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Harry Potter e i Doni della Morte - Pt. 1 (D. Yates)

  • Scritto da Marco Guardanti

harry potter e i doni della morte locandina

harry potter e i doni della morte locandina
La saga delle saghe arriva al suo pre-epilogo: ma tutto il mordente che sa mantenere è dovuto più alla possente eredità dell’immaginario Rowlinghiano, che alla messa in scena filmica.

Scivolare tra le maglie di un fenomeno generazionale non è mai cosa facile. Quando finirà “Twilight” sarà battaglia tra gli adoranti depressi e i polemici irritati. Quando finì “Dawson’s Creek” fu battaglia tra senso di smarrimento e percezione di salvezza. “Harry Potter” non può fare eccezione, anzi. Si erge a matrice assoluta, autentico archetipo della saga contemporanea per antonomasia. E, come tale, non può che dividere inesorabilmente. Di certo, c’è che la fine è (quasi) arrivata. “Harry Potter e i Doni della Morte” è il penultimo appuntamento in sala con le gesta del fu maghetto bambino, ormai ragazzo fatto e finito, con i classici occhiali tondi che stonano un poco sul suo viso spruzzato di barba. Come il libro in primis, anche il film si discosta dalle consuetudini più consolidate della serie e si fa più lento, angoscioso, introspettivo. Non poteva essere altrimenti.

Il familiare scenario di Hogwarts è lontano anni luce per Ron, Harry ed Hermione. I tre amici maghi sfuggono ad assalti mortali e partono alla ricerca dei sette Horcrux: i frammenti in cui Voldemort ha disgiunto la sua anima. Distruggerli è l’unico modo per sconfiggere il signore oscuro, che nel frattempo getta le maligne basi per il suo regno di terrore. Non ci sono certezze, non c’è la voce calda di un Silente a guidare il cammino, solo una radio che fa la conta dei supersiti. Niente quidditch, erbologia o Balli del Ceppo.

I ragazzi sono soli con loro stessi, esuli, spaventati. Dispersi. Il film è tutto qui. Per metà un movie on-the-road (sulla scia di materializzazioni varie), che si fa anche viaggio introspettivo tra paure, tormenti e amicizia. Per l’altra metà, è una sorta di “giallo”, con i protagonisti che tentano di ricostruire a posteriori le tappe principali della storia di Voldemort e di Silente, partendo da un passato oscuro per muoversi verso un futuro incerto. Se il primo aspetto è quello più riuscito, l’altra faccia della medaglia fa acqua da tutte le parti. Le scoperte più importanti (ricordate RAB? No? Poco male, quasi non lo nominano) e le deduzioni topiche (boccino, vuoi un bacino?) vengono proposte con una fiacchezza a dir poco snervante. L’intero film, infatti, è permeato da un’atmosfera lenta e stancante, come se l’estenuante viaggio dei protagonisti si riversasse anche sul pubblico in sala. E se, da un lato, l’immedesimazione gioca così un ruolo importante, dall’altro il ritmo della vicenda perde qualsiasi tendenza al climax e si fa scorrimento lineare, fin troppo tendente al piatto. Alcuni scossoni ci sono (su tutti il racconto della storia sui Doni della Morte: pochi minuti di autentica narrazione fiabesca) ma non riescono ad animare la fiamma di un’esposizione sottotono, capace di ravvivarsi un poco solamente quando vengono mostrati i cattivi.

Paradossalmente infatti, come spesso era già accaduto, colui che presta il nome all’opera è il suo punto meno brillante. Daniel Radcliffe e la recitazione non sono mai stati amici stretti (così come David Yates e la regia, a dirla tutta!), e di fronte ai progressi degli altri attori, lo scarto non può che risaltare in modo allucinante. Come anticipato, l’impressione conclusiva è che questo prequel al gran finale non potrà che dividere. Da un lato, ci saranno i fan entusiasti. Essi percepiranno i cambiamenti come evoluzioni: meglio di chiunque altro sapranno, loro che all’epoca del primo film frequentavano le medie o dintorni, cogliere la parabola di crescita e di divenire insita nella saga. Dall’altro, ci saranno gli insoddisfatti cronici. Essi, di contro, si soffermeranno sulle mancanze o sulle differenze rispetto al libro, inevitabili nonostante la divisione in due parti del film. E dire che è stata attuata per permettere una maggiore “aderenza $trutturale”!

In mezzo a questi due estremi, una larga parte di spettatori, sia che abbiano letto i libri oppure no, potrebbe tentare un’operazione esemplificativa per quanto inattuabile: provare a spogliare “Harry Potter e i Doni della Morte” dai riferimenti all’immaginario di “Harry Potter”. Un’eresia, chiaramente. Ma se per assurdo pensassimo di considerare questo film non come il settimo tassello di un colossale, potentissimo mosaico, ma come un semplice prodotto creativo, forse riusciremmo a osservarlo meglio. Prendere consapevolezza di questo paradosso significa prenderla anche dei limiti che porta con sé e scorgere il film per quello che è davvero: una sostanziale anticamera grigia. Speriamo conduca a una camera come si deve. Magari, una Camera dei Segreti. E chissenefrega del 3d.

Voto: 6

Info Film:

USA, Gran Bretagna 2010 regia di David Yates con Daniel Radcliffe, Emma Watson, Rupert Grint, Helena Bonham Carter,Bonnie Wright Durata: 146 min Fantastico