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Autechre: "Incunabula"

  • Scritto da Captain Acid Brain
autechre Uno dei primi enigmi da decifrare, una volta preso tra le mani questo disco, é riuscire a capire come pronunciare il loro nome, cosa non facile tanto che gli stessi si sono dovuti scomodare per risolvere il problema.

Hanno detto “pronunciatelo come volete!”… contenti loro! Paranoie linguistighe a parte, “Incunabula” é l’opera prima del duo inglese capitanato dai dj Sean Booth e Rob Brown, alfieri della scena techno-ambientale di inizio anni 90, uscito sotto etichetta Warp, ai più conosciuta per le pubblicazioni di Aphex Twin e dei Boards of Canada su tutti. Manifesto dell’elettronica di fine millennio, gli Autechre rielaborano le intuizioni di Kraftwerk e Tangerine Dream con le nuove pulsioni “discotecare” di scuola acid-house, dando forma ad un’opera che sembra concepita in una “placenta bionica”, una dimensione priva di punti di riferimento, una realtà autistica dove l’ascoltatore null’altro può fare se non abbandonarsi all’inesorabile fluire etereo, rinunciando a spiegazioni razionali in grado di scorgere un disegno nascosto dietro le loro algide partiture. Gelidi sin dal’intro “Kalpol Intro“, gli Autechre sono in grado di costruire un sound amorfo e destrutturato, a tratti a(ut)musicale, come del resto molti episodi nel disco in questione.

Dopo l’immersione a freddo nel plasma ancestrale, “Bike” é il chiaro esempio dell’influenza break-beat che i due hanno assorbito e reinterpretato in chiave ambient, episodio di reminescenze giovanili sempre sbandierato. Del resto la successiva “Aut Riche” altro non fa che chiarire questo punto. Una delle lezioni che questo disco impartisce é, come del resto già accennato, il fatto di dare alla musica un’andamento disorientativo, ritmo e torpore che si intrecciano e spesso confondono. Dopo la fluida “Bronchus“, “Basscadet” é un castello di cristallo che si scoglie e scompone a ritmo di beat martellanti e asettici, una cascata di sporie celestiali che si disperdono nello spazio. L’esperimento trova di fatto riscontro in “Eggshell“, mastondotica prova di quasi dieci minuti, un’ignezione di tecnho nelle vene della kosmische musik di tedesca memoria. Non a torto infatti si é preferito riferirsi a loro con il termine di intelligent-tecnho, sottolineando il loro distacco intellettualoide dalla gretta rave-music, proprio grazie al fatto di essere stati in grado di porre una netta linea di confine nei confronti di questa scena. E come non essere daccordo (una volta tanto) dopo “Doctrine“, una sfuriata psicofisica al limite della drum&bass più allucinata. Qui la realtà, o quella che sembra esserne una sua proiezione mentale, si avviluppa su stessa per poi spegnersi in un buco nero.

Che gli Autechre abbiamo interiorizzato in maniera quasi ingegneristica le lezioni dell’ambient e dell’elettronica, dandone poi quel tocco quasi umano che non ti aspetti, é forse la miglior descrizione che “Mafti” merita. Questa infatti é la cosa che più sconvolge, l’essere in grado di interpretare con synth, campionatori e drum-machines varie, rigorosamente analogiche, un mondo che prende forma nel cervello e che, una volta trasposto nella realtà esperenziale, sembra, a primo impatto, aver perso qualsiasi carattere riconducibile in modo razionale all’essere umano. La kilometrica “Windwind“, prima, e la chill-outesca “Lowride“, dopo, sintetizzano questa teoria che forse ai più sembrerebbe esagerata e magari anche superba nel suo cercare di interpretare quel nesso tra l’impalpabilità del fluire interno e la precisione e razionalità che da sempre connota la macchina. Come tutte le astronavi, gli Autechre decollano e atterrano. “444” sembra così una di quelle coordinate che guidano gli astronauti verso la fine del loro viaggio, un crescendo percussivo e ossessionante di muri deformati a ritmo di caos, l’esperimento più riuscito di questo lavoro quasi futuristico, se si pensa che qui le coordinate temporali segnano 1993.

In conclusione é così quasi doveroso cercare di dare un’inquadratura, per quanto personale e abbozzata, all’apporto che gli Autechre hanno dato all’elettronica, ovvero una sorta di spirale in cui umanità e macchina si scambiano continuamente di ruolo, dove ciascuna é pronta a fare le veci dell’altra, se non addirittura a rubarne l’identità. “Incunabula” é proprio questo, una dimensione all’interno della quale l’unica condizione che permette di restare a galla é quella del completo abbandono al continuo fluire, fluire che disorienta e non da alcuna possibilità di ancoraggio, un gioco dove le parti si scambiano, si confondono per poi annullarsi completamente. Anche l’elettronica ha un cuore, ma di ghiaccio!

Info:

Warp, 1993

Ambient-Techno

 

Tracklist:

01. Kalpol Introl

02. Bike

03. Autriche

04. Bronchus 2

05. Basscadet

06. Eggshell

07. Doctrine

08. Maetl

09. Windwind

10. Lowride

11. 444