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Fugazi: "Repeater"

  • Scritto da Orasputin

fugazi

Fletti la Testa, ascolta Fugazi

 

Considerare i Fugazi tra le band più dotate e coerenti di tutti i tempi è il minimo che si possa fare. "Repeater" è il loro capolavoro.

C’erano una volta i Minor Threat, band capostipite del D.C. Core, animali da palco oltre che artefici dell’allora radicalissima filosofia Straight Edge: “Non bevo, non scopo, non fumo…almeno posso pensare”. Leader maximo fu un giovanissimo Ian Mackaye, padre spirituale dell’hardcore, le cui liriche ultrasociali integravano alla perfezione la violenza sonora di schegge che a malapena superavano i due minuti. Tre anni di prestazioni super (1980-83), centinaia di concerti ed un paio di E.P.; ma l’irruenza punk sta troppo stretta al suo leader, vitale il bisogno di rinnovarsi. E dopo averci provato con Embrace ed Egg Hunt, Ian Mackaye traccia la coordinata Fugazi, prelevando Guy Picciotto e Brendan Canty dai Rites of Spring, con Joe Lally al basso. La dinamite è piazzata. Il nuovo gruppo (il nome deriva da uno slang utilizzato dai soldati americani in guerra) incarna la naturale continuazione del percorso artistico di MacKaye, da frontman arrabbiato a songwiter hard-corizzato I primi EP (”Fugazi” e “Margin Walker“) sono due ottimi lavori, potenti ed acerbi quanto basta, una tavola calda di intrecci chitarristici e spunti vocali eccentrici. Li dove la graniticità del cantato di MacKaye non riesce ad emozionare, ci pensa la sfrontatezza del ballerino Picciotto (per le movenze sul palco) a tentar di tappare.

La formula è servita - chiamatelo post punk, chiamatelo post rock– fatto sta che per la prima volta l’hardcore esorcizza (ma non perde) l’attitudine primordiale, brutale e primitiva del punk per divenire campo di riflessione artistica musicale, più maturo e coscienzioso, d’avanguardia ed esistenziale. “Repeater“ (1990) è la prova tangibile di tale (rivoluzionario) cambio di rotta o punto di partenza, capolavoro di coerenza e coralità che va oltre ogni definizione “screditante” di musica. “Repeater” è anzitutto un disco forgiato con cuore e umiltà, l’arte del provocare di chi è consapevole di stare dalla parte giusta. “Repeater” è anti-sociale perchè dai fantasmi la società intende liberare. Tematiche attuali che sposano una genuinità compositiva altisonante e proiettano queste incredibili 11 tracks tra le migliori che siano mai partorite dalle menti di un quartetto a strumentazione classica, nella fattispecie due chitarre, basso e batteria.

Influenzati da Bad Brains, Gang of Four e Slint, i Fugazi spianano la strada al futuro emo-core (e non solo), sottogenere oggi criticatissimo e pullulante di boy band qualitativamente sconcertanti, dove ancora non si è capito che non basta solo una maglietta degli Smiths per essere cool. L’esatto opposto di quello che simboleggiaorono i 4 di Washington in 17 anni di anticonformismo: abbigliamento essenziale, atteggiamento anti-major, una longeva etichetta indipendente (la Dischord), concerti a prezzi popolari, e soprattutto un’intensa e magica intesa col pubblico. Gli stessi fans che permisero loro di vendere più di 200.000 copie coi primi tre album (”Repeater” circa 120.000), evento più unico che raro per una band tutto fuorchè mainstream. E’ altresì riduttivo considerare i Fugazi la logica prosecuzione di chi si è sempre nutrito a pane e harDCore; clamorose smentite arrivano dall’Italia (Marlene Kuntz e Linea 77 su tutti) e dal mondo (un nome a caso, Eddie Vedder). E nella collezione di ogni appassionato non manca certo una copia di “Repeater“, dove il punk rock si dilata e diviene post rock, e l’hardcore non più un pugno in faccia bensì una lezione etica.

Veniamo ai capolavori: “Turnover”, con quelle chitarre a sirena e l’intro vagamente Pere Ubu, è quanto di meglio come apertura un disco rock possa offrire. Le chitarre di Mackaye e Picciotto intessono trame aliene e ad incastro, linearità rasa al suolo nella sperimentale “Repeater”, dove alle incazzature vocali si alternano rumori industriali e frustate di batteria. “Merchandise” è la “Smells like Teen Spirits” di Washington, la canzone (per il suo schema classico), l’inno, la manifestazione del Fugazi-style, impatto sonoro tra i più devastanti in circolazione. Impeccabile la sezione ritmica, a scandire un cantato che si fa ironico e doppio nella seconda strofa (quasi a sfottere), ed il testo un grosso fanculo alla disumanità dalle multinazionali: “We owe you nothing, you have no control”. L’emozionante “Blueprint” è una mid tempo di stati d’animo, progressione sofferta, indovinata e pantomimata da un Picciotto nei sublimi panni del filastrocchiere catartico: “Frustrating, frustrating, always waiting for the bigger axe to fall”. “Sieve-Fisted Find” è un trascinante boogie rock imperniato di sonicità e tribalismo, abilissimo nell’esplodere in un finale assordante e fragoroso. I Foo Fighters devono la vita ad un pezzo come “Styrofoam”, uno dei massimi riff stoppati di sempre. Power rock serrato, violento e disperato, ideale alla prorompenza vocale di un Mackaye a dir poco scatenato. Cigolii di porta, “Shut the Door” chiude i battenti: una suite di indie rock ascetico. I Fugazi sfiorano il top, ma pagano il debito a Pere Ubu e Wire. Il filtro di originalità sperimentato funziona meravigliosamente, 5 minuti (solo 5 minuti) che sono una goduria dall’inizio alla fine, a conferma del decorso che investe ogni singolo strumento: basso quasi dub, chitarre ora pulite improvvisamente distorte, partiture dilatate, attimi di pathos, calma piatta, dirompenze noise. “I burn a fire to stay cool, I burn myself, I’m the fuel / Have you ever been cruel?” . Tutto ciò che l’hardcore non aveva mai dato, sta qui! Paragonarli a Bob Dylan è un po’ troppo fuori luogo, ma considerare i Fugazi tra le band più dotate e coerenti di tutti i tempi è il minimo che si possa fare. Seminali.

Voto: 8,5

 

Info:

Dischord, 1990

Post Rock

 

Tracklist:

01. Turnover

02. Repeater

03. Brendan #1

04. Merchandise

05. Blueprint

06. Sieve-Fisted Find

07. Greed

08. Two Beats off

09. Styrofoam

10. Reprovisional

11. Shut the door