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Hawkwind: "Doremi Fasol Latido"

  • Scritto da R. Deep

hawkwind

Con quelli perdevi l’equilibrio, cadevi e vomitavi; con i bassi te la facevi nei pantaloni. Si potevano procurare attacchi epilettici con quell’apparecchio…Naturalmente non potevamo essere sicuri se fosse il generatore o se era perché avevamo condito tutto il cibo con l’acido prima del concerto” (dall’autobiografia di Lemmy)

 

Droghe allucinogene, concerti interminabili con suite di 3-4 ore, occultismo, coreografie stravaganti con ballerine poco vestite... sono solo alcune delle immagini e parole che potrei riferire al nome Hawkwind, i signori dello space rock, forse il termine più azzeccato per descrivere la proposta musicale del combo inglese guidato da Dave Brock (voce, chitarra, armonica e tastiera): rock che dopo essere stato nutrito a base di hard rock e psichedelia, è stato lanciato come uno shuttle nei meandri più oscuri del cosmo, utilizzando come carburante acidi e droghe varie e adottando come immaginario la letteratura di fantascienza ispirata alle opere di Michael Moorcock (il nome della band deriva proprio da un suo ciclo letterario dal titolo “Hawkmoon”).

“Doremi Fasol Latido”, terza opera, è anche il capolavoro che ne consolida lo status di cult band, un album magnifico sotto tutti i punti di vista, inevitabile punto di riferimento per generi successivi (non si parla solo degli sviluppi del rock psichedelico e dello stoner, ma anche del post punk, di qualcosa del dark punk anni ’80, del noise rock e dell’alternative in generale). Il punto di partenza sono le atmosfere del precedente e bellissimo “In Search Of Space”, strutturate in maniera più equilibrata e con maggiore attenzione al songwriting. “Brainstorm” con i suoi lunghi 11 minuti e 30 non è altro che il primo dei sette classici che compongono il disco: un riff a metà strada tra Blue Cheer e Blue Oyster Cult dà solo la parvenza di un qualcosa di convenzionale, basterà aspettare qualche istante e si verrà ricoperti da un imprevedibile colata di distorsioni, loop, suoni elettronici, batteria e sax impazziti, riff che si inseguono e si intrecciano in una scia che sembra senza fine; alla voce troviamo il poeta Robert Calvert, grande collaboratore della band anche nelle esibizioni dal vivo (quando riusciva a reggersi in piedi…).

Quella degli Hawkwind è musica che ha la caratteristica di ‘flusso’ o ‘corrente’, si parte dalla forma canzone, ci si perde nello spazio e nelle galassie, in un vortice fatto di suoni che si sovrappongono, si ritorna al punto di partenza. Musica altamente evocativa e suggestiva, perfetta colonna sonora alle immagini di una ipotetica ‘Odissea nel Cosmo’ come quella presentata dal capolavoro di Kubrick del 1968, percepibile ancor meglio e in tutta la sua essenza in condizioni e stati mentali alterati (gli Hawkwind sono la forse la band ‘da trip allucinogeno’ per eccellenza, il consumo di droghe non fu mai celato dalla band come dal suo pubblico, protagonista di un’epoca che di lì a poco sarà stremata dalla piaga dell’eroina).

Arpeggi di chitarra acustica sognanti e celestiali aprono la stupenda “Space Is Deep”, prima che il brano venga ulteriormente dilatato dall’ingresso degli altri strumenti, guidati dalle sonorità oniriche costruite dal synth (“Space is dark, it is so endless, when you're lost it's so relentless / It is so big, it is so small, why does man try to act so tall / Is this the reason deep in our minds”); “Lord Of Light”, anticipata dal breve intermezzo “One Change”, è un’emozionante cavalcata proto- stoner potente e profondamente psichedelica impreziosita dagli ottimi assoli e giri di basso di un giovane Lemmy Kilmister (avete capito bene), ovvero colui che anni dopo diventerà il leader dei Motorhead dopo essere stato silurato dalla band successivamente ad un arresto per possesso di un grammo di solfato di anfetamina scambiato per cocaina. Le sonorità acustiche rispuntano vigorose in “Down Through The Night”, una magnifica ballata la cui melodia vent’anni dopo avrebbe fatto sicuramente la fortuna di qualche inno grunge, mentre “Time We Left This World Today” è il lisergico ritorno al rock spaziale e allucinogeno di “Brainstorm”, arricchito da colpi ripetuti di wah wah e ritmiche semi-tribali. Spetta agli oscuri versi del folk visionario di “The Watcher” il compito di chiudere il disco, con alla voce un Nik Turner (sax, flauto e voce) non tanto sobrio a dire il vero.

Da segnalare nella ristampa del disco del 1996 la presenza della single version di “Lord Of Light” e di tre b-sides dalle sonorità prettamente hard rock che rispondo al nome di “Urban Guerrila”, “Brainbox Pollution” ed “Ejection”.

“A world imprisoned screams with pain There are no leaders you can blame Your avarice has destroyed your sphere And there's no room for you out here This is the end now.” (da “The Watcher”)

“La mia associazione con gli Hawkwind cominciò con DikMik, lo strumento che suonava nel gruppo era una piccola scatola con due manopole appoggiata su un tavolino chiamata Ring Modulator che in realtà era un generatore di suoni –sia alti che bassi- al di fuori del raggio uditivo umano.

Voto: 8,5


Info:

One Way Records, 1972

Space Rock

 

Tracklist (riferita alla ristampa del 1996):

01. Brainstorm

02. Space Is Deep

03. One Change

04. Lord Of Light

05. Down Through The Night

06. Time We Left This World Today

07. The Watcher

 

Bonus Tracks:

08. Urban Guerrilla

09. Brainbox Pollution

10. Lord Of Light (Single Version Edit)

11. Ejection