Menu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Loading

Doors: "The Doors"

the doors Il Mito in un Disco

Il capolavoro (forse assoluto) della storia del rock.

Nel gennaio del 1967 la piccola casa discografica Elektra pubblicò il primo album di un gruppo di Los Angeles, che si era però già fatto le ossa con alcune discusse esibizioni dal vivo. Il gruppo era formato da John Densmore, batterista di impronta jazz e blues ma anche abile nei ritmi latini, Robbie Krieger, geniale e capacissimo chitarrista, che sapeva spaziare dal blues al flamenco al jazz, maniacale utilizzatore della tecnica del finger-picking (o del bottleneck), Raimond Daniel Manzarek, tastierista dalle solide basi musicali classiche con una predilezione mai troppo celata per il blues e capace di realizzare anche melodici giri di basso, e infine un capellone affascinante e talentuoso come cantante, amante della poesia (in particolare Blake e i poeti maledetti francesi): il suo nome era James Douglas Morrison. “The Doors” è un album che fonde omogeneamente diverse tematiche e diverse interpretazioni come pochi altri album possono vantare nella storia della musica, figlio dello straripante talento di ogni singolo musicista del gruppo, in cui regnava un affiatamento collettivo che ha dello sbalorditivo. È cosa nota e risaputa che pochi altri gruppi nella storia, oltre ai Doors, possono vantarsi di aver avuto talenti simili nel loro collettivo (i Jefferson Airplane, i Rolling Stones e i Led Zeppelin), dove lo scopo era unitario e consequenziale, dove ognuno recitava la propria parte perfettamente, seguendo dogmi ben precisi che però nessuno aveva mai stabilito.

Il blues, il rock, la rivisitazione della psichedelica in chiave swing, blues, lisergica, quasi barocca di Manzarek, i ritmi a volte latini, a volte dilatati, a volte classici di Krieger, il potente ed evocativo drumming di Densmore, il fascino tenebroso di Morrison, e i suoi testi esoterici e provocatori, infarciti di riti demoniaci e autolesionisti, la fusione di tutto ciò è la genesi di quest’album fondamentale per tutta la storia del rock, capolavoro indiscusso e mai ripetuto negli anni a venire. Basterebbe solo i due tiratissimi minuti e mezzo del pezzo iniziale per far entrare di diritto l’album nella storia: “Break on Through (To the other Side)” comincia quasi in sordina con un giro di basso di Manzarek seguito dopo qualche secondo dalla chitarra tagliente di Krieger, che si cimenta in un riff quasi alla Kinks, con Morrison che comincia a declamare i suoi versi: ”Sai che il giorno distrugge la notte/La notte divide il giorno/Cercando di correre, cercando di nascondere…Ho trovato un isola nella tue braccia/Un paese nei tuoi occhi/Braccia che ci incatenano/Occhi che mentono…Sfonda dall’altra parte/Sfonda dall’altra parte”. Il brano continua con un riff tagliente quasi rock-punk, in un’orgia di ribellione assoluta. Con due minuti e mezzo di durata, il primo inno generazionale dei Doors è così servito su un piatto d’argento. Poi si entra nella cucina dell’anima. “Soul Kitchen” è introdotta dall’organo di Manzarek che recita un blues sporco e quasi jazzante, l’atmosfera è sospesa, pseudo-malsana, fino all’esplosione finale, col solo di Krieger a dettar legge. Con “Crystal Ship” si entra nelle ballate oniriche, esoteriche e quasi demoniache di Morrison, quei riti satanici del sonno inconscio, in cui il cantante, col suo canto tenero e baritonale, invoca un altro bacio: “Prima che scivoli nell’inconsapevolezza/Mi piacerebbe avere un altro bacio/Un’altra luminosa opportunità per la beatitudine/Un altro bacio”.

Il canto è sospeso fra il basso e la batteria, e l’arpeggio quasi impercettibile della chitarra e dell’Hammond si librano nell’aria, in una tensione lisergica (liturgica) splendente: ”Navigando ci incontreremo ancora” promette il Dio Lucertola. Con il passaggio leggero di “Twentieth Century Fox” l’atmosfera si fa rockeggiante, priva di tensioni, realizzando il ritratto di una donna “volpe” affascinante e pericolosa (“Lei è una volpe del ventesimo secolo/E’ la regina della freschezza/E’ la dama che aspetta/Fichè la sua mente lasciò la scuola/Non esita mai/Non sprecherà mai il suo tempo/In discorsi banali/Ha il mondo chiuso in una scatola di plastica”), per poi passare al surrealismo ironico da cabaret di “Whiskey Bar (Alabama Song)”, remake di Kurt Weill e Bertold Brecht, in cui Morrison cerca un bar e un whiskey, lasciandosi dietro tutti i problemi: “Mostrami la strada per il prossimo Whiskey Bar/Non chiedere perché/Se non lo troviamo ti dico che dovremo morire/Luna dell’Alabama/Dobbiamo dirci addio/Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma/E abbiamo bisogno di whiskey/Mostrami la strada per la prossima piccola ragazza/Non chiedere perché/Se non la troviamo ti dico che dovremo morire…”. Non c’è più nessuno a badare su di noi (“We’ve lost our good old mama”) e un bicchiere di whiskey è come una piccola ragazza da cui non si può prescindere. La canzone verrà coverizzata anche da David Bowie.

E siamo arrivati ai sette minuti e più del classico dei classici: “Light my Fire”, canzone epocale e stupenda, sminuita solo dalle innumerevoli cover realizzate negli anni a seguire. È una delle prime vere odi al sesso di quegli anni, entrò nel music business su scala mondiale “infuocando” letteralmente tutto un sistema, quel sistema americano fatto di puritanesimo e di benpensanti. Qui Morrison recita la parte che probabilmente gli è riuscita meglio in tutta la sua carriera, quella del “sex symbol”, dell’uomo bellissimo e maledetto: “Il tempo per esitare è finito/Non c’è tempo per sguazzare nella melma/Prova, potremo soltanto perdere/E il nostro amore diventa una pira funeraria/Forza baby, accendi il mio fuoco/Cerca di infuocare la notte”. Solo undici versi, che realizzano un ritratto quasi drammatico del sesso come fonte di perdizione e condanna. Dopo il cantato vi è la leggendaria parte strumentale basato sul duetto Manzarek-Krieger, in cui la stupenda melodia dell’Hammond regge l’assolo sensuale della chitarra che si protrae per circa quattro minuti, per lasciar spazio infine agli ultimi versi in cui il Lizard King venera ancora il dio fuoco. Per onor di cronaca il pezzo fu scritto da Krieger, come molti altri. Con “Back Door Man”, cover del bluesman Willie Dixon, Morrison rincara la dose: “Sono l’uomo della porta accanto/Gli uomini non sanno/Ma le piccole ragazze possono capire” fino ad arrivare a dire: “Ho mangiato molte più galline di quante qualsiasi uomo ne abbia mai potute vedere”. È una continua ode al sesso, e sopratutto a se stesso come dio della sensualità, quella che Morrison realizza nei suoi versi, ma è anche una venerazione autolesionista di un continuo malessere esistenziale. Secondo dei tre inframezzi leggeri, “I looked at you” si sorregge sulla solita melodia azzeccata di Manzarek e Krieger e su un ritornello quasi rabbioso (a dispetto di un testo che non si può certo definire “impegnato”, che ricorda alcuni dei testi dei Beatles, quasi a voler creare una rivalità che non sarebbe potuta mai esistere a conti fatti), per poi proseguire con la seconda ballata onirica dell’album: “The End of the Night”, magistrale rito di iniziazione alla notte, una ninnananna da film dell’orrore (la fine della notte come la fine dei sogni, spartiacque fra il noto e l’ignoto, una delle tante “porte della percezione”), in cui Krieger fa bella mostra del suo tocco trasognante e demoniaco, e in cui Morrison si autoproclama dio maledetto: “Prendi la strada verso la fine della notte/Fai un viaggio al brillare della mezzanotte/Reami di beatitudine, reami di luce/Alcuni sono nati nella dolce delizia/alcuni sono nati in una notte senza fine”. E se il terzo inframezzo leggero, “Take it as it comes” (letteralmente “Prendilo come viene”) smorza i toni quasi giocosamente, sulla scia di una “Light my Fire” più menefreghista, ci pensa l’ultima traccia del disco a scrivere pagine e pagine della storia del rock.

Perché adesso, signore e signori, è arrivato il momento della fine. ”The End” nasce in primis sullo stile di “Crystal Ship” e “The End of the Night” (verrà utilizzata anche da Francis Ford Coppola per il suo capolavoro, “Apocalypse Now”). Se fino a quel momento l’album era una continua venerazione al sesso e ad un malessere di vivere tragico e decadente, e alle “porte della percezione”, con “The End” entra in campo il preciso concetto della morte, tema solo citato in precedenza. È il mito di Edipo in chiave rock, sviluppato in undici lunghissimi minuti di ritmi orientali e barocchi, mischiati a psichedelia pura e dalla potenza evocativa inaudita, a litanie bibliche e sataniste, un’improvvisazione strumentale ma soprattutto emozionale, un ralenti che cresce, che sfocia in una tensione da paradosso, vero punto di arrivo e (probabilmente) di non-ritorno per la psichedelia tutta. “Questa è la fine, bellissima amica/questa è la fine, la mia unica amica/la fine di tutti in nostri piani elaborati/la fine di ogni cosa che c’è/la fine, niente sicurezza o sorpresa/la fine, non potrò mai più guardare nei tuoi occhi ancora una volta/Puoi ritrarre quello che sarà/così illimitato e libero/Disperatamente bisognosi della mano di un estraneo qualsiasi/In una landa desolata”. Il film (perché di film si tratta) prosegue con la voce narrante, inscenando omicidio e incesto: “L’assassino si svegliò prima dell’alba/si mise gli stivali/Prese un volto dall’antica galleria/e proseguì lungo il corridoio/Raggiunse la stanza dove viveva sua sorella/E allora…/Fece visita a suo fratello/E allora lui…/Proseguì lungo il corridoio/Arrivò a una porta/Guardò dentro/’Padre?’/’Si, figlio?’/’Voglio ucciderti’/’Madre, voglio scoparti tutta la notte!’ ”.

Finisce così uno degli psicodrammi più violenti (e famosi) della storia (forse solo la Lisa Germano di “Geek the Girl” si è avvicinata a cotanta violenza psichica), i riflettori puntati sull’assassino e sulla vittima, che in tale contesto diventano la medesima persona, un delirio figlio della storia personale di Morrison (in una intervista arriverà a dichiarare che la sua famiglia era tutta deceduta in un incidente stradale, cosa storicamente falsa, perché erano tutti vivi e vegeti), e della sua voglia di autodistruzione prima morale che fisica. Fra sussulti e grida di jaggeriana memoria (Mick Jagger può essere infatti definito a tutti gli effetti il Jim Morrison britannico), la violenza che Morrison fa a sé stesso va avanti: “Forza, baby, prendi una decisione con noi/E incontrami dietro il bus blu/Uccidi…uccidi…uccidi…”. La capacità di Morrison di cantare e declamare nello stesso momento è uno dei punti di forza di questo capolavoro, così come la sezione strumentale, non più semplice musica d’accompagnamento per la voce, ma vero e proprio set cinematografico, vera coreografia di avvenimenti e colpi di scena, funzionale alle ‘storie’ morrisiane di inconscio stuprato e di viaggi fuori dalla normale concezione umana, capace di creare una tensione tutta particolare, evocativa, struggente e arrabbiata nello stesso momento.

È quasi impossibile non sentirsi il cuore stretto in una morsa quando Morrison urla i suoi deliri, impossibile non sentirsi prigionieri di qualcosa di sconosciuto, il vecchio serpente dalla pelle fredda è stato cavalcato per tutte e sette le lunghe miglia, fino al lago, fino all’ovest, dove ci aspetta la nostra unica, bellissima amica, la fine (Ride the snake/To the lake/He’s old/And his skin is cold/The west is the best/Get here and we’ll do the rest). Il viaggio finisce con quest’ultimo capolavoro che spiazza l’ascoltatore. Con “The End” i Doors raggiunsero l’apice della loro arte (si avvicinerà di molto a questo brano “When the Music’s over” contenuto in “Strange Days“, uscito nell’ottobre di quello stesso anno). Ma nonostante il nome del brano (”la fine”), questo sarà soltanto l’inizio della leggenda dei Doors.

Voto: 9,5

 

Info:

Elektra, 1967

Psychedelic-Blues Rock

 

Tracklist:

01. Break on Through (To the Other Side)

02. Soul Kitchen

03. Crystal Ship

04. Twentieth Century Fox

05. Whiskey Bar (Alabama Song)

06. Light my Fire

07. Back Door Man

08. I looked at you

09. End of the Night

10. Take it as it comes

11. The End