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MARK LANEGAN: Whiskey For The Holy Ghost

  • Scritto da Tommaso Bertelli

mark lanegan I primi anni Novanta a Seattle son stati anni fighi. Lo si è detto in tutte le salse. Forse l’ultimo momento epocale nel rock contemporaneo, che contemporaneo non è più visto che son passati vent’anni. I primi anni Novanta a Seattle son stati fighissimi perché uscivano dischi pazzeschi, suonavano band incredibili e c’era un fermento che neanche nelle botti di vino buono. I primi anni Novanta a Seattle erano il momento giusto per fare musica rock.

Mark Lanegan era un campagnolo, veniva da fuori, da Ellensburg, c’aveva il gruppo più sfigato della compagnia, gli Screaming Trees, e c’aveva anche un diavolo per ogni capello lungo in testa. E un Cobain come miglior amico. Mix letale. Completamente controcorrente, il buon Mark, nel momento in cui la sua band finalmente può sfondare, con "Nearly Lost You" inserita nella colonna sonora di "Singles", si mette a fare il solista e a suonare canzoni blues e folk. Un pazzo! Un genio! Dopo una prima prova in sordina, ecco che al secondo tentativo arriva il capolavoro: "Whiskey For The Holy Ghost".

Tredici pezzi che affondano nella tradizione americana a piene mani, continuando a tracciare quel solco iniziato lungo i decenni da Johnny Cash, Leonard Cohen e Tom Waits. La voce di Lanegan è segnata da bourbon e sigarette, demoni e speranze infrante che manderebbero un gigante al tappeto. E il gigante al tappeto ci va dopo questo disco: abuso, overdose e disintossicazione. Un prezzo alto da pagare per quello che chi vi scrive considera il capolavoro della produzione solista del cantante di Ellensburg.

Non s’intravede via d’uscita dal mondo di "Whiskey for the Holy Ghos"t, odissea terribile e sofferente, tra alcol e Dio, come ben raffigurato dalla copertina del disco. Tutte le canzoni sono l’esteriorizzazione delle lotte interne di Lanegan, e anche "El Sol", apparentemente canzone di speranza, è in realtà una tremenda dichiarazione di impotenza: “The sun is gone, and that’a all i really know”.

È la disperazione il sentimento che pervade maggiormente il disco, quella disperazione urlata di "Borracho" e quella che unisce alla rassegnazione di "Dead On You", ma è "Kingdom on Rain" il pezzo che meglio rappresenta il disco: “Before I go I'll hang in a cross on nails, I hung on for you in there, a nd every kingdom of rain comes fallin' down”. Gesù Cristo è un pivello a confronto!

Voto: 8,5

 

Info:

Sub Pop, 1994

Songwriter

 

Tracklist:

1. The River Rise

2. Borracho

3. House a Home

4. Kingdoms of Rain

5. Carnival

6. Riding the Nightingale

7. El Sol

8. Dead on You

9. Shooting Gallery

10. Sunrise

11. Pendulum

12. Judas Touch

13. Beggar’s Blues