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Slowdive: "Just for a Day"

  • Scritto da Orasputin

slowdiveL'Impressionismo in Musica

La bibbia dello shoegaze è un’elogio all’introspezione sonora, capolavoro underground capace di influenzare miriadi di band future (Sigur Ros su tutti). Se gli Slowdive permeassero a vita i nostri sogni, non ci sarebbero più incubi. Shoegazer (“colui che si guarda le scarpe”) fu il movimento musicale più importante degli ultimi anni Ottanta. Britannico di nascita, si propagò come nebbia in tutto il continente, l’Europa schiava di Aerosmith e Guns’n’Roses, incantata da Batman, disillusa da Tom Cruise.

Gli Slowdive da Reading ne rappresentarono la quintessenza, a pari merito coi My Bloody Valentine tra i più carismatici condottieri di tale rivolta. La loro primordiale miscela, che filtrava tanto la trascendenza dei Cocteau Twins quanto le dilatazioni soniche di un certo post-rock, si rivelò assolutamente incendiaria, trovando precoce espressione nell’illuminante “Just for a Day”, LP targato 1991 nonchè patrimonio culturale del dream-pop. A forgiarlo, 5 ragazzi poco più che ventenni, tra cui 2 vocalist ( il talentuoso Neil Healstead e l’introversa Rachel Goswell) veri e propri geniacci della loro arte. Il Paul Kantner e la Grace Slick dell’alternative, per intenderci. Sonorità liquefatte e stratificazione sonora; il disco riscrive le regole del pop britannico, da approdo a viaggio incantato, angelico, affatto servo di partiture standardizzate e canzonette impacchettate. “Just for a Day” è il capolavoro che Caspar David Friedrich avrebbe apprezzato se il progresso l’avesse sostenuto…è il “Viandante sul Mare di Nebbia” musicalmente tradotto. Come un saggio di pittura paesaggistica illustratoci da Monet.

Una monotonia di basso in stile Joy Division apre i battenti, sospiri e tamburi funerei ne scacciano il fantasma, intrecci chitarristici e tastiere fumanti ad inaugurarne il viaggio. E’ “Spanish Hair“: un’introspezione psicologica più che un’avventura hippie. In “Celia’s Dream“, con un’adorabile melodia a farla da padrona, i nostri campioni suonano come i Cure al rallentatore, cantato suggestivo che esplode in una nebulosa ardente di campanellini e riverberi all’unisono. “Catch the Breeze” (la trovate nel film "Mysterious Skin" di Gregg Araki) è la purezza, la distensione, la magia del sound shoegaze. Brezza inafferrabile come brina che accarezza l’erba, la song è un’inno alla rassegnazione assoluta davanti a un mondo scolorito e sleale, apatico e triste: “And I, I want the world to cry / and I, i want the sun to shine“. Nell’ultimo minuto la sensazione è quella di spiccare il volo, tutto si condensa, nulla si distrugge. “Ballad of Sister Sue“, col suo andamento depresso, è l’anello mancante tra “Spleen and Ideal” dei Dead Can Dance e “Treasure” dei Cocteau Twins. “There’s a fire in my head and i’m blindeed my bullets / dancing to nowhere I’m losing my head“. “Erik’s Song” è la perla incontrastata del disco, dove un pianoforte direttore d’orchestra disegna passaggi strumentali come nuvole che sorvolano un cielo autunnale. Le sue atmosfere rarefatte, il pathos disarmante, la caratterizzazione ambient, saranno il marchio di fabbrica di numerosi complessi a venire, la prima poesia imparata a memoria da Sigur Ros e Mogwai. Astrazione pura. La successiva “Waves” è un canto gregoriano pop, con un testo da far rabbrividire qualsiasi esponente del trist- rock : “Watch the waves so far away / They’re washing ‘cross the paths that I have made“.

Il brano suona potente, le tastiere paiono spiragli di luce accecanti; chitarre (mai disunite) come sezioni d’archi sollazzano l’ascoltatore; l’umiltà che si respira è il sigillo di una grande band. “Brighter” è Cocteau Twins al 50 per cento (più pomposa e meno scheletrica). Nella struggente “Sadman” protagonista assoluta è invece la voce della Gosweel, afflizione canora che si propaga in una via lattea di tastiere gementi e riverberi astratti. Nemmeno fossimo a Twin Peaks (ascoltare per credere). Il sogno ha i minuti contati nella conclusiva “Primal“, fragorosa digressione roboante di pathos assordante, per la serie “gli strumenti respirano e le voci piangono”. La perfezione è dettata da una pulsazione di basso martellante, ferita capace di innalzare il continuum sonoro oltre ogni singolo acuto di Freddy Mercury, spaventosa per quanto risulti lacerante: “Don’t forget the days when the sunshine fades away / remember what they say, remember what they say“. Aver ascoltato questa meraviglia musicale in cuffia rimarrà una delle esperienze più spasmodiche della mia vita. Ancora per un giorno…Slowdive.

Voto: 8,5

 

Info:

Creation, 1991

Shoegaze

 

Tracklist:

01. Spanish Air

02. Celia's Dream

03. Catch the Breeze

04. Ballad of Sister Sue

05. Erik's Song

06. Waves

07. Brighter

08. The Sadman

09. Primal