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Tom Waits: "Swordfishtrombones"

  • Scritto da Captain Acid Brain

tom waits Lacrime amare per il Trombone Pescespada

“Ascoltavo il frastuono nella mia testa inventandomi un’orchestra di rottami… Era il diario di un delirio… Un esotica odissea”.

L’opera di Tom Waits si colloca, all’interno del filone del cantautorato americano della seconda metà del secolo scorso, a mezzo centimetro di distanza da quella del trittico Dylan- Buckley - Cohen. Eccentricità e riconsiderazione del senso della perdizione i suoi tratti distintivi. Le sue sono melodie stralunate, paranoie esistenziali, colonne sonore che accompagnano, lungo il cammino della dannazione, derelitti e diseredati, naufraghi e ubriaconi, vagabondi e dannati, gente che vive all’ombra della propria ombra, sconfitta, disillusa, che chiede solo di farsi da parte e di non partecipare alla follia circense della società che tutto chiede ma niente è disposta a concedere. Sono scorci di vite tradite, abbandonate, costrette a rifugiarsi nello squallore dell’emarginazione che nega ogni possibilità di redenzione. La musica di Tom Waits è un testamento in note a chi ha voluto, e soprattutto dovuto, uscire di scena dal flusso insensato dell’esistenza, a chi è stato costretto ad abbandonare i propri sogni e le proprie speranze, a chi chiede disperatamente di voler solo sopravvivere. Sono piccole polaroid scattate agli angoli delle strade più putride e malfamate, dove la vita si consuma inesorabile tra le sue contraddizioni, riproduzioni fedeli della nuova modernità metropolitana: ogni canzone diventa una storia a sé come ogni uomo è solo tra la moltitudine. Incomprensione e solitudine trapelano dalla sua poesia, che scorre nel tempo parallela alla sua evoluzione musicale e si rigenera continuamente per osmosi. La sua carriera quasi quarantennale è stata un continuo rimettersi in discussione, una sfida perenne contro la propria ombra pronta a risucchiarlo nel vortice della fama e del compromesso.

Quaranta anni di droghe e alcol, eccessi e tranquillità, amore e tristezza, vita e morte, tutto e niente. Tom è un menestrello e la realtà è il suo palcoscenico. La sua stessa vicenda personale sembra essere uscita fuori da quelle pagine ingiallite in cui lui stesso raccontava le sue storie, quelle storie di uomini a cui il sogno americano aveva sbattuto la porta in faccia. Thomas Alan Waits vive sulla sua pelle tutta la follia del suo tempo. La vita lo costringe a nascere sul sedile posteriore di un taxi da cui viene gettato per strada a calci nel culo. Un’infanzia difficile e zoppicante, dove poesia beat (Burroughs su tutti) e jazz diventano inevitabilmente le sue stampelle. Il signor Waits è però uno che si sbatte e sa come tirare a campare. Mille i lavori, diecimila gli espedienti, troppe le difficoltà, ancora più grande la sua forza volontà che gli permette di trasformare la sua pelle in una corazza. Tom è lui stesso uno di quei vagabondi randagi di cui ci ha raccontato vita, morte e miracoli attraverso la sua voce rauca, possente, quasi incrostata ma sempre piena di malinconia.

Il suo esordio musicale è datato 1973, “Closing Time” è il suo album. Gli anni settanta li passerà ricurvo su un pianoforte a dare sfogo, tra fumi di alcol e sigarette, alle sue angosce esistenziali. Swing, blues, gospel, i megafoni che daranno voce alle anime degli esclusi e dei dannati, dei disadattati e dei pervertiti. Ma la sublimazione del proprio essere si manifesta con candore negli anni ottanta, quando Tom Waits fa terra bruciata dietro a sè, sia nella sua vita privata “eccessivamente eccessiva”, sia sul versante artistico, passando a nuova vita e dando alle stampe la sua seconda trilogia (dopo quella “Small Change” - “Foreign Affairs” - “Blue Valentine“).

I “Swordfishtrombones” - “Rain Dogs” - “Frank’s wild Years” costituiscono una rivoluzione quadrata e rappresentano allo stesso tempo l’apoteosi poetica e il frutto malato della nuova ricerca sonora e della sperimentazione a 360 gradi a cui l’artista è pervenuto. Questo lavoro gli permette di recuperare quel mezzo centimetro di svantaggio, innovando in maniera suprema la musica popolare, abolendo ogni confine al genere (se si può definire) songwriter e concependo uno stile musicale al limite dell’orgiastico. Centrale diventa la figura di sua moglie Kathleen Brennan, che prende parte attiva ai lavori e diventa vera e propria musa del crooner di Ponoma, nonché quella di Frank, “quel selvaggio che incontrammo nei nostri incubi e ci accompagnò per un pezzo di esistenza”…

Il Capolavoro: E’ il 1982 e sono passati due anni dal suo ultimo disco, “Heartattack and Wine”. Nuove idee gli frullano per la testa, nuove idee che non saranno recepite, però, nella loro rivoluzionarità, dalla sua casa discografica, l’Asylum, che sarà incapace di scommettere sulla nuova metamorfosi dell’artista. Tom Waits si trova così all’ennesimo giro di boa: cambia manager, produttore e casa discografica, passando alla Island Records. Inaugurerà così il suo periodo artistico più fertile, dalle collaborazioni cinematografiche con il regista F. F. Coppola ai palcoscenici di Broadway. Ma andiamo per ordine… Primo capitolo della saga “miserie umane e fugaci illusioni, Trombonipescespada è uno strumento musicale dal cattivo odore o un pesce che fa molto rumore!” Si capisce subito come questa sia una zona a rischio e “Swordfishtrombones” è un’altra storia. Il pianoforte con i tasti mangiucchiati è stato messo in soffitta per far spazio a sedie trascinate sul pavimento, dischi di freni, pietre e bicchieri: in pratica qualsiasi cosa capace di emettere qualche rumore. A questi oggetti di fortuna poi Waits affianca una strumentazione chilometrica. Ma c’era da aspettarselo, a lui le cose normali non sono mai piaciute e questo album rappresenta l’anormalità per eccellenza, una rivoluzione d’ottobre nella quale ricerca sonora e accuratezza degli arrangiamenti costituiscono un punto di partenza. Eh già! Come se non bastasse questo a far del disco una di quelle cose che chiamano pietre miliari (?), Tom Waits completa quella metamorfosi che lo vide evolversi da cantastorie alcolizzato a vero e proprio poeta post-moderno. Sono infatti i testi che colpiscono freddamente al cuore (..e al fegato?), sono le storie di Frank, di Dave il macellaio, dei marinai in libera uscita, della vita sottoterra, della disperazione affogata in bicchieri di bourbon, storie più reali di quelle che, giorno dopo giorno, la vita ci sbatte crudamente in faccia. Il caos sotteraneo, pronto ad esplodere dalle viscere delle fogne, si fa voce e musica nella sincopata “Underground“: è li sotto , nell’oscurità, che si vive mentre il resto del mondo dorme.

“Shore Leave” è il primo momento emozionante della storia. Un banjo e squassate atmosfere sono le tele su cui si districano i lamenti della nostalgia, storie di marinai lontani dalle loro amate. Ma l’amore, si sa, a volte è l’unica cosa che permette di superare le insidie del mondo. Lo sanno i marinai sotto la pioggia di Honk Kong e lo sa anche Tom. “Johnsgurg, Illinois“, dopo l’intermezzo strumentale “Dave the Butcher“, è infatti una serenata dedicata a sua moglie Kathleen, un omaggio a quel luogo che ha messo al mondo la propria compagna. Un momento toccante di solo pianoforte, quello messo in soffitta ma mai dimenticato. In “16 Shells from A 30.6” riappare Dave, revolver calibro 30 in mano, minaccioso di far fuori un corvo nero, presagio di morte. I ritmi si fanno sostenuti, una chitarra rincorre una sezione ritmica di batteria e percussioni varie quasi impazzite, che proseguono a ritmo di marcia. Sintetizzatori, organetti e un’ improbabile cornamusa, in “Town whit no Cheer”, sottengono una voce disperata nel narrare la storia di una città dove non c’è più niente da bere, quasi a non volerci credere (cercava solo un bicchiere di bourbon, nient’altro). La successiva “In the Neightgorhood” scatta un’immagine della vita del suo quartiere, uno di quei desolati quartieri di periferia dove la vita scorre tra bravate di mascalzoni ed espedienti per tirare a campare.

Nella sua semplice melodia, resta una pillola di super-realismo, un modo per raccontare quello che esiste veramente ma che spesso viene ignorato nel tentativo di voler negare quanto la vita possa essere, nella sua quotidianeità, così bastarda nei confronti dei poveri disgraziati. Proprio in uno di questi quartieri scoppia la follia di Frank che, uscito dal lavoro, prende una tanica di benzina, e una boccia di whisky, per dare fuoco alla sua casa, moglie e chihuahua compresi, nella speranza di chiudere i conti con quella tranquilla monotonia, facendosi pure una risata. Per anni Waits continuerà a chiedersi che fine abbia fatto questo selvaggio dopo il suo gesto clamoroso. Frank diventerà così, anni dopo, il soggetto di un lavoro teatrale nonché musicale. La title-track è l’apice toccato dal disco, fuori di dubbio, una goccia distillata di malinconia, un momento forte per persone deboli. Accompagnato da percussioni, marinbe e xilofoni, il crooner racconta la storia di soldati intenti a festeggiare il ritorno a casa dopo la guerra. Musica e danze per il ritorno alla vita….. purtroppo si accorgeranno di esserne incapaci perchè, loro, non sono mai esistiti e stanno danzando con la morte! Altra storia, stesso tema, in “Down, down, down”. Un ragazzo sta andando giù per le tante strade della perdizione, masticando tabacco e bevendo gin. Il diavolo lo sta tentando. Pezzo più trascinante dell’album dove Waits si cimenta in un grezzissimo blues allucinato. Poetica, drammatica e intensa è “Soldier’s Things“. Un piano, voce e basso bastano a far venire i brividi. Tragedia e malinconia si mescolano nel ricordare tutte le cianfrusaglie sopravvissute alla vita di un uomo, cianfrusaglie che lo avevano accompagnato per tutta la vita ed ora svendute su un banco per un dollaro soltanto; nessun valore, nessun più significato per loro, ora semplicemente cose, le cose di un soldato tra tanti, non più un uomo. Meno atipica e sicuramente più classica è il blues successivo, “Gin Soaked Boy“, un brano tra i pochi in cui ci si accontenta di chitarra-basso-batteria. Ennesima storia di ubriaconi, degenerati, uomini abbandonati dalla loro donna-puttana che troppo facilmente ha abboccato al primo mascalzone. Un ritmo tenebroso e sussurrato racconta invece le vicende dell’ennessimo uomo, uno dei tanti, che si è cacciato in un mare di guai e non sa come uscirne. In “Trouble’s Braids”, questo vagabondo non avrà pace, dovrà nascondersi e riuscire a restare a galla.

E’ la canzone della paura, della fuga, dell’oscurità più nera e della negazione della speranza; il messaggio sembra essere questo: nessuna redenzione su questa terra per i cani randagi. Chiude la strumentale “Rainbirds“, un cimelo della vecchia carriera dell’artista. Al primo ascolto “Swordfishtrombones” potrebbe sembrare noioso e pesante, caratterizzandosi come ostico, cupo e visionario. Resta però di fatto un terremoto e l’inizio di una nuova produzione, sempre originale quanto spiazzante. Chi ammira Waits benedice il cielo ogni giorno per questo disco tanto grezzo quanto decisamente puro nel suo narrare quell’esotica odissea, una zona a rischio dove i lamenti rimbombano ma dove il mondo vive ed è sveglio. Grazie Tom…

 

Info:

Island, 1983

Songwriter

 

Tracklist:

01. Underground

02. Shore Leave

03. Dave the Butcher

04. Johnsburg, Illinois

05. 16 Shells from a Thirty-Ought Six

06. Town with No Cheer

07. In the Neighborhood

08. Just another Sucker on the Vine

09. Frank's wild Years

10. Swordfishtrombone

11. Down, down, down

12. Soldier's Things

13. Gin Soaked Boy

14. Trouble's Braids

15. Rainbirds