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Nine Inch Nails: "The Downward Spiral"

  • Scritto da Orasputin

nine inch nails

Marzo 1994, nella Top Ten c'è qualcosa che non quadra

Il manifesto definitivo dell’industrial rock.

Ci sono voluti nove anni affinché la musica partorisse il nuovo capolavoro dell’industrial rock. Nel 1985 era stato Foetus a spaventare il mondo, nel 1994 la corona approda negli Stati Uniti, precisamente tra le mani di un asciutto capellone, Trent Reznor. Il disco è “The Downward Spiral”, la creatura i Nine Inch Nails. Originario della Pennsylvania, Reznor si è imposto come uno dei maggiori esponenti di quella generazione vuota e depravata che ritrovava nei suoi testi di sangue e merda la spinta al nutrimento, alla sopravvivenza.

Un po’ come Kurt Cobain e cento volte meglio di Marylin Manson, i Nine Inch Nails hanno composto musica pervertita per menti in cerca di rifugio, carneficina industrial che in partenza doveva restare di nicchia ma Satana volle si propagasse in tutto il mondo. Registrato a Beverly Hills nello studio dove Sharon Tate emise i suoi ultimi respiri, “The Downward Spiral”, è l’apoteosi di un lavoro lungo, complesso e maturo, uno di quei dischi da tenersi stretti semmai un bel giorno dovesse finire il mondo. Un opera d’arte che spaventa se la si ascolta in cuffia, di notte, al buio. Le influenze sono Depeche Mode e Skinny Puppy per la componente melodica, Foetus e Ministry per quella schiacciasassi. Unica (e fondamentale) differenza il fatto che Reznor componga tutto da solo, e questo significa “libertà assoluta di sperimentare qualsiasi cosa attraversi sponda destra e sinistra del cervello”, catturare suoni, ingabbiare rumori.

La storia del rock insegna che sotto l’effetto di droghe difficilmente si conpongono schifezze. “Mister Autodistruzione” rientra in tutto e per tutto in questa categoria. Riffs monolitici, percussioni electro tribal, decomposizione melodica, battiti sovrumani, per non parlare dello stile canoro, violentissimo ed emozionante, alone indelebile capace di sovrapporre all’anarchia sonora del metal il ripiegamento interiore e la ricerca sublime tipica dei songwriter di caratura globale. Marzo 1994: la primavera nera del rock americano. 5 dischi di platino per un concept dell’estremo come “The Downward Spiral” i bookmakers di musica statica non se li sarebbero mai aspettati. Tutte le tracce meritano un incubo notturno, e i testi fungono da profanatori dell’oscuro: “I’m the voice inside your head, I’m the lover in you bed, and I control you” nella devastante “Mr. Self Destruct”. “Your god is dead and no one cares, if there is a hell I will see you there”, nella fangosa “Heresy”. L’arte blasfema di mister autodistruzione raggiunge lo splendore nel testo di “Closer”: “I want to fuck you like an animal”. Erano talmente grandi da potersi permettere qualsiasi sforamento letterario. Un capitolo a parte per la leggendaria “Hurt”, coverizzata (non più) ultimamente da un ispiratissimo Johhny Cash. Avrà trovato nel testo di Reznor rimasugli di un passato travagliato?

Voto: 8,5


Info:

Interscope, 1994

Industrial

 

Tracklist:

01. Mr. Self Destruct

02. Piggy

03. Heresy

04. March of the Pigs

05. Closer

06. Ruiner

07. The Becoming

08. I do not Want This

09. Big Man with a Gun

10. A Warm Place

11. Eraser

12. Reptile

13. The Downward Spiral

14. Hurt