Menu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Loading

Il Gioiellino (A. Molaioli)

  • Scritto da Michele Ciliberti

il gioiellino

il gioiellino
Il caso Parmalat può considerarsi un caso indicativo per comprendere il modo di agire, pensare e vivere dell’uomo troppo ambizioso. Una persona conscia delle proprie capacità, che a volte trasforma la rincorsa alla realizzazione personale in avidità, rincorsa forsennata di risultati e minimizzazione della portata delle proprie azioni in nome di una visione superiore.

“Il gioiellino”, ricostruzione delle vicende Parmalat, viene costruito proprio su questo livello, una focalizzazione dettagliata (forse troppo) sul piano individuale di tutta la vicenda. La storia viene sviluppata a partire dall’inizio degli anni ’90, quando Amanzio Rastelli (uno spento Remo Girone) comincia a pensare di lanciare la propria azienda di prodotti agroalimentare verso est e verso l’Europa, drogato dalla caduta della barriera sovietica e con le lusinghe del mondo politico e di quello imprenditoriale. Ad affiancare Amanzio è Ernesto Borra (Toni Servillo), ragioniere ligio al dovere, capace nel mestiere e fedele ad una visione del lavoro quasi religiosa, per la quale ogni sforzo è finalizzato all’Idea che ha della propria azienda, a qualsiasi costo, sempre però secondo un paradigma morale. Ernesto è la protesi di Amanzio seppur in ottica parallela, in quanto egli vede la propria azienda come un figlio da assecondare e amare, a qualsiasi costo, anche se ciò vuol dire commettere degli errori. In tutto il film si ha così lo sviluppo dei profili di questi due personaggi e della galassia di individui che ruotano attorno ad essi.

Il regista Andrea Molaioli (“La ragazza del lago”) propone la figura dell’azienda proprio come un insieme omogeneo di tutte queste personalità, le quali verranno sfiancate da quel mercato globale nel quale si ritrovano invischiati e nel quale perderanno l’azienda, la reputazione e la libertà. E proprio su questo punto che il film trova il limite più grande. A “il gioielliere” non era certo richiesto di costruire un’inchiesta-documentario o una docu-fiction sullo scandalo Parmalat, ma almeno di tracciare con meticolosità e giusto peso quello che l’evento è stato per la storia recente italiana. Uno degli scandali finanziario più grandi della storia della penisola sembra semplicemente ridursi a una degenerazione delle debolezze di due uomini di provincia. L’incapacità di Ernesto di parlare inglese, l’ingenuità di Amanzio nel pensare la propria creatura, l’incapacità di affrontare la diversa matrice culturale dei mercati dell’est, l’impreparazione nell’affrontare il meccanismo finanziario mondiale, il cambio politico rappresentato dalla Seconda Repubblica: una serie di “nemici” che diventano attenuanti nel giudicare i protagonisti e le loro responsabilità. “Il gioiellino” diventa quindi quasi una parabola ben costruita per affermare che le colpe per il crac siano più da impuntarsi alla dannata ambizione degli uomini e al sistema diabolico che ruota intorno al mondo dell’economia più che in rapporto a delle colpe più sistemiche e totalizzanti. Su questo punto non staremo certo qui a discutere, non è il compito di chi “osserva” un film giudicare un sistema e i fenomeni che lo regolano, ma certamente questa scelta registica finisce per influenzare la resa narrativa della pellicola.

Tutti quei colpevoli morali, infatti, non vengono inglobati direttamente nella storia, ma diventano comparse cattive alle quali affibbiare ogni colpa. Essi scorrono sullo sfondo, vengono nominati nei momenti più dolorosi per i lavoratori della “Leda”, vengono condannati moralmente nei titoli di coda. Non entrano mai nelle vicende, non diventano mai personaggi, non influiscono sullo sviluppo della narrazione (ma solo in quella della storia in sé), ma vengono facilmente additati come colpevoli morali, così da minimizzare il ruolo dei protagonisti. Ad essi vengono soltanto attribuite “colpe umane”, come la necessità di salvaguardarsi quando si sono trovati sull’orlo del precipizio e quello di aver fatto tutto quanto per amore dell’azienda nata da una semplice bottega da salumiere. Una visione poetica accompagnata da una serie di eventi tutti ben costruiti e puntualmente calibrati nella struttura totale, ma i quali certamente non bastano per dare una visione d’insieme di ciò che è accaduto nella complessa vicenda Parmalat. Insomma, “il gioiellino” è un film formalmente più che sufficiente, dignitoso nella forma ma sfuggente e furbesco nella ricostruzione storica. Perché di questo si tratta, di una ricostruzione di una vicenda storica. E quando si parla di Storia determinate scelte narrative non possono essere prese così alla leggera ma vanno affrontate con coscienza e come una ben precisa missione artistica.

Voto: 6

Info Film:

Italia, Francia 2011 Con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa

Durata: 110 min Drammatico