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Converge: "Jane Doe"

  • Scritto da Joshuapibody
Converge L’urlo del Silenzio

Le categorizzazioni non mi sono mai piaciute, tanto meno il prefisso post di fronte alla parola hardcore, parole in libertà che riflettono il vuoto mentale e concettuale di fronte a gruppi e suoni che vanno oltre schemi già predefiniti. Ma se dovessi definire con una sola parola il quinto album dei quattro di Salem, l’unica che mi verrebbe in mente sarebbe questa. Lo dice il nome stesso, "Jane Doe", qualcosa di non identificato o identificabile, ma che nell’anomia e nel silenzio fa sentire la sua voce.

Oltre l’hardcore, il metal, il noise, questo è il lascito di Jacob Bannon e compagni a tutti quei pochi che nel 2001 hanno voluto cimentarsi con questo assalto sonoro fatto dei riff lattiginosi di Kurt Ballou e Nate Newton , rispettivamente chitarra e basso che si perdono in sfuriate punk hardcore sorrette dal suono energico e tridimensionale della batteria di Ben Koller, accompagnate dal raschiare della voce di Jacob Bannon, carta vetrata per le nostre orecchie fino a diventare quasi melodica nei passaggi più emozionali. E' un disco da ascoltare dall’inizio alla fine senza interruzioni, dal silenzio rumoroso di "Concubine", la traccia di apertura, che diventa una sfuriata noise-grind che in un minuto e venti o poco più dice tutto su quello che ci aspetta, un supplizio lungo 44 minuti che si apre in inaspettati fraseggi quasi progressivi, cavalcate epiche in cui il consueto latrato di Bannon diventa più melodico, emotivo con "The Broken Vow", o "Heaven in Her Arms" con quell’attacco che sembra una calata di aquile che diventano avvoltoi, per poi chiudersi con un rallentare furioso e doloroso.

La chiusura e affidata al trittico "Phoenix in Flight", "Thaw" e "Jane doe", in cui la rabbia si placa per lasciare spazio ad uno sludge epico e ambientale che ricorda i momenti più spaziali di band Come Isis e Neurosis, per poi risalire con un mathcore dilatato e sfondato in "Thaw" e ricadere infine in uno sludge infarcito di noise, con l’emozione che vola via portata dalla chitarra di Ballou e in cui il latrato si trasforma in linea melodica, per poi rallentare, fermarsi e ripartire fino al fragore della chiusura nell’omonima suite finale.

Molti lo hanno chiamato mathcore, altri metalcore o emoviolence, ma pochi (tra cui Coalesce, Botch, Poison The Well ) come loro sono riusciti ad unire frustrazione, rabbia ed emozione in un crescendo unico che lascia il cuore frantumato e nelle orecchie l’eco della fenice in fiamme.

 

Info:

Equal Vision Record, 2001

Post hardcore