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QUEENS OF THE STONE AGE: Songs For The Deaf

  • Scritto da Orazio Martino

Queens of the stone age Tra le espressioni più sanguigne del rock da nuovo millennio, "Songs For The Deaf" dei Queens Of The Stone Age si è conquistato una reputazione di autentico cult tra i giovani appassionati, con gli esperti del settore ad etichettarla come l'ultima grande testimonianza di un genere noto a tutti con il nome "stoner rock".

Molteplici i fattori che lo innalzano ad assoluto capolavoro. Inanzittutto una produzione fuori da ogni schema, monolitica e spiazzante, asciutta e chirurgica, distante anni luce dalle folate desertiche dei grandissimi Kyuss o dal grasso colante dei migliori Fu Manchu. La rivoluzione di Eric Valentine getta le sue radici in un sound energico e corposo, potentissmo ma curiosamente vintage, che seduce e disorienta, parte a razzo e ti culla in un attimo. Per farla breve, un sound squisitamente da nuovo millennio. Fattore secondo: le potenzialità, ovvero come incastonare metà sezione ritmica dei Kyuss nel più incredibile generatore di riff del nuovo millennio. Nick Olivieri al basso e Josh Homme alla chitarra, il "rock" e il "roll" diceva qualcuno. Se quest'ultimo ha pure una bella voce e dietro le pelli viene ingaggiato un certo Dave Grohl, allora scrivere belle canzoni deve essere proprio un gioco da ragazzi. E qui arriviamo al punto tre, le canzoni: concentrato di rabbia, stile e strafottenza da vendere. Via gli stereotipi e le manie depressive, solo tanto (ma tanto) divertimento. Oltre alla suadente voce dell'Elvis dai capelli rossi, a testare un paio di microfoni viene contattato un certo Mark Lanegan, titolare del monopolio del songwriting del deserto, amicone di vecchia data in un'atmosfera più simile ad una sagra di paese che al set di una rivoluzione annunciata. E se Homme lo indentifichi con l'anthem "No One Knows", Lanegan è la sagoma immobile che si cela dietro "Songs For The Dead", con il drumming di Dave Grohl a trovolgerti in un uragano di ritmiche (memorabile il crescendo finale) e il cantato polveroso del gigante solitario a iniettare dosi di veleno che ti mandano subito in estasi.

L'apertura del disco è invece affidata alle sataniche corde vocali (e di basso) di Nick Olivieri: "You think I Ain't worth a dollar but I feel like a Millionaire" marca la linea di confine tra il rock anni Novanta e quello del nuovo millennio, conservando lo spirito marcio degli Stooges centrifugato, per l'occasione, da chitarre affilate come bisturi. Forse l'incipit musicale più devastante degli ultimi dieci anni. E il disco va avanti così, tra bordate micidiali ("First It Giveth") e cavalcate da trip allucinogeno ("The Sky Is Fallin'"), con la coda dell'occhio ai Sixties ("Another Love Song") e piccole incursioni nella radura zappiana, come nella scanzonatissima "Everybody's Gonna Be Happy".

Un disco da conoscere a memoria. Lo sa bene la mia generazione, la stessa che a 18 anni venne inghiottita da un memorabile Flippaut bolognese in compagnia di Kills, White Stripes, Turbonegro e Audioslave. Attitudine da nuovo millennio per una band determinata e vincente sotto tutti i punti di vista.

Voto: 8

 

Info:

Interscope Records, 2002

Stoner rock

 

Tracklist:

1. You think I ain't worth a dollar, but I feel like a millionaire

2. No one knows

3. First it giveth

4. A song for the dead

5. The sky is fallin'

6. Six shooter

7. Hangin' tree

8. Go with the flow

9. Gonna leave you

10. Do it again

11. God is in the radio

12. Another love song

13. A song for the deaf

14. Mosquito song

15. Everybody's gonna be happy