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Alice in Wonderland (T. Burton)

  • Scritto da Michele Ciliberti

alice in wonderland

alice in wonderland
“Alice in Wonderland” è una fiaba digitale. Una storia ottocentesca raccontata attraverso la più avanzata tecnologia. Un esperimento che attira ma al contempo intimorisce come il tennis sulla Wii, “Delitto e Castigo” come e-book, “The Wall” in mp3.

Live action, grafica computerizzata, performance e motion capture annientano l’immaginario soffice del mondo di Alice e ne sconvolgono il ricordo, dimostrando come la forma influisce irrimediabilmente sul contenuto. La storia e i personaggi sono quelli del primo capitolo della storia, questa volta però Alice (Mia Wasikowska) è diventata donna, si ritrova in un momento difficile della vita e grazie al viaggio nel Paese della Meraviglie riesce a capire cosa vuole dal futuro e dagli altri.

Tim Burton ha affermato che non ha voluto minimamente riformulare le vicende del libro di Lewis Carroll “Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò”, sequel del primo libro dell’autore. Proprio questa scelta di evitare aggiunte alle vicende incide irrimediabilmente sulle sorti del film. Infatti se da un lato la storia si presta a infinite interpretazioni ed elaborazioni artistiche, dall’altro lato permetterebbe ulteriori invenzioni visive, maggiori panoramiche sui vari personaggi e la riformulazione di archetipi ottocenteschi in chiave moderna. Le vicende sono invece narrate solo per rispondere alla necessità di raccontare Alice e il suo mondo, ma senza l’impeto inventivo che di solito contraddistingue il cinema di Burton.

La concatenazione di eventi di “Big Fish”, la fluidità narrativa di “La fabbrica di Cioccolato”, l’empatia tra i diversi personaggi di “Edward Mani di Forbice” vengono questa volta a mancare. Ogni evento è fine a sé stesso, ogni scena è targata Burton ma è di proprietà di Lewis. Vi sono genialità artistica e onnipotenza visiva del regista americano, ma vi sono solo minimamente le sue invenzioni e il suo modo di immaginare mondi e andare oltre essi. Alice sembra stia affrontando i vari livelli di un gioco, dove al primo step deve incontrare il Bianconiglio, poi lo Stregatto, poi il Brucaliffo e via così.

Queste creature sembrano poi squisitamente fittizie e digitali, non riuscendo mai a sembrare realmente presenti nelle prossimità di Alice. Questa sensazione è amplificata dall’elementare uso della grafica, non confrontabile alla magnificenza visiva di "Avatar". Il confronto è dovuto in quanto paragonabili sono i mondi. Se Jake visitava Pandora scoprendo visionarie meraviglie e creature inimmaginabili, Alice si ritrova semplicemente in una Terra-reloaded, priva di elementi naturali nuovi e dove la diversità sta solo nei personaggi, introdotti in quel mondo senza tuttavia una relazione vitale con esso. Non vi è empatia, non vi è condivisione di quell’universo, non vi è interazione tra Alice, le sue sensazioni, il Paese delle Meraviglie e le creature.

Non vi sono mai contatti, non c’è scambio, non c’è unione, ma solo personaggi computerizzati che recitano la loro parte. Questa sensazione di freddezza narrativa è confermata dall’uso sostanzialmente inutile del 3D. Il film può essere visto tranquillamente in due dimensioni, in quanto per il 95% della durata non vi è una pragmatica utilità della nuova tecnica digitale sullo sviluppo della storia. A seguito di questa considerazione sul piano tecnico e inventivo, rimane comunque l’impatto visionario di Burton sui personaggi più fisici, sulle loro caratteristiche e sulla loro attrattiva narrativa. Come detto il marchio di fabbrica di Burton si vede proprio nella parte meno tecnica della storia, in quella squisitamente visiva. I volti e le movenze dei personaggi “reali” sono indubbiamente affascinanti, il loro carisma attira il pubblico e la loro conformazione è convincente. Il Cappellaio Matto, la Regina Rossa e la Regina Bianca sono il riflesso perfetto della malata mente di Burton.

Il Cappellaio Matto è il personaggio più enigmatico e brillante del film. La sua pazza, sognante e disincantata personalità fa sì che egli sia la vera metafora della complessità del mondo di Alice e di ciò che sarà costretta a combattere nella battaglia finale. Johnny Depp è un ibrido tra un clown piangente, un barbone intrappolato nel proprio passato e il protagonista di un videogame passato in disuso. Questa potenza è però data dalla bravura e dal carisma dell’attore e non certo per il lavoro dei computer su di esso. La Regina Rossa (Helena Bonham Carter) e la Regina Bianca (Anne Hathaway), sono invece due facce della stessa medaglia, la cattiveria e la bontà, il rancore e la speranza, ma anche due reazioni differenti alle stesse paure, alle stesse necessità e alle medesime contraddizioni che hanno intorno. Un’ambiguità di fondo che non permette fino alla fine di codificare quello che vediamo tramite il solito dualismo bene/male, lasciandoci in un universo sospeso dove non esistono regole e valori.

Stesse considerazioni sul resto della storia. Quando Burton sprigiona la sua forza gotica e decadente riesce a rendere tutto magico ed efficace, ma per troppe volte il film sembra solo un esercizio di stile digitale con pochissime idee e ancor meno motivazioni. Se le capacità del regista come inventore narrativo e creatore di mondi fossero state espresse in toto e non subordinate all'aspetto patinato e civettoulo del film, si avrebbe avuto un'opera da favola. Purtroppo "Alice in Wonderland" non lo è affatto, risultando una pellicola qualunque sulla quale sono pesate fin troppe aspettative.

Voto: 6

Info Film:

USA 2010 con Mia Masikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway Durata: 108 min Fantastico