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Pink Floyd: "The Piper at the Gates of Dawn"

pink floyd Il viaggio più lisergico che la musica può dare, sulle note del pifferaio più famoso della storia del rock: l’indimenticato Syd Barrett.

I numerosi fans del super-gruppo storico dei Pink Floyd sono accomunati quasi tutti da un preciso particolare: alla domanda “Qual è il miglior album dei Pink Floyd?” la risposta dei più sarà o “The Dark Side of the Moon, senza ombra di dubbio“, oppure “The Wall, indiscutibilmente” o ancora “Wish you were here, sicuramente” e i più coraggiosi diranno “Ummagumma, indissolubilmente” o “A Saucerful of Secrets, non puoi sbagliare“. Poi gli fai notare “Scusa, ma The Piper at the Gates of Dawn dove lo metti?” e i più risponderanno: “See, hai ragione, ma i Pink Floyd di Gilmour e Waters erano tutt’altra cosa“. Allorchè io dico: “Ma siete impazziti?“. Si parla di Gilmour e Waters come se si parlasse di dei scesi in terra per deliziare noi comuni mortali, e quando si parla del vero genio per eccellenza, l’incredibile Syd Barrett, si crede che sia stato lui quello di passaggio, si crede che lui abbia solo dato inizio ad un discorso che i signori dei miei stivali Gilmour e Waters hanno migliorato e perfezionato. Parafrasando Totò, ma mi faccia il piacere, caro fan dei Pink Floyd!

Quest’ultimo è completamente offuscato dai fumi di una musica, quella di Gilmour e Waters, che più pomposa e autocelebrativa non si può, che riesce a mischiare addirittura la classica con il funk, riempita fino a straripare di dettagli e abbellimenti spesso inutili per nascondere una grande verità: i signori Gilmour e Waters di idee ne avevano non poche, ma poco ci manca (e scusate la ripetizione), e per altro neanche tanto originali. Ammettelo: ogni tanto, ascoltando uno qualsiasi dei “capolavori” dei Pink Floyd post-Barrett, non avete mai pensato: ”Mmm…però che palle!”? E dai, ammettetelo! Il duo Gilmour-Waters ha fatto storia, per carità (specialmente alla fine dei ‘70, quando il funk dominava le discoteche, da qui i celebri pezzi “Money” e “Another Brick in the Wall“), ma il rock vero è altro, signore e signori. I gusti son gusti, ma è un colossale delitto preferire gli altri album dei Pink Floyd al capolavoro di Barrett “The Piper at the Gates of Dawn“. Facente parte di quell’epopea lisergica del mitico ‘67 a cui facevano parte anche i Jefferson Airplane, i Velvet Underground e i Doors, i Pink Floyd commemorarono quell’incredibile anno con l’ennesima uscita dell’ennesimo capolavoro, appunto il loro album d’esordio, quel magico pifferaio ai cancelli dell’alba. Le invenzioni che si possono trovare in quest’album hanno veramente dello sbalorditivo, Barrett fa vedere di cosa è capace il suo genio, e soprattutto, da vita allo ‘psychedelic rock‘ più puro della storia. Se la musica deve essere viaggio, le canzoni di “The Piper at the Gates of Dawn” sono la nave su cui farli.

I Doors, i Velvet Underground, i Jefferson, i Grateful Dead facevano sì musica psichedelica, ma in fondo in fondo c’era sempre una base da cui partivano, che poteva essere il blues come il jazz come anche il pop. Nel caso della musica dei primi quattro Pink Floyd invece tutto era ricondotto al viaggio, alla psichedelia senza freni, spudorata, quasi ridicola, che sembra prenderci in giro. Sia ben chiaro, il blues c’è e ci sarà sempre, ma qui è tutto fuori norma, tutto stravolto, tutto (lo dico…) perfetto (l’ho detto). Volete che vi dica le rilevanze storiche? Tutte. Volete sapere i gruppi che questo album ha influezato? Tutta la psichedelia di lì a venire nei secoli dei secoli amen. Ma basta con queste cose puramente tecniche. Dobbiamo andare, ci stanno aspettando… Telecronaca di un super Trip Pronti? Avete comprato il biglietto? Ok, allora partiamo. La Barrett & Company è lieta di iniziare il suo viaggio nello spazio: nella (astro)nave “Astronomy Domine” avremo un impulso radio che ci terrà in contatto col pianeta terra, niente paura, ma andremo verso il cielo e oltre, cari passeggeri. Le chitarre taglienti si mescoleranno col battito pulsante della batteria, il tutto per allietarvi questo viaggio, signori. In seguito con la nave “Lucifer Sam” andremo a far visita ai vari 007 e Arsenio Lupin della fantasia, assisteremo ai loro inseguimenti rocamboleschi, la furbizia sarà la nostra guida. Anche se ci sarà puzza di zolfo in giro, ma è tutto nella (non) norma, signori.

La “Matilda Mother” invece ci cullerà con una fiaba di un re, ma non preoccupatevi, diremo a Matilda di raccontarcene altre (”Oh, Mother, tell me more“). E ricordatevi che troveremo queste narrazioni fiabesche anche nel progressive a venire. Con il fuoco di “Flaming” rasenteremo la pazzia, signori, ma non prestate ascolto al non-sense di ciò che la Barrett & Co ci racconterà (”Alone in clouds of blue/lying on an eiderdown/lazing in the foggy dew/sitting on an unicorn“), fa parte del viaggio. Come la successiva e strampalata “Pow R. Toc H.“, stavolta senza testo, signori, per farvi apprezzare appieno un pianoforte blues con sottofondo di urli e versi non propriamente umani. Godetevi questa parte del viaggio signori, e non preoccupatevi di farvi del male, perchè dopo c’è il Doctor di “Take up thy Syethoscope and walk” a occuparsi di voi, anche se i suoi metodi non sono propriamente artodossi: il Doctor è in realtà un pusher, signori, ma accettate ciò che vi offre, non ve ne pentirete, ve lo assicuro! Anche perchè vi servirà, signori, perchè non so se riuscirete a sopravvivere al prossimo viaggio.

Siete Pronti? Sicuri? Bene, perchè la Barret & Co adesso vi offre il meglio del meglio, allacciatevi le cinture: “Interstellar Overdrive” parte e non aspetta nessuno. Vi sembrerà di essere in un film horror con tanto di mostri e streghe, per poi arrivare nello spazio, fino a raggiungere la pazzia, signori. State molto attenti, perchè questo lungo viaggio non lo si scorda facilmente… Allora, qualcuno si è fatto male dopo “Interstellar Overdrive“? No? Benissimo, signori, possiamo proseguire col nostro amico gnomo di nome Crimble Cromble, infatti in “The Gnome” la Barrett & Co ci farà capire come apprezzare la natura. Fidatevi, Tolkien non sarebbe stato capace di immaginarla così. E dopo le narrazioni del nostro amico gnomo, “Chapter 24” ci prenderà un po’ in giro, ci farà arrivare in uno spazio siderale un po’ pazzoide e ridicolo, signori, ma non preoccupatevi, fa parte delle visioni. Perchè ancora non lo avete capito? Sono tutte visioni, signori. E deve essere sicuramente una visione anche “Scarecrow” visto che il minimalismo strumentale di cui è fatto questo brano, oh pardon, viaggio, ancora non esiste adesso, nel 1967. Sarà sicuramente una visione, signori, o forse chissà, una previsione del futuro.

Ed è arrivato il momento di tornare a casa, signori. La Barret & Co vi offre una bella, strampalata bicicletta con “Bike” per ritornare da dove siete venuti, con tanto di campanelli, orologi e risate ossessive per svegliarvi. Ma un attimo: siete sicuri di voler tornare, signori? Vedo che alcuni di voi sono entusiasti, volete forse voi ripetere il viaggio? Bene, giusto in tempo. Riposizionate il vinile (rigorosamente vinile, signori, qua compact disc non ne accettiamo) e allacciate le cinture: la “Astronomy Domine” sta salpando…

Voto: 9

 

Info:

Tower, 1967

Psychedelic Rock

 

Tracklist:

01. Astronomy Domine

02. Lucifer Sam

03. Matilda Mother

04. Flaming

05. Pow R. Toc H.

06. Take up thy Syethoscope and walk

07. Interstellar Overdrive

08. The Gnome

09. Chapter 24

10. Scarecrow

11. Bike