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Leonard Cohen: "Songs of Leonard Cohen"

cohen Dieci Songs di un Poeta ineguaglabile

Uno degli album più importanti e stupendi del secondo 900, di una delicatezza che rasenta la perfezione.

 

Ladies and gentleman, ecco a voi mister Leonard Cohen.

Poeta, scrittore, musicista, Leonard Cohen è tutto questo, e anche di più. Originario di Montreal, in Canada, e di origini ebree (particolare che sarà determinante nei suoi contenuti), Cohen è probabilmente il massimo esponente di una tipologia musicale individualista e personale, che ripiegava sui problemi dell’anima. Cominciò da ragazzo a suonare in un complesso di famiglia country, i Buckskin Boys, ma il suo debutto discografico era ben lontano. Quando era ancora all’università, pubblicò le prime raccolte di poesie, “Let us compare Mythologies” nel ’56 e in seguito “The Spice Box of Earth” nel ’61. Dopo aver vinto una borsa di studio, si trasferì in Grecia, dove diede alle stampe due stupendi romanzi, “The favorite Game” (1963), in cui viene narrata la storia di un giovane ebreo di Montreal dalla vena spiccatamente artistica, e “Beautiful Losers” (1966), in cui gli elementi religiosi assumono una veste sacrilega. Sono libri che faranno successo specialmente dopo anni dalla pubblicazione, ma la vita di Cohen è sempre stata vittima di una continua irrequitezza artistica e di un ombra oscura e depressiva, intimista e solitaria. Dopo la sua parentesi greca, si reca a New York, dove il folk rivoluzionario e totalistico di mr.

Bob Dylan la faceva da padrone, ed entrò in contatto con Judy Collins, che lo fece debuttare al festival di Newport, dove venne notato dal produttore John Hammond, che gli propose un contatto discografico. “Songs of Leonard Cohen” uscì nel 1968, quando Cohen aveva già 33 anni, probabilmente uno dei debutti più tardivi della storia della musica (debutterà a 33 anni anche Lisa Germano, nel ‘91, che può essere considerata sotto molti punti di vista l’alter ego femminile di Cohen) cosa che acquisterà un suo importante peso nell’economia della musica del canadese, perché non riesco ad immaginare quest’album realizzato da un ventenne o più. Nella musica di Cohen la maturità umana, prima che quella artistica, è un elemento imprescindibile e determinante, che lo mise in grado di affrontare temi in netto contrasto fra loro e anche scottanti per l’epoca (come il sesso o la religione) con una chiave di lettura però completamente nuova e “rivoluzionaria”: usando lo strumento del ‘songwriter’ Cohen rilegge questi temi in chiave umana e intimistica, ripiegando sull’anima, e sulle sue sfaccettature, un metodo lontano anni luce da quel “Flower Power”, dal “Peace & Love” e dalla cultura psichedelica che in quel periodo spopolava (e stava lentamente morendo), da quell’ambito del ‘songwriter’ alla Dylan, in cui si parlava di politica e di temi sociali, astatti ed estranei per l’uomo-Cohen.

Nella sua poesia il cantautore parlava di amore come sintomo di sofferenza, di sconfitta accettata e soggiogata, di religione come strumento di salvezza e di redenzione, ma anche di dannazione, parlava di emarginazione e solitudine, ma non nelle loro accezioni negative del termine: la malinconia in sé per sé non è un’emozione ‘negativa’, ma una sensazione poetica, e qui Cohen è il cantore per eccellenza di questa malinconia dolce ma struggente allo stesso tempo. La critica americana scrisse che gli album di Cohen erano “impossibili da ascoltare quando fuori splendeva il sole”, analisi magari crudele ed estremista, ma in certo qual senso azzeccata, in quanto è nella notte che ci si sente rinchiusi in se stessi, nella propria intimità e (perché no?) anche nei propri fantasmi. Questo poeta dalla “voce di rasoio” (altra espressione usata dalla critica americana) realizza questa sua immensa capacità di parlare direttamente al cuore nello spazio di sole dieci “songs”, realizzando a tutti gli effetti un vero e proprio capolavoro. L’iniziale “Suzanne”, stereotipo della ballata coheniana per eccellenza, e che entrerà di diritto nella storia della tradizione folk americana e non solo, è il ritratto della donna vista nella sua veste “totalitaristica” (Suzanne potrebbe essere un’amore perso, una vagabonda, una madre, la Madonna ma anche una prostituta, una ladra) idealizzata in ogni caso come salvezza ultima per l’anima, come qualcosa da cui non si può prescindere e a cui bisogna rimettere i propri peccati. Le tinte si fanno oscure con la successiva “Master Song”, in cui Cohen si cimenta in un testo-fiume su un arpeggio di chitarra classica quasi dark, dove il contrabbasso conferisce una grande sensazione di nevrosi, ma l’intervento in sottofondo di violini, tastiere, trombe e quant’altro conferiscono al brano una magia unica ed estraniante. E nonostante tutti questi strumenti il brano rimane sempre scarno, essenziale, condannato da un’esplosione sonora che non verrà mai, e dove Cohen magistralmente narra di sconfitti e vincitori, e di quanto sia sottile il confine fra loro.

E si prosegue con il flauto e il clavicembalo della successiva “Winter Lady”, dove i toni si fanno più caldi e pacati, pervasi da una dolcezza di fondo struggente ma anche da una semplicità immediata e che quasi sbalordisce. Qui Cohen parla ad una dama di ghiaccio, per cui lui è solo una fermata, una stazione, nel suo lungo viaggio. E di stranieri si parla in “The Stranger Song” che parte immediatamente con un arpeggio fatto di semplici accordi ma suonati molto velocemente (tecnica che diverrà poi un classico tipicamente coheniano) dove è appunto solo la chitarra a reggere l’intero brano, una canzone che pur scarna strumentalmente risulta completa, perfetta nella sua pochezza. E dai rimasugli di “The stranger Song” nasce il valzer malato di “Sister of Mercy” uno dei classici di Cohen, un brano da un’atmosfera malsana, dove è incredibile come ci siano una miriade di strumenti suonati col contagocce, che non invadono assolutamente il pathos del brano: i delicati sospiri di una fisarmonica, carillion in lontananza, un dolce xilofono, una chitarra arpeggiata stavolta in modo pacato, il tutto reso da tappeto per storie di prostitute, quelle che per Cohen sono sorelle della misericordia, sorelle a cui confessarsi, e a cui chiedere salvezza, tante Suzanne sul bordo di una strada, la donna-puttana che è contemporaneamente anche donna-angelo, finanche sorella e madre. Ma con “So long, Marianne” l’album ha un’impennata verso territori decisamente folk e country, una ballata nervosa e dolce allo stesso tempo, dove per la prima volta nell’album entra in campo un rullante che suona quasi a mo’ di marcia militare, dove i cori femminili piangono nel ritornello, dove il violino accompagna la voce e la chitarra in un vero e proprio viaggio verso Marianne, altro stereotipo della donna coheniana lontana e irrangiungibile, dove ci si scorda di pregare agli angeli, e loro si sono scordati di pregare per noi. Da perfetto crooner e cantastorie, Cohen ci rammenta qual’è il modo più giusto di dirsi addio in “Hey that’s no way to say Goodbye”, una delle canzoni più tristi, malinconiche, stupende dell’epopea del songwriter, recentemente utilizzate per uno spot pubblicitario della Bmw, dove sono ancora una volta sono chitarra e voce a reggere tutto, in lontanza cori di varie Suzanne si insinuano nei nostri animi.

Con “Stories of the Street” si scende nei bassifondi delle strade, fra puttane, barboni e falliti, uomini soli e bambini, dove il fato regge, impietoso, il destino di tutti noi, un brano in cui l’atmosfera è tesa fino ad un ultimo barlume di speranza subito imploso nella consueta rassegnazione di un destino inevitabile. E si arriva alle parabole conclusive di “Teatchers” e “One of us cannot be wrong”, la prima di una tensione quasi insopportabile, con un solo continuo di chitarra ad accompagnare tutto il brano, supportato da un arpeggio più nervoso che mai, dove la voce di Cohen per la prima volta risulta quasi stanca, piangente, sfibrata dal lungo viaggio delle prime otto “songs”, mentre nella seconda la stanchezza diventa consapevolezza, in un delicato valzer da brivido per desolazione e malinconia, dove chitarra e voce ci portano in territori desolati, poi un fiato e un fischio in lontananza, e un urlo di un ubriaco solo e in preda ai suoi fantasmi, che vagheggia nelle strade della città, immemore della sua maledizione… “Songs of Leonard Cohen” rimarrà uno degli album più influenti della storia della musica, vera e propria dimostrazione di come si possa creare un capolavoro musicale con un arrangiamento scarno e spettrale e con poetica e sentimento. Le sensazioni che questo assoluto capolavoro trasmettono sono di una intimità incredibile, che nessun album è riuscito e riuscirà mai a raggiungere. Il suo pessimismo universale, la sua voce rauca (e musicalmente mediocre), la sua chitarra, servirà da lezione per molti suoi famosissimi devoti, come il nostrano Fabrizio De Andrè, che realizzerà una stupenda cover in italiano di “Suzanne”, (e anche una cover di “Joan of Arc” contenuta in “Songs of Love and Hate“, del 1971) e in alcuni suoi album i riferimenti al poeta di Montreal saranno anche troppo espliciti, oppure Nick Cave che realizzarà a sua volta una cover di “Avalanche” contenuta sempre in “Songs of Love and Hate“(da ricordare, fra i suoi numerosi album, anche la rivoluzione quasi dance di uno dei suoi capolavori, “I‘m your Man“, dell 1988).

Ascoltare queste dieci songs è un’esperienza unica e irripetibile, farsi rapire da tutte queste storie di strada è uno dei più grossi regali che la musica possa fare a noi comuni mortali. Leonard Cohen si ripeterà con molti altri brani-capolavoro ma è quest’album del 1968 a segnare il punto di arrivo (e anche di inizio) della sua immensa e inimitabile arte di poeta, scrittore e musicista. E di essere umano.

Voto: 9

 

Info:

Columbia, 1968

Songwriter

 

Tracklist:

01. Suzanne

02. Master Song

03. Winter Lady

04. The Stranger Song

05. Sisters of Mercy

06. So long, Marianne

07. Hey, That's no Way to say Goodbye

08. Stories of the Street

09. Teachers

10. One of Us cannot be Wrong