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Slint: "Spiderland"

slint spiderland Nella Terra del Ragno

Il confine fra il rock passato e il rock futuro sta nella terra del ragno.

Il termine “post rock” fu coniato dal giornalista Simon Reynolds in un articolo apparso sulla rivista Wire nel maggio 1994, e dava finalmente un degno nome alla tipologia musicale di gruppi come i Tortoise e gli Stereolab. Il post rock indicava quella musica suonata con la triade canonica rock (chiattarra elettrica, basso e batteria), ma che ripudiava le stesse leggi del rock, dando spazio a generi diversi come il jazz, la new age, l’elettronica, il tutto amalgamato con una possente vena apocalittica e vagamente psichedelica. Se vogliamo andare nel preistorico del post rock dovremmo forse citare la fase finale dei Talk Talk, ma sicuramente chi stabilì le regole (o forse le non-regole) di questo genere, chi lo creò in tempi non sospetti (l’era grunge dei Nirvana), chi contribuì in modo pesante a eriggere le fondamenta su cui si basa tutta la musica attuale, chi uccise il rock per farlo rinascere in una nuova veste, beh, questi sono sicuramente gli Slint e il loro capolavoro, “Spiderland” (1991) , un album etichettato da tutti come uno dei più importanti crocevia della storia della musica, il confine dove il vecchio rock si separa dal nuovo rock (o post rock, appunto).

La storia degli Slint è una storia breve, priva di colpi di scena, semplice, racchiusa nello spazio di soli due album, “Tweez” (1989) e, naturalmente, “Spiderland“, una storia che parte però da un’altra formazione. Tutto inizia nel 1985, quando 4 ragazzi di Louisville (Kentucky), reduci dall’epopea punk, formano un gruppo (fondamentale) che registrerà solo un album (fondamentale) della durata di soli 25 minuti (fondamentali) per poi sciogliersi e prendere direzioni diverse (e fondamentali). Il gruppo si chiamava Squirrel Bait e l’album venne intitolato “Skag Heaven” (1986), una monumentale opera storica, irripetibile nel suo genere, che partendo dall’hardcore degli Husker Du passava per i Replacements, arrivavando anche a toccare le sonorità di Nick Cave. Su tutto svettava la voce sofferente dell’adolescente-prodigio di turno, il cantante Peter Searcy, e i riff monolitici grondanti desolazione del chitarrista David Grubbs. Tutto questo in soli 25 minuti. Poi alcuni componenti tornarono agli studi (erano quasi tutti poco più che adolescenti), altri intrapresero nuove vie. La storia degli Squirrel Bait finisce così, prima di cominciare. Neanche loro sapevano quanto sarebbe stata pesante quell’esperienza, non tanto nella rilevanza storica che lasciò l’album alla storia del rock, quanto per la miriade di talenti che le consegnò. Gli Squirrel Bait divennero l’albero da cui partirono numerosissime radici, neanche Tolkien avrebbe saputo immaginare un albero genealogico così articolato: Searcy fonderà i Big Wheel, il chitarrista Brian McMahan suonerà con i For Carnation (dopo la parentesi con gli Slint), David Grubbs suonerà nei Bitch Magnet, nei Bastro e nei Gastro De Sol, e altri andranno a far parte di gruppi come King Kong e Palace, senza contare che alcuni componenti di questi gruppi andranno poi a suonare nei Tortoise, negli Zwan, nei Breeders e negli Evergreen. Ma prima di tutto ciò il chitarrista e cantante Brian McMahan e il batterista Britt Wallford dopo la loro esperienza negli Squirrel Bait incontreranno sulla loro strada il chitarrista David Pajo e il bassista Ethan Buckler. Sarà questa la formazione degli Slint.

L’album di debutto, “Tweez” (1989), è un collage di tante sonorità miste ad inesperienza. Frutto di registrazioni realizzate nel 1987 col guru della scena hardcore Steve Albini dei vitali Big Black, “Tweez” è costituito da nove brani, ognuno dedicato a ogni singolo genitore di un componente del gruppo (più una canzone dedicata al cane di uno dei quattro). Già da quest’album si respira la ventata di novità che questi quattro ragazzi si portavano dietro. Mentre nel mondo veniva rivitalizzato il rock duro e puro (Nirvana, Soundgarden), gli Slint fecero capire molto meno pomposamente che quella musica era ormai morta e sepolta. Nove suite, quasi tutte strumentali, qualche testo recitato (non cantato) qua e là, dissonanze, rumori, hardcore, sperimentazioni, addirittura echi di blues, funk e jazz. Troppa carne al fuoco in mano a dei ragazzi, troppe regole da rispettare. Così l’unica via di salvezza era l’istinto. E l’istinto non li tradiva. “Tweez” verrà offuscato solo dall’incontrastata luce di “Spiderland” e rimarrà negli annali del rock per aver fatto ascoltare i primi vagiti di un bambino appena nato e che ancora doveva crescere: il post rock. E quel bambino ci mise solo due anni a crescere. Divenne adulto in “Spiderland“, la pietra miliare più importante di tutto il post rock, linea di confine, di demarcazione, fra il vecchio e il nuovo.

Se il post rock è l’America, gli Slint furono i Cristoforo Colombo della situazione e “Spiderland” l’Amerigo Vespucci che chiarì le cose e andò anche oltre. Le suite si riducono di numero (sei) e aumentano di durata. Si parte con “Breadcrumb Trail” (5′: 55”). Il viaggio è iniziato. Recitati soffusi accompagnano la musica, poi arriva la sfuriata hardcore, ma tutto è calibrato, soppesato, se Mozart avesse suonato hardcore l’avrebbe suonato così. In “Nosferatu Man” (5′: 34”) l’apatia si respira in violente scosse di terremoto hardcore, le chitarre si intrecciano e litigano fra loro, la batteria segue in controtempo, il solito recitato soffuso a fare capolino, con le (disinteressate) urla centrali, il tutto che cresce in un divenire di musica matematicamente perfetta. Con “Don, Aman” (6′: 24”) si entra in un tunnel dell’horror, il verso “Don’t stepped outside” accompagna l’inizio, un avvertimento, due accordi riterati, poi velocizzati, degli armonici si fanno intravedere, la tensione sale, poi distorsione distruttiva a cui la batteria non partecipa, la distorsione scompare lentamente, e si torna agli accordi velocizzati, poi rallentati, si torna all’inizio, una perfetta parabola matematica, il cerchio che si apre e si chiude, poi echi di distorsione in lontananza, quasi a voler ribadire la natura hardcore del brano, un brano da cui i nostri Massimo Volume prenderanno lezione.

Il drammatico attacco di “Washer” (8′: 48”), forse il capolavoro, fa respirare emozioni intense, l’iniziale verso “Goodnight, my love” (stavolta cantato teneramente) fa rimembrare un malinconico senso di protezione perso nella memoria, arpeggi rigorosamente in controtempo che sfociano nella parte centrale senza particolari aggiunte, semplicemente cambiando il modo di suonarli, come insegna la teoria jazz dei risvolti. Poi arriva la distorsione apocalittica (quasi noise) per pochi istanti, fino a tornare nell’arpeggio iniziale. Il cerchio è nuovamente chiuso. In “For Dinner…” (5′: 04”) si torna a respirare tensione, il pezzo è interamente strumentale, ma più che un brano è una introduzione al brano stesso, non si arriva ad un finale che soddisfa, un brano da cui i Tortoise prenderanno più di uno spunto. Nella conclusiva “Good Morning, Captain” (7′: 39”) l’assenza di emozioni umane trova la forma perfetta, puro pensiero atonale, torna il recitato soffuso, silenzioso, il basso pesante fa da spiano alle chitarre che suonano sempre gli stessi arpeggi, poi distorsioni alternate a questi arpeggi, fino all’urlo finale “I miss you“. Finalmente, dopo un disco di bisbigli e recitati, la rabbia hardcore può liberarsi, quell’ “I miss you” urlato senza controllo, in lontananza, disperato. “Spiderland“, capolavoro assoluto dei nostri tempi, si chiude così. E’ musica atonale, musica priva di emozioni consistenti, studiata sin nei minimi dettagli ma suonata quasi indifferentemente.

Se nel “vecchio” rock il pretesto per suonare erano le emozioni di qualsiasi natura, qua nel nuovo rock le emozioni non servono più, musica da camera che cita qualcosa che non c’è, o che deve ancora nascere, potremmo assurdamente considerare questo album come la nuova frontiera della musica classica. Dopo quest’album gli Slint usciranno di scena silenziosamente, senza baccano nè cerimonie, quasi inosservati, come impone la loro natura sia di ragazzi (uomini) sia di musicisti. La loro musica ha dato i natali a gruppi fondamentali come i Tortoise (in cui suonerà il chitarrista David Pajo) in primis, ma la loro intera influenza in tutto il decennio dei ‘90 sarà praticamente incalcolabile, ben più pesante dei altri gruppi molto più famosi. Oltre al post rock, gli Slint hanno dato veridicità storica anche al genere del math rock, e chissà a quant’altro ancora. Nel 2005 il gruppo ha annunciato la loro reunion per alcuni live e forse per un nuovo album in studio. “Spiderland” è paragonabile forse solo a “Velvet Underground & Nico” in quanto a peso storico e influenza sulle generazioni di musicisti successivi. Il confine fra il rock passato e il rock futuro sta nella terra del ragno ed è stato varcato dagli Slint.

Voto: 9

 

Info:

Touch & Go, 1991

Post Rock

 

Tracklist:

01. Breadcrumb Trail

02. Nosferatu Man

03. Don, Aman

04. Washer

05. For Dinner…

06. Good Morning, Captain

 

Altri Voti:

"Tweez" (1989): 7

"Skag Heaven" (Squirrel Bait, 1986): 7,5