnatore. Così gli inseguimenti sembrano uscire dalla bidimensionalità della carta, mentre i temporali nel bosco si percepiscono davvero, con la pioggia che batte sul fogliame, in un tripudio di giochi d’ombra. Leggere il sedicesimo episodio, “Eyes Of The Storm“, per credere. Non a caso, nel 1995, proprio quel numero viene nominato per la categoria “Best Single Issue” degli Eisner Award. Di questi prestigiosi premi, Smith ne porterà a casa nove in cinque anni, più l’ultimo del 2005, dovuto all’edizione completa di Bone in un unico volume. Non male per una serie che, agli inizi, rischiò di passare inosservata.

Come nascono i Bone

Siamo nel 1991. Un giovane cartoonist, oggi ritenuto tra i migliori in assoluto in attività, pubblica il primo capitolo delle avventure di questi strani personaggi, buffi e morbidi, che disegnava da quando era bambino. I primi albi furono puntualmente ignorati, come spesso succede a ciò che merita attenzione. Sennonché le potenzialità della serie furono tali da catturare l’interesse di pubblico e critica. In breve tempo, Bone si consacrò come fenomeno editoriale, tanto è vero che oggi è stato inserito da Time Magazine nella top ten delle migliori graphic novel di tutti i tempi.

In Italia il fumetto è andato incontro, come di solito succede, a numerosi problemi editoriali. Reperire per intero la saga di Bone è un vero delirio di volumi e volumetti, uscite a colori o in bianco e nero, che ripercorrono le pubblicazioni statunitensi, terminate nel 2001, con il 55esimo numero. In esso, la serie giunge alla sua naturale conclusione senza strappi o forzature, lasciando ai lettori un’epopea che si legge d’un fiato, un episodio dopo l’altro, e a cui è davvero semplice appassionarsi.

Lo stile di Smith è un ibrido perfettamente riuscito, che deve tantissimo alle strisce di animali antropomorfi (come Pogo di Walt Kelly, fonte d’ispirazione dichiarata), ma anche al tratto morbido di casa Disney, dalla quale il cartoonist americano mutua anche la particolare sensibilità con cui si accosta a tematiche scottanti, come amore e morte. Non solo; i vasti orizzonti paesaggistici, le atmosfere d’avventura e i rapporti tra i cugini Bone, spesso conflittuali, ma sempre segnati da un profondo sentimento, ricordano da vicino le storie di paperi ad ampio respiro del Maestro Carl Barks. E gli accostamenti potrebbero continuare all’infinito, data l’essenza variopinta e difficilmente inquadrabile di Bone: persino la fattoria McKenzie di Lupo Alberto, ogni tanto, sembra rivivere nella campagna oltre Boneville.

Tirando le somme

Non tutto quel che scintilla è oro, ovviamente, come ben sa il tirchio Phoney Bone. E anche questa saga tanto particolare presenta luci e ombre. In primis, la netta separazione tra i due piani differenti della narrazione non avviene in modo indolore. In Bone impariamo ad appassionarci alle vicende dei personaggi, affezionandoci a loro grazie anche al modo semplice e fiabesco con cui vengono presentati. Percepiamo anche una vaga minaccia pendere sopra di loro, è vero, ma essa è tanto più pressante quanto più resta indistinta e sconosciuta. Man mano che le verità vengono svelate, e i contorni delle azioni future si fanno concreti, l’atmosfera della storia muta radicalmente, virando dai toni favolistici e delicati a quelli drammatici ed epici. Il salto è immenso, e si sente. Non che il proseguo della storia sia mal gestito, semplicemente non regge il confronto con i primi 25-30 numeri. Tant’è vero che una fitta di nostalgia per le vicende della fattoria, con il loro fresco, brioso profumo, è destinata a permanere non appena esse si interrompono.

La fine del ciclo, inoltre, non chiude davvero tutte le parentesi aperte in precedenza. Un po’ di amaro in bocca resta, eccome. Alcuni personaggi sembrano aver dato molto meno di quanto era in loro potere alla vicenda, mentre altri sono stati scartati forse con troppa fretta.

Ma sono dettagli, che nulla tolgono all’unicità di questa serie. Per gli amanti del fantasy cresciuti a pane e Walt Disney, che ora si appassionano anche a saghe più cupe (mi fischiano le orecchie…), Bone può rappresentare una sorta di tassello mancante, o di filo conduttore. Una specie di traghetto, o meglio, di arca biblica, nella cui stiva troviamo i Bone, insieme a draghi, opossum, cimici, rattodonti e mucche a volontà, e al cui timone si è insediato, e meno male che l’ha fatto, quel piccolo grande eroe di Jeff Smith.


Soggetto: 8

Sceneggiatura: 8,5

Disegni: 8,5


Tre Difetti:

- Stacco molto netto tra la parte iniziale e quella finale dell’opera.

- Reperibilità difficoltosa.

- Reperibilità davvero difficoltosa.


Tre Virtù:

- Atmosfere fantasy e fiabesche piacevoli e convincenti.

- Personaggi originali e curati alla perfezione.

- Autore unico eccellente.

 

Info:

BONE

Testi e Disegni: Jeff Smith

Editore: Macchia Nera, Lexy, Panini Comics