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127 Ore (D. Boyle)

  • Scritto da Diego De Angelis

127 ore

127 ore - 127 ore
La vera, terribile storia, di Aron Ralston Quello che fa più piacere, vedendo 127 Ore, è che finalmente Danny Boyle sia tornato a girare qualcosa di apprezzabile dopo quel polpettone Hollywoodiano e senza l’eleganza di un Minghella che era stato The Millionaire. Quello che fa meno piacere è invece notare come anche 127 Ore sia un predestinato al successo della fatidica notte (Sei le nomination), a causa di quella puzzetta da pacchetto confezionato su misura.

Ha tutto quel che serve per vincere: un attore ultra hollywoodiano, dannato al punto giusto, come James Franco ( ancora più importante se si pensa che Franco sarà anche il presentatore della nottata); una storia triste piena di sentimentalismi verso mammina e papà; un po’ di sangue e dolore; il fascino dell’avventura selvaggia; il lieto fine, tra l’altro tratto da una storia vera. A parte questo, 127 Ore è un discreto film, che si posiziona in quel genere sulla sopravvivenza ai limiti dell’estremo, tra Into The Wild (2007) e Buried (2010).

In Into The Wild, il protagonista decide di lasciare l’America ultracapitalista degli anni ’80 per perdersi nel selvaggio. La Natura di Into The Wild è affascinante quanto terrificante e immensamente potente, al punto tale da diventare mortale quando ci si avvicina al suo cuore, in quel caso le terre ghiacciate dell’Alaska. In 127 Ore la Natura è altrettanto pericolosa, ma è quella delle montagne desertiche dello Utah, vecchi nascondigli di leggendari fuorilegge del West.

Il protagonista, Aron Ralston (James Franco), durante l’escursione precipita in una lunga e profonda crepa, scatenando il crollo di un masso che finisce a bloccare irrimediabilmente parte del braccio e la mano. In 127 ore, circa cinque giorni, riuscirà a liberarsi, ma pagando un grosso sacrificio. E’ qui una certa somiglianza con Buried, ma in questo caso non si attiva l’intero impianto Hitchcockiano come nel film diretto da Rodrigo Cortes piuttosto il regista preferisce descriverci le allucinazioni e strane visioni di Aron, con una certa maestria che ha riportato Boyle ai salti di qualità del Renton (di Trainspotting) in astinenza da droga.

Un grande alleato di Aron è la tecnologia. Per quanto inutile ai fini della salvezza in sé, la videocamera che utilizza per sfogarsi e mandare messaggi postumi ai genitori, l’orologio e la marea di gadget che porta nel suo zaino fanno da cuscinetto psicologico, tenendolo reattivo e in una forma sufficiente per ragionare con lucidità. Una delle parti meglio riuscite del film è sicuramente quella dell’amputazione della mano: riesce ad essere straziante, splatter al punto giusto, dolorosa, ma mai inguardabile.

Quando Aron riuscirà a liberarsi scattando, in un atto grottesco, una foto ricordo del masso, la soddisfazione e il sollievo riempie lo spettatore. Altra gradevole gioco di Boyle è l’utilizzo di riprese e un tipo di montaggio che ricordano la fluidità di Fincher. La storia, seppur ambientata quasi totalmente nel crepaccio, non è mai monotona o statica, perché si avvale dei ricordi e dei viaggi mentali del protagonista, che spesso trattano di feste tra ragazzi e storie d’amore. L’impressione è quella di voler raccontare anche di una generazione di ragazzi, dinamica e sensuale, di un forte impatto estetico (ricordi di un altro film di Boyle, The Beach). Un film che sa di basso budget e indipendente, ma non lo è, almeno non come tanti altri. E’ un film hollywoodiano, diretto come Boyle sa fare, magari con qualche fronzolo di troppo e un certo buonismo che ha contagiato il regista da qualche anno.

Voto 6,5

Info Film:

Titolo originale: 127 Hours USA, Gran Bretagna 2010

con James Franco, Amber Tamblyn, Kate Mara, Clémence Poésy, Kate Burton Durata: 94 min Avventura