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Breeders: "Last Splash"

  • Scritto da Orasputin
the breedersLe Sorelle Deal e il Destino del Rock

I /le Breeders, ovvero uno dei migliori side project della storia del rock, si formano a Dayton (Ohio) per volontà di una Kim Deal che stufa di farsi “schiacciare” da Frank Black nei Pixies recluta Tanya Donnely (Throwing Muses), Josephine Wiggs (Perfect Disaster) e Shannon Doughton (Slint), idea di fondo quella di suonare un indie rock originale e contaminato, fronteggiando tematiche si vicine al movimento femminista delle Riot Grrl ma a stretto contatto coi tempi; una nuova ottica, un approccio diverso, più “post”, colorito, aperto, meno politicizzato. Ne vengono fuori 4 dischi, di cui almeno uno memorabile: il primo (“Pod”) viaggia su binari pixiani, il secondo (“Last Splash”) deraglia completamente, investendo oceani surf, praterie pop rock e cieli psichedelici. Se il vino è Leonard Cohen, la birra i Pantera e le canne i Portishead, allora le Breeders sono il cocktail, quel bel Mojito che ti vai a sorseggiare in un bar.

 

L’Agosto “infuocato” dell’Alternative Rock

Nel 1993, a garantire il salto di qualità ci pensa Kelley Deal (sorella “tossica” di Kim), chiamata a sostituire la Wiggs al basso: l’intesa fra le due è ineccepibile, il sound ne guadagna in efficacia ed imprevedibilità, adesso è ancora più fresco e grintoso (producono Kim Deal e Mark Freegard). Anche la band ne trae profitto: “Last Splash”, grazie al singolo “bomba” “Cannonball” con tanto di video by Spike Jonze e Kim Gordon, vende il triplo delle copie dell’omonimo Lp di Frank Black. La sfida è vinta, ma il confronto non è solo commerciale, dato che l’album in questione possiede tutte le carte in regola per aggiudicarsi un posto d’onore nella top ten anni Novanta, leggermente sotto ad un “Geek the Girl“ , ad un “Good“. Il songwriting “spruzza-idee” della Deal, le notevoli incursioni musicali, l’esperienza e l’altissima qualità di ogni singolo pezzo ereggono le Breeders a specie rock’n'roll rara dell’era grunge. Kurt Cobain le adorava, la 4AD se le teneva strette, tutti invidiavano la loro micidiale capacità di comporre motivetti psycho-pop insidiosi come zanzare, graffianti come venticello estivo su una decappottabile (ogni riferimento al retro del disco non è puramente casuale). Ispirate dal folk punk delle Raincoats, le sorelle Deal “prestano” oggi i loro accordi a supergruppi quali Queens of the Stone Age e Weezer.

L’assalto di “New Year”, brano d’apertura del disco, ne è la conferma: come i Replacements negli eighties, anche le Breeders divengono portavoce di un decennio, un decennio che hanno cercato di raccontare e cambiare, rientrando pertanto nel calderone delle band generazionali. Nella mitica “Cannonball” pare di ascoltare i Beatles sotto mentite spoglie. “I know you’re a little Libertine“ sussurrano le sorelle, ma è quella sghemba chitarrina maniacale a fare la differenza. La dolcissima “Invisible Man“, col suo andamento soave ma distorto, ribadisce gli stilemi della cavalcata indie: “E’ l’uomo invisibile, cattura lui se è possibile“. “No Aloha” è semplicemente fantastica, una delle migliori 10 canzoni degli ultimi vent’anni, pratica e disincantata, intro surf e parte distorta. Da ascoltare e riascoltare, cocktail in mano mi raccomando. “Roi” è un esperimento di psichedelia chitarristica con tanto di intermezzo alla Klaus Schulze, potrebbe riaccendere il fuoco dei primi Marlene Kuntz, esalta le qualità soniche del quartetto. “Do you love me now”, cantata all’unisono dalle sorelline (dimenticavo: Kelley non è in buoni rapporti con le droghe), è il più classico dei proclama amorosi: “Cmon cmon come back to me right now! Cmon cmon come on”.

La strumentale “Flipside” è una saetta garage surf suonata per far male, mentre “I just wanna get along” (sorretta da una trascinante linea di basso) assume le candenze sensuali di un boogie rock ultramoderno: “We were rich once, before your head explodes (…)If you are so special why aren’t you dead…”. “Mad Lucas” è una ninna nanna blues solitaria; “Divine Hammer” rievoca i Cure di “Boy’s don’t cry“, ne viene fuori il pezzo più pixiano dell’album: “I’m just looking for one divine hammer/I’d bang it all day“. “S.O.S.” è una mazzata power pop : suoni, echi, riverberi, (soprattutto) distorsioni allarmano lo spettatore. Il loop chitarristico di tale pezzo viene utilizzato dai Prodigy nel loro cavallo di battaglia, l’aclamatissima “Firestarter“. “Saints” è un personale tributo al genio di Cobain, trame vocali vagamente nirvaniane, sorrette dalla voce (ironica) di una Kim Deal sempre più in palla con la nuova creatura. Una certa stravaganza musicale si propaga anche nelle liriche: ” I like all the different people (…) Hot metal in the sun, pony in the air, sooey and saints at the fair”.

La chiusura è affidata alla perfezionismo country pop di “Drivin’ on 9“, un pezzo dai mille rifacimenti audio video su YouTube. Outro permettendo, si chiude una dei viaggi più entusiamanti dell’alternative rock, testimonianza artistica tra le più interessanti e (dimentico) profonde di un certo modo di intendere il rock d’oltremanica. Il songwriting acrobatico della coppia che scoppia, una delle poche a raccogliere i meritati frutti di un innato talento…”No Aloha” è eccezionale.

Voto: 8

 

Info:

4ad/Elektra, 1993

Alternative Rock

 

Tracklist:

01. New Year

02. Cannonball

03. Invisible Man

04. No Aloha

05. Roi

06. Do you love me now

07. Flipside

08. I just wanna get along

09. Mad Lucas

10. Divine Hammer

11. S.O.S.

12. Hag

13. Saints

14. Drivin’ on 9

15. Roi (reprise)