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Interpol: "Turn on the Bright Lights"

InterpolGirovagando per New York di Notte

Pochi se ne salvano, ancora più pochi vanno ascoltati negli ultimi tempi. “Turn on the bright Light” è uno di questi.

…E arrivarono gli Strokes a rovinare tutto.

Nel calderone di pseudo-gruppi del pseudo-rock attuale, sono veramente pochi quelli che si possono salvare, anzi a pensarci bene forse neanche uno. L’album di debutto degli Strokes non è stato forse il primo, ma sicuramente fu la “pietra miliare” (naturalmente un eufemismo…) del genere wave (ovvero una patetica rivisitazione in chiave spudoratamente pop della new wave ottantottina). Poi arrivarono i Franz Ferdinand, i Kings of Lion e tanti, tanti, tanti, tanti altri gruppettini macina-soldi pronti a mettersi in posa per le copertine di Rolling Stones, vestiti rigorosamente Versace o Armani o con qualcosa che i Velvet Underground neanche potevano sognare di comprarsi all’epoca (il gruppo più influente nella musica degli Strokes, anche se io mi chiedo dove). Questo filone wave, come già detto, mischiava la vecchia, mitica new wave made in Television con il pop, ma il pop di quello che si sente nelle top-ten radiofoniche dei singoli più trasmessi, non quello degno di ascolto vero e sentito. E oltre alle sonorità new wave (che come è noto non è un genere musicale, ma una corrente, un filone), dopo un po’ i giovincelli di adesso (oltretutto pieni di soldi: “Papà, mi compri la chitarra da 10.000 dollari? Voglio fondare un gruppo rock“. “Certo, caro! Tieni, comprati pure la Porsche.“) ci misero anche un po’ di dark. E vai, si parte per stuprare storicamente anche questo genere, col povero Ian Curtis che si rivolta nella tomba.

Ma a mio modesto parere c’è un album che si salva, un album che vale la pena di essere ascoltato, apprezzato, anche osannato. Quest’album è “Turn on the bright Light “, album di debutto della band newyorkese Interpol, datato 2002. E’ il 1998 quando quattro ragazzi di New York decidono di formare un gruppo: sono Daniel Kessler (chitarra) e Greg Drudy (batteria), a cui dopo va ad aggiungersi in seguito Carlos Dengler (basso e tastiere). Resta da trovare il cantante, che viene identificato nel biondo Paul Banks, anche chitarrista all’occorrenza. Dopo vari nomi anche un po’ ridicoli (vedi “Las Armas“), i nostri optano per il nome Interpol, ovvero il soprannome che Banks aveva da bambino. Già dalle prime session il suono era lugubre, ipnotico, psichedelico, insomma, in una sola parola dark. La fortuna degli Interpol forse è stata anche quella di perdere per la strada nel 2000 il batterista Drudy e assoldare il “signor” batterista Sam Fogarino. I giochi adesso potevano iniziare. Dopo alcuni concerti da gruppo-spalla, i 4 firmano per l’etichetta underground Matador, e dopo aver consegnato alle stampe un paio di LP (entrambi intitolati “Interpol“, e usciti nel 2000 e nel 2002) si chiudono in sala di registrazione per l’album ufficiale di debutto. Nasce così uno dei migliori album degli anni 2000, dall’ermetico titolo “Turn on the bright Light “, vero piccolo capolavoro di inizio millennio, una sinfonia pressocchè perfetta di tutto ciò che gli eighties underground ci hanno potuto regalare.

Benchè gli Interpol siano newyorkesi purosangue, di americano nella loro musica c’è poco: qualcosa dei primi R.E.M e dei Velvet Underground, ma per trovare le vere fondamenta su cui tutta la loro musica si eregge bisogna andare nell’altra nazione “musicale” per eccellenza, ovvero la Gran Bretagna, e più precisamente a Manchester. Già, perchè questi 4 ragazzi , più che di New York, sembrano nati e cresciuti (musicalmente parlando) a Manchester, e che abbiano ascoltato talmente tanto i Joy Division, i Cure (e un po’ anche gli Smiths) da aver trovato la formula perfetta per riunire i tre gruppi cardine della scena dark (e non) inglese in un unico patchwork musicale, chiamato Interpol. Già, perchè in questi tempi duri per il rock inventare qualcosa di nuovo è una bella sfida, e citare gruppi seminali senza cadere nel patetico (vedi Strokes) è ancora più arduo. E gli Interpol, che Dio mi fulmini se sbaglio, ci sono riusciti alla perfezione con il loro album di debutto. Unduci tracce, almeno quattro capolavori assoluti, più una manciata di ottimi brani, e la cosa più assurda è che niente di tutto ciò semba già sentito, ma sembra tutto incredibilmente nuovo, perfetto, elegante, raffinato, carico di pathos, di vere emozioni e sentimenti. Beh, a dire la verità più trascorrono i minuti più il “già sentito” si comincia ad avvertire nell’aria, più che altro per il modo di cantare di Paul Banks: ci si chiede se Banks non sia un figlio illegittimo di Ian Curtis, tanto sono simili i loro due modi di cantare. Per il resto chi regge il tutto con una maestria degna dei migliori alchimisti sonori è sicuramente il chitarrista Daniel Kessler, che con i suoi arpeggi tanto semplici quanto stracolmi di etereo pathos costruisce una precisione armonica che rasenta la perfezione sonora.

La sezione ritmica è perfetta, con quel basso che a volte fa da seconda chitarra a volte riffa splendidamente, e la batteria di Fogarino che è precisa e originale come poche, potente e allo stesso tempo evocativa e silenziosa. Nasce così “Untitled“, prima traccia (e primo capolavoro dell’album), un mantra soffuso, carico di atmosfera, due accordi reiterati da incipit e la batteria pesante che si impone su tutto, seguita a ruota dal basso, su tutto spadroneggia la voce distante di Banks, solamente due versi che introducono un finale da pop-noise (!) fino alla deriva musicale (cosmica) da cui nasce la nervosa “Obstacle 1“, sorretta da una batteria potente e da un basso scatenato, con le due chitarre a dialogare fra loro con pochi, semplici accordi, e la voce di Banks quasi disperata. Le atmosfere soporifere di “Untitled” rivivono con ancora più violenza in “NYC“, una dolce ballata da ascoltare di notte, mentre si guida a New York, in prossimità del Central Park, con una sigaretta come unica amica . I possenti riff di “PDA” e soprattutto il dance-dark di “Say Hello to the Angels” (pezzo che fungerà da base per la costruzione dell’album seuccessivo, “Antics“) dovrebbero costringere i Franz Ferdinand a fare il mea culpa per plagio, ma poi, signori e signori, si arriva alla perla del disco: “Hands away“. Il brano più corto per l’emozione più intensa, collocato nell’esatto centro dell’album, un altro mantra che perfeziona le precedenti “Untitled” e “NYC“, una perfetta progressione di suoni, un tappeto di tastiere che tocca pure vette di lirica, un suono imploso condannato a rimanere tale, fino alla disgregazione quasi materiale del suono. Capolavoro indiscusso degli ultimi anni. Con la successiva “Obstacle 2“, l’iniziale monologo di Banks fa da apripista ai riff potenti e precisi di Kessler, e ad un ritornello rabbioso ma calibrato. Altro piccolo capolavoro è la successiva “Stella was a Diver and she was always down“, brano lungo sia di nome che di fatto (6′: 27”), una ballata apparentemente convenzionale ma che nasconde al suo interno un vero e proprio raga, musica sofferta e calibrata, riff tanto elementari quanto contorti, con un Banks sempre più simile a Curtis, per un finale dal sapore vagamente pop. L’arpeggio frettoloso di “Roland” prelude forse al pezzo più debole del lotto, più hard rock (e punk) che dark ma ci pensano le successive “The New” e “Leif Erikson ” a pareggiare i conti, la prima introdotta da un mesto riff di basso che sfocia in sentita malinconia, e la seconda (altro piccolo capolavoro) che conclude degnamente l’album con una ennesima, riuscitissima cavalcata emozionale, dove forse il ritornello (se c’è) dura troppo poco, tanta è la sua bellezza.

Dopo il boom di “Turn on the bright Light ” e la successiva tournèe tutta rigorosamente sold-out, gli Interpol si ripresentano ancora per la Matador nel 2004 con “Antics” di cui solo due pezzi sono ai livelli del disco d’esordio (il singolo “Evil“, con uno storico riff di basso che probabilmente farà scuola, e l’emozionante “Take you on a Cruise“), per il resto il gruppo vira decisamente su un pop poco indie e molto radio (quindi più soldi), un pop, comunque sia, sempre di classe e barocco finche si può, ma mettendo da parte per l’occasione quelle influenze che tanto li avevano fatti esaltare agli occhi (e alle orecchie) della critica. E nel 2007 è la volta di “Our Love to admire” (stavolta per una major come la Capitol), dove le influenze ci sono eccome, fanno il loro atteso ritorno, ma quel “già sentito” di cui sopra comincia ad avere un certo (fastidioso) peso. Storia dei giorni nostri comunque. In ogni caso, “Turn on the bright Light ” è uno dei pochissimi album degli ultimi anni che merita di essere ascoltato, vissuto, amato e osannato. Le atmosfere al suo interno sono di rara perfezione, e il talento con cui i 4 newyorkesi hanno mischiato le loro influenze dovrebbe dare l’esempio a tutti i tanto pompati gruppi che presuntuosamente paventano di avere come influenze i Television, i Velvet Underground , i Joy Division, gli Stooges e chissà cos’altro quando invece al massimo possono vantare le influenze dei Backstreet Boys e dei Take That. Ahh, tempi duri questi. E se non ci fosse stato quest’album sarebbero stati di gran lunga più duri…

Voto: 8

 

Info:

Matador, 2002

Dark Wave

 

Tracklist:

01. Untitled

02. Obstacle 1

03. NYC

04. PDA

05. Say Hello to the Angels

06. Hands away

07. Obstacle 2

08. Stella was a Diver and She was always down

09. Roland

10. New

11. Leif Erikson