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Teatro degli Orrori: "A Sangue freddo"

  • Scritto da Gli Osservatori Esterni

il teatro degli orrori Teatro Degli Orrori, capitolo definitivo

Questa non è una recensione. Nessuno deve ascoltare niente. Con Il Teatro Degli Orrori il discorso è talmente importante che spero l’abbiate già fatto.

Tornano i docenti di sopravvivenza del rock italiano. Il manuale d’istruzione si e’ arricchito di ulteriori pagine. Mettiamo subito le cose in chiaro, “A Sangue freddo” non e’ un album facile, lo ascolti 15 volte e pensi: “sarà il più grande disco di musica italiana partorito negli ultimi dieci anni?” Un lavoro di cui sentiremo parlare a lungo, un tour che si preannuncia abbagliante (la domanda è: in che modo trasporteranno la miriade di nuove influenze on stage?). Appurata l’ intelligenza della band, se “Dell'Impero...” era la botta, “A Sangue freddo” sarà il livido sulla schiena di tutti. In base ad un’auspicata evoluzione, “A Sangue freddo” rappresenta la fase post di un discorso (punk) intrapreso due anni fa con quella saetta di primo disco. Il Teatro sono una band con dei conti in sospeso. L’intesa con Dio resta impossibile, da accontentare, invece, c’è quella folta schiera di gente che ha scopato sulle note della “La Canzone di Tom” o bevuto in attesa che “Lei venne!”, una massa di perdenti (magari) partita in Panda verso l’Europa ascoltando “Dell’Impero delle Tenebre”.

Che flirtassero con l’elettronica nessuno se lo sarebbe aspettato, ma Capovilla è un pazzo e loro tra i musicisti più emozionanti in circolazione (l’arpeggio de “Il Turbamento della Gelosia”, stop!). Dovevano scrutar nel profondo dell’animo umano e l’hanno fatto, preferendo al Che un omaggio a chi che delle forme nascoste è stato un autentico esploratore, poeta nigeriano Ker Saro Wiwa, “eroe dei nostri tempi” assassinato sotto falso processo. Ed ecco che riemerge tutta la potenza narrativa di Pierpaolo Capovilla (dottore in materia), disperato perché a rappresentarci è ancora Pino Daniele più che Carmelo Bene. Il sarcasmo si spreca, suoni granitici guidano walzer di rabbia contro tutto e tutti, (cosa assurda) senza cadere in un minimo di cliché. “Un mondo migliore è possibile, ma uno peggiore è ancora più probabile”.

Recensioni di una superficialità eclatante pubblicate sui più rinomati mensili d’Italia mi hanno lasciato perplesso: “sul nuovo album è evidente l’influenza di gruppi come Arctic Monkeys e Kings Of Leon”. Siparietti di quattro righe, mini recensioni pazzesche, addirittura chi li paragona ai Pearl Jam dell’ultimo “Backspacer”. Questa è pigrizia che attanaglia critici e musicofili italiani. Ma torniamo al disco. Abile è colui che raggruppa i punti di forza (culturali) e la debolezza (sociale) di un pese alla deriva per riproporli mediante “comizio ironico”. In mano a qualcun altro, ciò significherebbe solo scontatezza e frasi fatte. Una sorta di Rage against the Machine intrisi di humour nero, ecco cosa sono diventati Il Teatro Degli Orrori. Dove per ironia non mi riferisco di certo alle quattro cazzate sparate da Zelig sul Quinto canale. Da pionieri di tale iniziativa, Capovilla e soci tracciano le coordinate di quello che sarà il rock a venire. Una battaglia navale senza vinti ne vincitori, che distrugge il passato e riscrive presente e futuro. Tra gli ospiti, Aucan, Zu e The Bloody Beetroots, squadra di stelle e future scommesse. Come in ogni caso, il giudizio positivo dei giocatori dipenderà molto da ciò che si combinerà in campo. In tal caso, l'organizzazione pare accellente. Siamo al cospetto di qualcosa di veramente grosso, quasi uno scandalo “mediatico” pizzicato tramite intercettazioni trasformato in arte. “A sangue Freddo” va scrutato lentamente, “A Sangue Freddo” si espanderà a macchia d’olio. In assoluto una delle pagine più belle della musica italiana. I tempi cambiano, e se Demetrio Stratos lottava per un mondo migliore, Il Teatro insegna come non farsi sopraffare in un mondo ridotto a campo di battaglia. L’ironia salverà il mondo.

By Orasputin

Voto: 8

 

Storie

Raccontacene altre, Pierpaolo.

 

Storie di rabbia, storie di amori finiti senza accorgersene, storie di fascisti, storie di martiri, storie: Capovilla racconta in questo "A Sangue Freddo", non canta. Conoscevate Ken Saro Wiva e la sua storia ("Non ti ricordi di")? Adesso molti conoscono tutto: la title track è un pezzo stupendo, un pezzo che ti fa rabbrividire, che ti fa arrabbiare, ti fa urlare ai quattro venti la voglia di libertà, la voglia di vendetta, di dire basta alle ingiustizie. Quel "bugiardi dentro, fuori assassini, vigliacchi in divisa", quel "sono le menzogne che ti rodono l'anima" risuona come una immensa esplosione nelle nostre coscienze dormienti da troppo tempo, la svegliano, la rendono viva, e "Pagherete tutto, e pagherete caro" ci fa alzare dalla sedia: vendetta, cazzo! Quest'album contiene un pezzo fra i migliori pezzi italiani degli ultimi dieci. Terribile, suona come uno schiaffo, Capovilla ci urla di svegliarci! E guardatevi il video su YouTube linkato nella tracklist qui sotto: proverete i brividi! “Non è il tetto che perde/Non sono nemmeno le zanzare che ronzano” recita una poesia di Ken Saro. Ma non c'è solo "A Sangue freddo": "ti scimmiotto ‘I ragazzi della via Gluck’, e ti racconto cosa ci è successo" avrà detto Capovilla. Cos'è "Alt!"? Me lo sono chiesto ogni volta che l'ascoltavo. E' una storia di uno di loro, magari del chitarrista, o del bassista, che viene fermato per un controllo da qualche carabiniere troppo zelante. "Brutta zecca comunista", dio, ho riso un quarto d'ora! Sarà questo? O sarà altro? Purtroppo è vero: “Che cosa ha in testa certa gente”. E quel Padre Nostro musicato con rabbia e vendetta? Per usare parole non mie "Dio ha 41 anni e non crede in Dio". Dio non avrebbe mai realizzato quel Terzo Mondo, che è il nostro mondo, quello in cui viviamo. "Non sopporto più i miserabili al potere". E chi li sopporta? Ma perché Capovilla ce li rende davvero insopportabili, ce li fa odiare? E quanto ci stordiscono gli amori che finiscono senza neanche accorgersene? E' finita e non sappiamo neanche perché. “Come son belle le illusioni e i pensieri tristi” recita “Due” (non a caso la seconda traccia del disco), dove Capovilla si identifica nella parte femminile della coppia (“e sono rimasta sola”).

Tutte le canzoni che parlano d’amore sono accomunate da un tema conduttore: non corna, né delusioni, semplicemente l’amore finisce, come tutte le cose belle, l’amore finisce e ci si scopre a ritrovarsi indifferenti l’un dell’altro (“sarebbe stato bello invecchiare insieme”). “Die Zeit” (tedesco: “Il Tempo”) è una oscura esequie di un amore che non interessa più a nessuno, e il tempo l’ha fatto capire. “Mai dire Mai”, autobiografica, ironica, con un finale da brividi, in cui fa capolino anche un’acustica, il flirt con l’elettronica di “Direzioni diverse” (dove c’è un altro amore finito senza accorgersene). L’emozionante chitarra di “E’ Colpa mia” accompagna un Capovilla tenero, comprensivo, ma ancora una volta indifferente del suo amore finito, una strana riflessione sulla generazione dei quarantenni di oggi, come lui stesso ha fatto intendere in un concerto. Però “La Vita è breve”. Quindi accattatevi ‘sto cd senza pensarci su, ascoltatelo, amatelo. E non importa se poi l’amore finirà. Perché Capovilla ne vorrà raccontare altre di storie. Il mondo, questo schifo di mondo, è pieno di rabbia, amori finiti, fascisti e martiri.

by Marplace

Voto: 8

 

Info:

La Tempesta Dischi, 2009

Rock Italiano

 

Tracklist:

01. Io ti aspetto

02. Due

03. A Sangue freddo

04. Mai dire Mai

05. Direzioni diverse

06. Il terzo Mondo

07. Padre nostro

08. Majakovskij

09. Alt!

10. E' Colpa mia

11. La Vita è breve

12. Die Zeit