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Velvet Underground & Nico: "Velvet Underground & Nico"

velvet underground e nico 1967: Odissea nella Musica

“La maggior parte di quelli che in quegli anni comprarono ‘Velvet Underground & Nico’ finirono poi per fondare un gruppo.” (Brian Eno)

Siamo nel ‘67: le guerre, il Vietnam, le ribellioni, il sesso libero, canne e LSD, le rivolte studentesche, il blues, i Jefferson Airplane e i Doors. Questo è quello che succede sopra la superficie terrestre, precisamente sotto il bel sole della California. A New York, sottoterra, nell’ “undergorund”, la situazione era molto diversa: cocaina, prostitute, orge, pop art, niente blues, di discussioni sul Vietnam neanche l’ombra, rivolte studentesche inesistenti, perfetto nichilismo e totale menefreghismo. In quest’ambiente c’era colui che comandava, rispettato e riverito: il famosissimo artista della pop art Andy Wahrol. E Wahrol scoprì e propose un gruppo musicale, si chiamava Velvet Underground, formato da quattro componenti: Lewis “Lou“ Reed (chitarra e voce), il factotum John Cale (viola, basso, tastiere e qualche volta voce), Sterling Morrison (chitarra) e colei che passerà alla storia come la batterista donna più famosa, Maureen Tucker.

L’ artista aggiunse poi al gruppo una modella, attrice e cantante tedesca, Christa Päffgen, in arte Nico. “Velvet Undergorund & Nico” nasce più o meno così. Il capolavoro massimo della storia della musica per influenza e pesantezza monolitica su tutta la musica a venire nasce da questo “underground”. Undici brani, almeno sette capolavori indiscussi, solo un brano (forse) trascurabile. Sul momento pochi se ne resero conto dell’immane grandezza di questa strana musica registrata su un vinile dalla ancor più strana copertina, che ritrae una banana che, opportunamente sbucciata, diventa un fallo. Undici brani che hanno fatto storia. Eccoli.

“Sunday Morning” (2′: 56″ - L. Reed, J. Cale) E’ la classica canzone eterna: sembra provenire dalla preistoria o dal futuro contemporaneamente. Tutti la conoscono e a tutti piace, soprattutto dopo che l’Enel ce l’ha fatta sentire milioni di volte in televisione con un suo spot pubblicitario. Secondo alcuni detrattori è il tributo che i Velvet Underground dovettero pagare ai Beatles. Scritta per Nico, venne cantata all’ultimo momento da Lou Reed, che assunse per cantarla una voce effeminata, trattata con numerose sovraincisioni e riverberi, resa quasi irriconoscibile, per una canzone che sa di dolce ninnananna, un litania che si discosta nettamente dal resto dell’album. Colpisce infatti che, dopo tutta quella dolcezza, arrivi un tossicodipendente in overdose in cerca disperata del suo “man“, del suo pusher.

“I’m waiting for the Man” (4′: 39″ - L. Reed) Reed fece una piccola rivoluzione con il testo di questo brano: invece che scrivere un testo allucinato sotto l’effetto di droghe, tipicamente psichedelico (come si faceva nel resto del mondo), Reed descrisse il prequel di quello stato d’animo, l’affanosa ricerca della droga con pochi spiccioli in mano (”Sto aspettando il mio uomo, 26 dollari nella mia mano“) che chissà se basteranno. Il pezzo (uno dei primi, tantissimi utilizzi del re e sol di Reed) viene anche cantato in modo strano, inusuale: sembra che Reed reciti cantando (o viceversa) con una voce nasale, scazzata, accattivante, distante, quasi diabolica.

“Femme fatale” (2′: 35″ - L. Reed) In “Femme fatale” c’è una contrapposizione fra testo e musica: la “femme fatale” è la classica donna-puttana, colei che vizia l’uomo, che lo porta alla perdizione, ma la musica dolce e tenera, il cantato teutonico ma comunque sia caldo di Nico disorienta l’ascoltatore, coretti doo-woop che doppiano la voce. Possibile che una puttana possegga questa dolcezza? Non è ancora tempo per i baccanali a venire, l’ascoltatore ha assaporato “solo” una crisi di astinenza, per il resto tutto sembra nella norma. Ma poi qualcosa lo disturba: il pezzo seguente è strano, ipnotico, perverso, ai limiti della pazzia.

“Venus in Furs” (5′: 08″ - L. Reed) Questo pezzo (considerato da molti uno dei massimi capolavori della musica), “Venere in Pelliccia“, fu ispirato dall’omonimo romanzo di Leopold von Sacher-Masoch (Masoch, il famigerato cognome da cui deriverà il famigerato sostantivo “masochismo”, quindi potete immaginare il personaggio). Qui la viola di Cale fa intuire tutta la sua potenza evocativa, suonata fino alla cacofonia, la batteria della Tucker che vagheggia negli inferi orientali con un tam-tam da giungla selvaggia, una processione di sacerdoti pronti ad un sanguinoso sacrificio, accordi reiterati, la voce di Reed ancora accattivante, mefistofelica, seduttrice, che propone il più classico dei patti col diavolo. L’ascoltatore si ritrova catapultato in un altra dimensione dove la droga c’è, ma non c’è solo lei: c’è perversione, c’è schizofrenia, c’è pazzia, c’è pericolo, ci sono tutte le emozioni negative dell’uomo.

“Run Run Run” (4′: 18″ - L. Reed) Ma manteniamo la calma: arriva un classico pezzo rock’n'roll a salvarci la pelle. “Run Run Run“, un western-rock dove Reed finalmente canta, dove la chitarra è normale. Ma i secondi passano. La situazione non cambia, la batteria non muta di una virgola, improvvisamente la chitarra urla, sembra che qualcuno la stia violentando. Poi Reed torna a cantare, ci invita a correre, la chitarra è normale. Poi ritorna ad essere stuprata. Poi di nuovo normale, poi strupata. La batteria inerme prosegue il suo ritmo. L’ipnosi è raggiunta, il pezzo è infinito. Prime, folli manifestazioni del “raga”.

“All Tomorrow’s Parties” (5′: 57″ - L. Reed) La fredda chanteuse Nico ritorna col suo incedere freddo e teutonico, da sacerdotessa senza pietà. “All Tomorrow’s Parties” è un’altro madrigale sulla scia di “Venus in Furs“, solo che qui l’atmosfera è più rilassata, meno da incubo: la Tucker persevera col suo ritmo immodificabile, pochi colpi per fermare il tempo, per ipnotizzare l’ascoltatore. Chitarre ancora una volta reiterarate, e un piano monotematico più efficace che mai, una brano dalla struttura semplice ma dalla potenza inaudita, perfetta introduzione a ciò che ci aspetta.

“Heroin” (7′: 05″ - L. Reed) E’ la canzone col più alto coefficiente di droga della storia assiema a “Venus in Furs” e “The End” dei Doors, solo che “Heroin“, più che essere un incubo, o un viaggio nei meandri della pazzia dovuta ad assunzione di droga, è una incontrastata dichiarazione d’amore, è una preghiera, un canto gregoriano, un’Ave e Maria rivolta all’unica dea degna di venerazione: l’eroina. Gli accordi sono ancora loro, re e sol (Reed non si smentisce), ma il suo cantato muta ancora, Reed dimostra una polimorfologia canora che non ha precedenti e che il cantante non raggiungerà mai più neanche nel futuro. Il brano è perfetto: nonostante una tensione di base, l’atmosfera è dolce quasi quanto “Sunday Morning“, l’inizio è ovattato, sembra che niente sia dovuto al caso, tutto è sapientemente soppesato. Classico pezzo in crescendo, il tono sale, i tam-tam della Tucker sono incalzanti (viene da chiedersi se la batteria avesse il rullante o qualsiasi tipo di piatto nella sua strumentazione), la tastiera è onnipresente e monotematica, ancora un altro madrigale, Reed suona violentemente il re spostato sulla tastiera della chitarra, poi si arriva all’estasi, il nome della dea viene pronunciato: “Heroin, it’s my life, and it’s my wife…” … e una risata sarcastica, quasi a sfottersi, a sfottere la sua preghiera. Il brano perde il controllo, gli strumenti copulano in un’orgia di dissonanze, tutto perde senso ritmico, non ne rimane più nulla, e Reed continua a cantare quasi indifferente a ciò che succede intorno. Poi tutto termina in modo tranquillo, estatico, così come era iniziato.

“There she goes again” (2′: 30″ - L. Reed) Questo è forse l’unico pezzo anonimo. La sua matrice pop, quei coretti anni cinquanta, sembrano voler scimmiottare certa musica da spiaggia, certa surf music più commerciale (Beach Boys). Reed però la canta quasi incazzato, la batteria ha un ritmo normale (cioè articolato in modo sensato), vero segno che questo pezzo è stato progettato per farne un motivetto orecchiabile, o forse solo come mero riempitivo. Di madrigali, mantra e dissonanze non ce ne sono, forse nell’ultima parte comincia a muoversi qualcosa, ma il pezzo finisce prima che possa esplorare ben altri più degni (di quest’album) territori.

“I’ll be your Mirror” (2′: 01″ - L. Reed) Ancora una ninnananna di Nico, ancora una esplorazione musicale nell’Europa decadentistica e maudit, un pezzo dolce come lo sono i precedenti, una dolcezza quasi smielata, in ogni caso perfetta. Sarà l’ultimo dei tre pezzi cantanti dalla chanteuse germanica. Il fatto che i due cantanti del gruppo non abbiano cantato un pezzo in coppia in quest’album fa intendere di come erano forti i contrasti all’interno del complesso per la presenza (imposta da Wahrol) della cantante, come se non bastassero i già infuocati contrasti delle due personalità più forti del collettivo, Reed e Cale (un’atmosfera che sarà l’utero in cui prenderà forma il feto del loro secondo album, il loro secondo capolavoro, “White Light, White Heat“). Salutiamo Nico, la ritroveremo qualche anno più tardi, a cantare nel capolavoro massimo del dark, “Desertshore“.

“The black Angel’s Death Song” (3′: 10″ - L. Reed, J. Cale) Siamo arrivati nella parte finale del capolavoro. Una viola nervosa e vibrante apre la “Canzone della Morte dell’Angelo nero“, e la accompagnerà per tutta la sua durata. C’è una parvenza di senso nel brano, viene proposta una nuova versione del minimalismo strumentale derivata da La Monte Young e vari, Reed ancora una volta cambia registro, si cala nel ruolo del narratore maledetto, del cantastorie, ma sono storie lugubri e oscure le sue. E’ il perfetto prequel della successiva “European Song“, che a sua volta è il perfetto prequel di “White Light, White Heat“, che a sua volta sarà il perfetto prequel di noise, punk e chissà cos’altro.

“European Song” (7′: 40″ - L. Reed, J. Cale, S. Morrison, M. Tucker) Un brano che diverrà uno dei capisaldi fondamentali di tutta la musica a venire. Il punk, il noise, finanche il metal verranno influenzati da questi otto minuti scarsi. Messi da parte madrigali, mantra, preghiere, ninnananne, adesso c’è spazio solo per baccanali, orge rumoristiche, tempeste di cacofonia, insensato accanirsi sugli strumenti quasi con odio, un orecchio poco allenato non riuscirebbe a reggere tutto questo. Parente stretta di una certa più celebre “Sister Ray“, questa personalissima “Canzone europea” (che ammette implicitamente nel titolo i debiti concettuali dei Velvet Underground alla tradizione europea), si trascina senza pause, in un vortice irrefrenabile. Parte quasi come un banale pezzo rock’n'roll, ma poi rumori di cose in frantumi, la chitarra che perde il controllo e un basso saltellante danno il via al delirio: la chitarra si perde in un assolo quasi surf, la batteria arriva galoppando per poi riscomparire, il basso non segue regole, puro cazzeggio da incubo, trovare parole per descrivere questo inferno dantesco della musica è veramente operazione ardua. Per quasi cinque minuti non si ha nè capo nè coda di quello che si sta ascoltando. “Velvet Underground & Nico“ finisce così. Spiazzando l’ascoltatore, disorientandolo, togliendoli la terra da sotto i piedi, dove rimane però l’ “underground”, il sotto terra. Calcolare l’influenza che questa opera ha avuto nei decenni a venire è cosa impossibile.

A centinaia di gruppi è stato accostato il termine di paragone “Velvet Underground”. L’avventura di Reed e soci proseguirà con “White Light, White Heat“, un album che necessita di un romanzo per essere descritto e capito in fondo. “White Light, White Heat” perderà di omogeneità rispetto al suo predecessore, ma ne guadagnerà di avanguardia e innovazione. Il suo ascolto ben più ostico lo farà passare in secondo piano rispetto al primo album, ma anche a lui verrano attribuiti i giusti meriti di aver cambiato praticamente tutto. Il dilemma è storico: è stato "Velvet Underground & Nico“ o “White Light, White Heat“ a cambiare tutto? Brian Eno ci ha dato la sua opinione. E voi? Siete d’accordo con lui?

Voto: 9,5

 

Info:

Verve, 1967

Psychedelic Rock

 

Tracklist:

01. Sunday Morning

02. I’m waiting for the Man

03. Femme fatale

04. Venus in Furs

05. Run run run

06. All Tomorrow’s Parties

07. Heroin

08. There she goes again

09. I’ll be your Mirror

10. The black Angel’s Death Song

11. European Song