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Nick Cave & The Bad Seeds: "No More Shall We Part"

  • Scritto da Enrico Tallarini

nick caveE mai più ci separeremo

Ci sono dischi da lanciare dalla finestra e dischi talmente belli da farti venir voglia di lanciarti te dalla finestra.

Ecco, “No More Shall We Part” di Nick Cave alla mia persona fa un po’ quell’effetto lì. Dodici canzoni di quelle che una volta scritte si potrebbe anche morire, o quantomeno appendere penna e pianoforte al chiodo e richiudersi in convento.

Incredibilmente sottovalutato da una critica che storse il naso a più riprese, “No More Shall We Part” è il dodicesimo disco in studio per Nick Cave e i suoi Bad Seeds. L’australiano, faccia da maledetto e cuore tenero, inaugura il nuovo millennio creativo seguendo le orme del precedente “The Boatman’s Call”, raccolta di ballate al piano incentrate sulla fine di un amore (secondo molti la storia con la “West Country GirlPJ Harvey), e che continuerà due anni dopo con il più pacificato “Nocturama”. È comprensibile che questa svolta abbia lasciato interdetti tutti coloro che erano legati al Nick Cave degli anni ottanta, cantore dell’apocalisse e del male, tenebroso e oscuro.

Per fortuna Cave dimostra in poche mosse di essere un artista in continua evoluzione, fregandosene di mantenere le aspettative e i sorrisini dei tanti fan evidentemente solo di passaggio. Esplorare lande desolate e rimettersi in discussione solo per il piacere di farlo: Cave sfugge al pericolo di diventare la caricatura di se stesso e diviene un artista maturo, fissando per sempre il proprio nome sul muro dei grandi, quello dei Cohen e dei Dylan, per intenderci. Quando la vecchiaia porta consiglio. “No More Shall We Part” è il risultato anche di una nuova maniera di scrivere per Nick Cave. Un ufficio con scrivania vista muro, un pianoforte e una macchina da scrivere. Tutti i giorni per otto ore al giorno. Scrivere canzoni è un mestiere come un altro, e non serve cercare muse in giro per il mondo, quando ce l’hai dentro.

L’ispirazione non va cercata. Sarà lei a trovarvi. E se il risultati sono questi, non resta che aspettarla. Il disco si apre con “As I Sat Sadly by Her Side”, con la voce di Cave stranamente alta, un tono sopra il suo solito, che canta come un Bryan Ferry che guarda l’inverno da un vetro appannato. “E mai più ci separeremo” canta l’australiano in “And no more shall we part”, su un finale da lacrime sospeso tra gli archi e le angeliche voci di Anna e Kate McGarrigle, quest’ultima madre dell’enfant prodige Rufus Wainwright. “Hallelujah” è invece un viaggio tra infermiere e mucche marroni, concluso con un ritorno a casa che puzza di morte da far rabbrividire. Il violino di Warren Ellis (Dirty Three) disegna qui, come in tutto il disco del resto, delle onde sonore che sanno di miracoloso. “Love Letter” è una lettera d’amore, “una preghiera sussurrata al vento”, prima che i quindici piedi di pura neve bianca di “Fifteen feet of pure white snow” portino via tutti. Michael, Mark, Mona, Mary, sono tutti seppelliti dal bianco, dalla neve, qualunque cosa essa rappresenti.

Ed ecco ritornare Dio, presente più sulle tracce del disco che nella vita di tutti i giorni. “Dio è nella casa” canta e sussurra l’australiano nella struggente “God is in the House”, dipingendo una città pura e perfettina quanto asettica e malata. Una bella piazzetta, una donna come sindaco, niente crimine e niente paura, in uno stupefacente quadro malato e visionario. Spaventosamente visionaria è anche “Oh my Lord”, passeggiata di allucinazioni in crescendo con la tensione che sale e sale nella voce di Cave come nella orchestra Bad Seeds, sfociante in una richiesta di perdono al Signore mentre tutto intorno è tempesta. È la coppia Cave – Ellis, che qualche anno dopo sarà il fulcro di Grinderman, a sostenere la splendida “Sweetheart Come”, ballata dolce quanto una camminata sotto le stelle. La moglie addolorata di “The Sorrowful Wife” spinge l’unica vera sfuriata elettrica dell’album, con Cave che sul finale urla “E aiutami piccola, aiutami adesso, ero cieco, ero sciocco”. Di un’ intensità devastante è anche “We Came along this Road”, seguita da una ben più pacificata “Gates to the Garden”. Ma è “Darker with the day” a chiudere il disco. E se i vostri occhi sono ancora asciutti, sarà meglio che vi facciate curare. “Piccola, sembra passato così tanto tempo, da quando non ci sei più, sei andata via. E io, devo proprio dire che si fa sempre più buio con il passare del giorno” E il sole se n’è andato. E “No More Shall We Part” è finito. Che peccato.

PS: è banale da dire, ma ascoltare “No More Shall We Part” (come tutti dischi di Cave) tenendo i testi tradotti in mano è fondamentale per cogliere la bellezza di quest’opera. Farsi travolgere dalla voce di Cave che si destreggia sbrigliando e superando la metrica ne aumenta il valore e l’urgenza comunicativa.

Forse il disco più bello e appassionante degli ultimi dieci anni.

Voto: 9

 

Info:

Mute, 2001

Songwriter

 

Tracklist:

01. As I sat sadly by her side

02. And no more shall we part

03. Hallelujah

04. Love letter

05. Fifteen feet of pure white snow

06. God is in the house

07. Oh my Lord

08. Sweetheart come

09. The sorrowful wife

10. We came along this road

11. Gates to the garden

12. Darker with the day