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Verdena: Il Suicidio dei Samurai

  • Scritto da Enrico Tallarini

verdenaIl suicidio miracoloso

Cosa succede con i Verdena? Rimango sbalordito ogni volta, e sono davvero tante le volte che in questi anni ho fatto girare nel lettore “Il Suicidio dei Samurai”, fatidico terzo disco della band bergamasca.


Il solito pollaio in collina come quartiere generale, e il solito trio più uno, che è l’ingresso in organico di Fidel alle tastiere, rhodes e organetto.

Sono passati nove anni, quattrocento ascolti e quindici concerti e ancora queste undici tracce si lasciano ascoltare, con piacere e senza sbadigli. Eppure i Verdena non fanno miracoli, e stendono le loro mancanze alla luce del sole, arrivando persino a farne dei punti di forza. Solo loro riescono a fare dischi così belli cantando quelle boiate lì. Testi che non stanno né in cielo né in terra, frutto di un vocabolario spesso come i volantini dell’ euronics e comunicativi quanto un casellante autostradale la sera di Natale.

La stessa band ha più volte ammesso che i testi nascono così, come mera traduzione sonora dell’equivalente inglese. Testi di indubbia musicalità e visionarietà, che per quanto miseri non rappresentano affatto un deficit per la riuscita delle canzoni dell’album. Quando tutto vuol dire niente e viceversa, e il dare senso spetta a noi. Io non ce l’ho mai fatta, voi non so. Ma è proprio qui che accade qualcosa di prodigioso. Ti ritrovi a cantare, urlare, parola per parola tutti i pezzi dell’album, senza avere la benché minima idea di cosa ne perché tu lo stia facendo. Questo sono un po’ i Verdena, e così ti si imprimono dentro. Dalle chitarre acide di “Logorrea” ai riff di basso distorto di “Luna”, fino ad approdare alla bellissima melodia di “Mina”, tra distorsioni graffianti e la voce di Alberto quanto mai dolce e sensuale.

Un trittico da manuale. Poi “Balanite” e il cristo che sanguina della splendida “Phantastica”, e tutto si fa chiaro: i Verdena camminano con le proprie gambe e lo fanno egregiamente. Via i santini di Nirvana, Motorpsycho e Smashing Pumpkins dal comodino. La culla resta quella, ma solo formalmente. I ritmi carrarmato di “Elefante” e la agrodolce “Glamodrama”, arricchita da una coda a metà tra il post rock e i Blonde Redhead, mantengono alta la tensione.

C’è una tensione strana che pervade tutto il disco, come un pugno che si ficca nello stomaco e ci resta per 49 minuti e 8 secondi, con tutti i pro e i contro del caso. La psichedelia finale con tanto di assolo Motorpsychiano di “Far Fisa” fa da ponte alla sospesa “17 Tir Nel Cortile”, tesa verso meandri altri e più oscuri. “Ci sono cose che pesano” canta Ferrari con voce filtrata e claustrofobica, per un pezzo che è un piccolo gioiello. Pesante a affascinante come 17 tir in un cortile, appunto. “40 secondi di niente” è una ventata di freschezza chitarristica, a traino del pezzo che chiude e dà il titolo al disco: “Il Suicidio dei Samurai”. Arpeggi dissonanti e un refrain dove il buon singer affonda in Nora, tra sconcerto e l’invidia di noi che stiamo a immaginare. Una coda strumentale psycho-stoner chiude il disco così, in un feedback scomposto di fischi e squittii. E il samurai è morto, lasciandoci un disco vivo e tagliente, di un’intensità invidiabile.

I Verdena sono cresciuti, e sono cresciuti davvero. In copertina un collage su sfondo giallo alla “Kill Bill”, e tra le tracce un’ inspiegabile e morbosa fissazione per le malattie veneree. Un grande disco per una band matura e intelligente, per di più brava come poche a preservare la propria immagine, scomparendo per anni e tornando a farci visita nel momento giusto, sempre. Da inchino.

Voto: 8

 

Info: 

Black Out / Universal, 2004

Rock

 

Tracklist:

01. Logorrea (esperti all'opera)

02. Luna

03. Mina

04. Balanite

05. Phantastica

06. Elefante

07. Glamodrama

08. Far fisa

09. 17 tir nel cortile

10. 40 secondi di niente

11. Il suicidio del samura