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Alice in Chains: Dirt

  • Scritto da Loredana Coco

alice in chains dirt Gli Alice In Chains si formano nel 1987 a Seattle, dall'incontro presso il Music Bank Rehearsal Studios tra Layne Staley (ex Sleeze e Alice N’Chainz) e Jerry Cantrell (già con Mike Starr e Sean Kinney nei Diamond Lie).

Il fatto di provenire da Seattle ed affontare tematiche introspettive li ha spesso collocati nel filone grunge, ma il gruppo - a differenza dei propri concittadini - predilige un approccio heavy metal più che punk rock.

Nel 1989 si accasano alla Columbia Records; l’anno successivo, dopo aver inciso l’Ep “We die Young“, debuttano con il metallico “Facelift”, ottimo esordio anche dal punto di vista commerciale. In vista del secondo attesissimo disco realizzano il formidabile Ep “Sap”, che vede la partecipazione - nello pseudonimo “Alice Mudgarden” - di Mark Arm e Chris Cornell nel brano “Right Turn“. L’inedito “Would?” ed un’apparizione live nel film “Singles“ di Cameron Crowe ne accrescono ulteriormente la fama. Nel settembre 1992 esce “Dirt“. Come si evince dal titolo, spudoratamente nel brano “Junkhead” (testa di tossico), il disco è incentrato sulla tossicodipendenza di Layne Staley.

Un LP cupo, ipnotico e “disperato”. Un urlo stentoreo introduce la cruda e polverosa “Them Bones“, Layne vomita tutta la sua rabbia, recintata da muraglie di granitici riff: “I believe them bones are me(…) toll due bad dreams come true I lie dead gone, under red sky“. Lo sfogo prosegue nella devastante cavalcata di “Dam that River“, il brano che più si riallaccia alle sonorità di “Facelift“, in cui Staley ”rivolgendosi” alla droga afferma: “Tu sei il serpente che voglio calpestare“. Ci si impaluda sempre di più, nell’acid blues psichedelico di “Rain when I die” Layne si domanda se la morte lo chiamerà per nome al momento cruciale…sa solo che “pioverà quando morirò“. La voce che a tratti assume la cadenza di una cantilena è in grado di trasmettere tutto il disagio e l’angoscia che il cantante cerca (invano) di esorcizzare.

Affogata in un intro di basso cavernoso, ”Sickman” si dirama tramite accelerazioni bestiali, arpeggi ed incursioni ipnotiche ma cullanti, un incubo che si ripete e pare non dare tregua. L’andamento è quello di un vecchio curvato sotto il peso degli anni: “che differenza fa, morirò in questo mio mondo malato/ Posso vedere la fine che si avvicina”. L’osannatissima “Rooster” è una ballata dedicata da Jerry Cantrell a suo padre (soprannominato Rooster nella guerra del Vietnam). La vertiginosa “Junkhead” è un resoconto sulla dipendenza di Layne Staley, il quale afferma quasi ironicamente “What’s my drug of choice? Well, what have you got? I don’t go broke and I do it a lot“. Al di là della spavalderia, è consapevole che una volta entrato nel tunnel non sarà facile uscirne, troppo riduttivo giudicare e dispensare consigli quando non si bolle nel brodo in prima persona.

L’orientaleggiante “Dirt” è un inabissamento nelle sabbie mobili di un deserto infuocato, Staley è consapevole che quella sostanza che gli permette di vivere prima o poi canterà vendetta: “One who doesn’t care is one who shouldn’t be“. Dall’urticante “blasfemia” di “Godsmack” - intessuta da una voce vibrante a tratti sguaiata - si passa all’alienazione di “Hate to feel“ , hard blues al fulmicotone, con un Cantrell che resuscita il fantasma hendrixiano che è in sè. “Angry Chair” ha la candenza di una messa sabbatica, ritornello melodico dal retrogusto crudo e micidiale: “Non mi importa, si non mi importa , ho smarrito la mia mente“. “Down in a Hole“, capolavoro del disco, è una ballata malinconica in cui le voci di Staley e Cantrell si amalgano alla perfezione (da non sottovalutare l’importanza del secondo nella stesura e nell’esecuzione dei brani). Il testo parla chiaro: “solo in un buco e non so se potrò essere salvato (…) Guardami ora un uomo che non vuole lasciar vivere se stesso (…) Solo in un buco, sentendomi così piccolo, solo in un buco ho perso la mia anima, mi piacerebbe volare ma le mie ali sono state negate“. Come si può ascoltarla senza avere un trattenuto in gola? “Would?” (scritta prima di tutte le altre) è il brano più grunge del disco, collocato alla fine ne rappresenta la sentenza definitiva: nessuna speranza di redenzione, solo un conto alla rovescia.

Purtroppo le profezie di Staley e le insistenti voci sul suo stato di salute trovano riscontro il 19 aprile 2002 (a circa 20 venti giorni dal decesso), quando viene trovato morto nel suo appartamento di Seattle. Un epilogo triste, se si pensa che negli ultimi anni viveva completamente isolato. Come dimenticare il percorso intrapreso con gli A.I.C. ed il meraviglioso “Above” con i Mad Season? Ma soprattutto, come avere la presunzione di sostituire (nelle recente reunion dei tre quarti del gruppo) una voce così ”rara” e inconfondibile?

Voto: 8,5

 

Info:

Columbia Records, 1992

Grunge

 

Tracklist:

01. Them Bones

02. Dam That River

03. Rain When I Die

04. Sickman

05. Rooster

06. Junkhead

07. Dirt

08. God Smack

09. Intro (Dream Sequence)

10. Hate to Feel

11. Angry Chair

12. Down in a Hole

13. Would?