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Afghan Whigs: "Gentlemen"

  • Scritto da Gli Osservatori Esterni

afghan whigs gentlemen

Etichettati frettolosamente come grunge band, gli Afghan Whigs da Cincinnati (Ohio) si contraddistinsero per uno stile unico e viscerale, più consono ad una notte di sesso che al calvario di un eroinomane solitario.

Il loro sound, congedando robuste radici hardcore (Husker Du e primi Replacements su tutti), ha rimescolato trascorsi country blues in un’asfissiante miscela di acid rock che nasconde nelle liriche di un Rimbaud contemporaneo quale Gregg Dulli l’encomiabile chiave di castità. Dulli dispone di un sex appeal fuori dal comune, fascino dark e carica felina da singer frustrato che riesce a farsi desiderare anche con una semplice boccata di sigaretta. Di tre cose non può fare a meno: tabacco, alcool e (sopratutto) donne. L’amore è il tema che più ricorre nei suoi testi. Memorabile l’idea di piazzare un posacenere sulle aste dei microfoni.

Alla lezione Dulliana prendono parte il batterista Steve Earle ed il micidiale Rick McCollum, chitarrista d’assalto. Nell’Olimpo del rock anni Novanta vi subentrano nel 1993, con il quarto lavoro in studio (il primo per la Elektra): “Gentlemen”, animale soul pronto a sbraitare, sinuoso come il fondoschiena di una spogliarellista in un fumoso bar di periferia.

Il sound trova consolidazione, l’impatto è granitico, tutti gli elementi sono perfettamente bilanciati. A differenza dei precedenti lavori, qui è tutto più avvolgente, lo dimostrano spruzzate di archi e violini ad impattare muraglie di implacabili riffs e vocalizzi maestosi. In copertina, così come nel booklet, bambini che “si credono” adulti sono la conferma di quanta disperazione/confusione ci sia nelle liriche di Dulli, fortemente autobiografiche e scioccanti. In quanto profeta di un universo cupo e solitario (quello privato) Dulli non ha mai funto da portabandiera della x generation, fenomeno sociale ad immagine e somiglianza dei vari Replacements e Sonic Youth. L’incipit sussurrato di “If were going” è quanto di meglio l’oscurità possa offrire prima di un eterno sonno, ma è solo un falso allarme perché la carica emotiva di “Gentlemen” irrompe bruscamente, senza lasciare scampo.

Il lavoro musicale è impressionante (chitarre taglienti, drumming intraducibile), ancor più da pelle d’oca è il gesticolio vocale di Dulli, che alterna ”richiami” potentissimi ad una carica sexy inarrestabile. Il singer bello e dannato che si definisce una testa di cazzo l’amaro tema di “Be sweet“, una dolce ballata con tanto di “strupro chitarrstico” nel bel mezzo di un carezzevole pathos: “Ora sto bene, ma prima o poi mi troverò fregato, perchè lei vuole amore, e io voglio ancora scopare“. Nel dramma funkeggiante di ”Debonair“ risubentra il “comunismo” di gruppo, parità di ruoli, coesione e lavoro sporco sugli strumenti. “When we two Parted“, scritta con McCollum, serpeggia in un mid tempo di psichedelia pop. “Fountain and Fairfax” è emo rock all’ennesima potenza: drumming ancestrale, sovraincisioni di slide guitar, una malinconia di archi, pianoforte e svettate vocali impressionanti. Il testo dovrebbe riportarsi interamente: “Angelo, avvicinati così che la puzza delle tue bugie possa affondare nella mia memoria“

Un discorso che prosegue nella successiva “What Jail is like“, dove la cupezza riverberata delle chitarre insegue un piano avvolgente, per poi eiaculare in un ritornello d’assalto reso ancora più massiccio da una sezione d’archi penetrante. Capolavoro del disco.

“My Curse“, cantata da Marcy Mays degli Scrawl (una Patti Smith del movimento Riot Grrrl), è un tramonto pop soul dalle venature blues, ad immortalare la maturazione di una band che partendo dall’hardcore è approdata all’art rock. La potenza commovente di “Now you know” - 4 minuti di goduria totale - prende piede da gioe e tormenti amorosi, e Dulli con la sua Telecaster quasi a zittire quel fantasma “marcio” che è in sè: “Well, baby now it’s through“. “I keep coming back“ è la cover di un pezzo cantato da Tyrone Davis (in ambito blues, Gregg Dulli conoscerà un alleato di fuoco in Mark Lanegan), mentre la conclusiva “Brother Woodrow/Closing Prayer” è una dilatazione strumentale malefica.

Dopo aver ascoltato questo splendido disco, non esitai a definirli il miglior gruppo rock del pianeta. Ebbene sì, per un paio di mesi la sono stati veramente.

La colonna sonora di una notte a luci rosse.

Voto: 8,5

 

Info:

Elektra, 1993

Alternative Rock

Tracklist:

01. If I were going

02. Gentlemen

03. Be sweet

04. Debonair

05. When we two Parted

06. Fountain and Fairfax

07. What Jail is like

08. My Curse

09. Now you know

10. I keep coming back

11. Brother Woodrow/Closing Prayer