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Stone Roses: "The Stone Roses"

  • Scritto da Orasputin

the stone roses I Petali appassiti del Rock britannico

L’esordio più fulminante che il rock inglese ricordi. Se c’è stata una band capace di raccogliere l’eredità degli Smiths, introducendo elementi freschi frutto di melodie innovative ma ugualmente vintage, questa furono a detta di molti gli Stone Roses da Manchester, precursori incontrastati del brip pop britannico. A dire il vero i suoi componenti già bazzicavano nell’area industriale manchesteriana da un paio d’anni, esibendosi in alcuni live di discreto successo per mezzo di un sound in forte debito con la tradizione punk inglese (Sex Pistols, The Clash).

A quei tempi, sotto il nome English Rose, leader era un certo Ian Brown, appassionato di psichedelia byrdiana, che si faceva accompagnare dal chitarrista amico John Squire, autore di tutte le copertine tra cui i mitici “limoni” del 1989, a conclusione di una sconfinata passione per la pittura astratta e ribelle di Jackson Pollock. Dopo alcuni singoli di successo, consolidato il sound (un pop carezzevole, sognante e psichedelico) la band già sulla cresta dell’onda si prepara per il grande balzo: il 13 marzo 1989, prodotto da John Leckie, esce quello che NME e Observer considerano il miglior album del rock d’oltremanica, “The Stone Roses”, uno dei dischi più importanti della storia del rock. L’unico ad altissimi livelli della band, ricordiamolo! Pubblicato quasi presagicamente in un anno di potenziali esplosioni, il disco influenzerà notevolmente gli anni Novanta, dando visibilità alla rinascita di una certa cultura manchesteriana, ribattezzata per l’occasione Madchester, un fermento artistico/musicale al cui interno “battevano” band quali Happy Mondays e Charlatans, tutte contraddistinte da un approccio pop psichedelico aperto a strane fusione tra dance, drum’n'bass ed acid funk. Dopo di loro ci provarono Blur, Kula Shaker e Oasis, ma con risultati (musicalmente) molto ma molto altalenanti. Loro invece avevano una qualità compositiva ineccepibile, una sezione ritmica potente e allucinante (pulsazioni di basso a cura di Mani, alla batteria, con l’immancabile cappellino da pescatore, Reni), chitarre sì discepole dei Byrds ma capaci di distorcere quanto c’è da distorcere, vagamente hendrixiane.

E poi c’era l’ecstasy vocale di Ian Brown, cantato ipnotico quasi shoegaze che sposava miracolosamente l’house music a cori nostalgici in salsa Beach Boys. Normalmente una band si “completa” disco dopo disco, gli Stone Roses no! Gli Stone Roses -giustamente o erronemante- liberarono tutte le carte, comunicarono ciò che c’era da comunicare; solo così poterono ritracciare il sentiero della musica. Gli Stone Roses non furono più in grado di ripetersi. Una maturazione precoce fu la causa dei successivi flop artistici del quartetto. Il disco si apre con il manifesto “I wanna be adored”, giro di basso emozionante ed arpeggi di chitarra circolari. Dal cantato traspare tutto l’egocentrismo di Brown, uno dei singer più fastidiosi della storia (i fratelli Gallagher lo copieranno anche in questo): “Voglio essere adorato/Non ho bisogno di vendere la mia anima/ E’ già in me”. Profumo di sixties nella successiva “She bangs the Drums“, mentre ”Waterfall” spolvera il lato ballabile e fresco del disco, il sound è qualcosa di sensazionale! Fatboy Slim li amava, non a caso “Don’t stop” utilizza i 5 minuti precedenti per mandarli al contrario, innestando su basi house psichedeliche sovrapposizioni vocali dimesse e malinconiche (altro marchio di fabbrica). Beach Boys a manetta nell’abbattimento di “Bye Bye Badman“, micidiali i fraseggi di chitarra. “Elizabeth my Dear” non è altro che il rifacimento di un’antica canzone popolare, è il testo a destare scalpore: “Io non resto fino a che la donna non si è spostata dal trono/ Il mio obiettivo è vero, il mio messaggio è giusto/E’ indirizzato a voi, mia cara Elisabetta”. “Made of Stone“, con il suo “Sometimes I fantasise...” ha già fatto breccia tra milioni di cuori. I suoi 4 minuti e 15 sono talmente cullanti, malinconici e viaggiosi da trasformare - seppur per pochi minuti quell’ammasso inerme che ci circonda in qualcosa di unico, vivo e organico.

La conclusiva “I’m the Resurrection” è un capolavoro a due facce: la prima poppeggiante, scandita da una ritmica beatlesiana; la seconda imperniata su di un groove elettrizzante: stop and go, ripartenze, sperimentazioni, incursioni hendrixiane, drumming tribal house, manco si trovassero al loro quindicesimo album. 8 Minuti memorabili! Un disco da ascoltare come se le orecchie fossero polmoni. Che esordio ragazzi!

Voto: 8,5

 

Info:

Silverstone, 1989

Pop Rock

 

Tracklist:

01. I wanna be adored

02. She bangs the Drums

03. Elephant Stone

04. Waterfall

05. Don't Stop

06. Bye Badman

07. Elizabeth my Dear

08. Sugar Spun Sister (Song for my)

09. Made of Stone

10. Shoot you down

11. This is the One

12. I am the Resurrection