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Joy Division: "Closer"

 

joy division closer Secondo e ultimo capitolo della breve e sfortunata saga dei Joy Division.

 

C’è qualcosa nella musica dei Joy Division che và oltre ogni limite umano. La cosa che più scandalizza è l’apatia, la distanza con cui Ian Curtis declama i suoi tetri versi, il nichilismo, e la freddezza, con cui questo ventitreenne cesella parola per parola il mosaico del suo addio alla vita. Sapeva già tutto, “Closer” sarà ‘solo’ il suo testamento, ma tutto è già scritto, nero su bianco. Già la copertina (scelta dal gruppo prima dell’uscita dell’album) risulterà profetica, in quanto mostra una foto realizzata sempre da Peter Saville nel cimitero monumentale di Staglieno, in Liguria, un’immagine funerea e macabra, tristemente solenne. E così, con quella lucida follia che contraddistingue tutti i testi di Ian Curtis, accompagnato da quella assurda e incredibile precisione strumentale, sadica e masochistica, fornita da Bernard Sumner (chitarra), Peter Hook (basso) e Stephen Morris (batteria), l’ultimo viaggio senza ritorno comincia, celebrando nel finale le proprie esequie in “The Eternal”. La batteria acquista un suono tribale, il basso recita la sua parte, in lontananza la chitarra emette versi di disintegrazione: “Atrocity Exhibition”, ispirata all’omonimo romanzo di James G. Ballard, comincia la sua danza frenetica. “Questa è la strada, entrate”, così Ian Curtis ci invita nel suo mondo di oscurità, il canto baritonale, sempre più simile a quello di un Jim Morrison delle tenebre, che descrive con precisione geometrica questa “Mostra delle Atrocità”: “Rifugi con le porte spalancate/Dove la gente ha pagato per guardare dentro/Si divertono osservando il suo corpo contorcersi/Nel fondo dei suoi occhi dice/’Esisto ancora’/Questa è la strada, entrate”. Una batteria ovattata fino ai limiti dell’elettronica, un basso saltellante e nervoso e scariche di sintetizzatori introducono “Isolation”, inaugurando per la prima volta quel sound che sarà poi dei New Order.

Qui Curtis descrive il suo stato naturale, quell’isolamento che per lui è sollievo e condanna, invocando il perdono della madre per quell’odio assurdo che serba per sè stesso: “Una cecità che rasenta la perfezione/Ma ferisce come qualsiasi altra cosa/Isolamento/Madre ci ho provato credimi ti prego/Faccio il meglio che posso/Mi vergogno delle situazioni/In cui mi sono cacciato/Mi vergogno di come sono/Isolamento”. Con “Passover” (“Trapasso”) Ian Curtis comincia a mettere nero su bianco. La fatalità della sua estrema decisione è cosa reale, oscuri segnali ne parlano: “Questa è una crisi che sapevo doveva arrivare/Demolendo l’equilibrio che avevo mantenuto/Nel dubbio, sconvolto e volubile/Incerto su ciò che verrà dopo/Privo di protezione e nutrice/Crolla tutto al primo contatto/Osservando il nastro avvicinarsi alla fine/Con crudele lentezza”. Ormai ha già deciso la sua sorte. In “Colony” una chitarra balbuziente introduce la descrizione di un mondo indifferente a tutto, senza valori, dominato dalle lacrime di chi viene abbandonato, e Curtis, solitario, descrive il suo senso di disadattamento, di estraneità a tutto ciò: “Non riesco a capire la ragione/Di tutti questi intralci/Niente vita familiare, ciò mi fa sentire a disagio/Da solo qui in questa colonia”.

Il puro rock gotico la fa ancora da padrone con “A Means to an End” (“Un Mezzo per una Fine”), in cui Sumner e Hook realizzano semplici giri, accompagnati dal ‘metronomo’ Morris, sempre più deciso a proporre tempi morti e ripetitivi fino a rasentare l’ossessione. Qui Curtis realizza le esequie della sua fiducia, tante le cose fatte in passato, ma tutte svanite nel vento: “Abbiamo combattuto per il bene, fianco a fianco/La nostra amicizia non è mai morta/Su onde straniere, gli alti e i bassi/La nostra immaginazione ha toccato il cielo/Consacrati all’immortalità con idee da dimostrare”. Ossessivamente ripete “Ho riposto la mia fiduca in te”, ma l’inutilità di tutto è sconcertante. Poi, signore e signori, arriva “Heart and Soul” altro capolavoro dei capolavori assieme a “New Dawn fades”, la quinta traccia di “Unknown Pleasures”. Qui i tre musicisti sono perfettamente in sintonia, riuscendo a realizzare qualcosa di disumanamente oscuro, abissale, in cui anche la voce di Curtis funge da elemento atmosferico, così bassa e distante che sembra provenire da una cripta. Il basso realizza il suo giro estraniante e catacombale, la batteria (sopra tutto) parte con un ritmo nervoso e ossessivo, la chitarra in lontananza vagheggia come un fantasma urlante e tragico. Per sei minuti il ritmo rimarrà sempre lo stesso, ripetitivo fino allo sfinimento, distruttivo, le nostre difese psichiche ridotte all’osso. Curtis, da perfetto cerimoniere, canta del dualismo ancestrale fra cuore e anima, simbolo di tutti i dualismi esistenti, in cui uno solo potrà vivere, mentre l’altro sarà costretto a bruciare, quale non ci è dato saperlo: “Istinti che possono ancora tradirci/Un viaggio che conduce al sole/Senz’anima e votato alla distruzione/Una lotta tra giusto e sbagliato/Prendi il mio posto nella resa dei conti/Io osserverò con occhio misericordioso/Chiedo umilmente perdono/Una richiesta che va oltre me e te/Anima e cuore, uno brucerà/Anima e cuore, uno brucerà”. Terribilmente stupenda.

Ma i capolavori non finiscono qui. Un mesto giro di basso fa partire la nervosa “Twenty-four Hours”, in cui per una volta la rabbia sembra ancora esistere, almeno nella sezione ritmica, in cui la chitarra vomita un riff distruttivo che subito dopo implode in una tacito accordo con l’oscurità e col suo signore, Ian Kevin Curtis: “Questa dunque è la stabilità/Vanto infranto dell’amore/Ciò che un tempo era candore/Ora si è capovolto/Una nube incombe su di me/Segue ogni movimento/Nel profondo della memoria/Di ciò che una volta era amore”. Ci ha provato ad uscire da questo tunnel claustrofobico, ma non ci è riuscito. Non c’è più nulla da fare. Il destino è già segnato. “The Eternal” ne sarà la triste cerimonia funebre. Dinanzi a questo assoluto capolavoro di tutta l’epopea dark e gotica si rimane distrutti, impotenti dinanzi alla stessa impotenza, sconvolti da un senso di solitudine e di inevitabilità. Una processione di oltre sei minuti, scandita dai tocchi solitari della batteria e da un pianoforte che piange e si dispera, in disparte, in una processione che prosegue, inesorabile, indifferente, con un passo lento e disperato, verso la propria meta, l’ Eterno. Curtis narra questo scenario con una voce per la prima volta distrutta, sfinita, come se provasse un sentimento di pena per se stesso, ma le lacrime ormai sono finite, neanche piangere ormai serve a qualcosa: “La processione avanza, il clamore è cessato/Sia lodata la gloria dei cari estinti/Discorsi ad alta voce mentre siedono intorno ai tavoli/Spargendo fiori lavati dalla pioggia/In piedi accanto al cancello in fondo al giardino/Guardandoli passare come nuvole in cielo/Nella foga del momento cerco di urlare/In preda a un furore che mi brucia dentro/Piango come un fanciullo, anche se/Questi anni mi fanno invecchiare”. Poi dichiara: “Accetto il patto infausto come una maledizione” e non gli rimane nient’altro, se non “osservare gli alberi e le foglie che cadono”. Tutto in questo brano (se così si può chiamarlo) è terribilmente vacuo e plumbeo, senza nessun spiraglio di luce. Capolavoro massimo.

L’ultimo viaggio termina con “Decades”, in cui , sotto una pioggia battente di sintetizzatori, Curtis si autoesclude da questo mondo, da questa generazione di uomini, di giovani, di cui non potrà mai far parte, in cui è sempre stato un estraneo, un osservatore esterno e disinteressato: “Ecco i giovani uomini, il fardello sulle spalle/Ecco i giovani uomini, dov’è sono stati?/Abbiamo bussato alle porte della più buia stanza dell’inferno/Spinti al limite, ci siamo trascinati dentro/Osservavamo dalle quinte/Scene che si ripetevano/Vedemmo noi stessi come mai ci eravamo visti/Ritratto del trauma e degenerazione/I dolori patiti senza mai essere liberi/Dove sono stati?”. Non gli rimane altro che andarsene, incompreso da tutti, in primis da se stesso. "Closer" è l’ultimo album dei Joy Division, il testamento spirituale di un cantante, ma soprattutto di un uomo, che si è arreso troppo presto. Ma la sua arte rimarrà per sempre nei nostri cuori e nelle nostre menti. L’ultimo grido di dolore non potrà cancellarsi mai più.

Voto: 8,5

 

Info:

Factory, 1980

Dark Punk


Tracklist:

01. Atrocity Exhibition

02. Isolation

03. Passover

04. Colony

05. A Means to an End

06. Heart and Soul

07. 24 Hours

08. The Eternal

09. Decades

 

Si ringrazia per le traduzioni dei testi il sito italiano dei Joy Division.