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L'intervallo, recensione

Di solito, da brava ex studentessa del “D.A.M.S. Cinema” con la puzza sotto al naso per tutto ciò che non è Nouvelle Vague, appena leggo nei titoli di testa “in collaborazione con Rai Cinema” inizio ad avvertire qualche prurito. Ma a poche inquadrature dall'inizio mi sono resa conto che non ci sarebbe stato alcun bisogno di grattarsi.

Si apre con una dissolvenza sulla città di Napoli “L'intervallo” di Leonardo Di Costanzo: una Napoli inquadrata in campo lunghissimo, che prepara lo spettatore a entrare in un territorio ostile, pieno di vicoli e di zone d'ombra. Un'espediente narrativo che riporta alla mente il “c'era una volta” delle favole di un tempo. Ma sappiamo fin da subito che questa non sarà una favola, perché quando si ha a che fare con la camorra il lieto fine non è concepibile.

Eppure, Veronica (Francesca Riso), quindici anni, sembra proprio una Giulietta dei giorni nostri, innamorata dell'uomo sbagliato, un membro del clan rivale del suo quartiere, e per questo viene segregata in un enorme edificio abbandonato di una zona popolare. A farle da sorvegliante e carceriere è Salvatore (Alessio Gallo), un impacciato diciassettenne napoletano venditore ambulante di granite. E qui ha inizio il vero e proprio “intervallo”: i due rimasti soli in questa roccaforte trascorrono il tempo al di fuori della quotidianità e del mondo, trasformando una giornata di terrore in una giornata di “ricreazione”. Da principio antagonisti, tra la coppia di adolescenti si instaura, man mano che il racconto avanza, una complicità inaspettata.

Coraggiosa la scelta di lasciare la narrazione “in mano” ai soli due attori che tengono le redini del film senza battere ciglio, aiutati in questo compito dalla fotografia magistrale di Luca Bigazzi, mai invasiva e sempre comunicativa. Di matrice quasi antononiana, la luce dialoga con i personaggi, esasperandone l'emotività, complice anche il gioco di chiaro-scuro tipicamente espressionista. Il rapporto della figura con lo spazio si fa centrale, a riflettere il senso di imprigionamento dell'uomo in un ambiente ostile, decadente, minaccioso. L'assenza pressoché totale di accompagnamento musicale amplifica la sensazione di spietato realismo e lascia piena autonomia ai dialoghi e ai silenzi. La veridicità delle riprese, oltre che da un'angolazione ravvicinata, è rafforzata dalla scelta stilistica di mantenere le inflessioni della lingua parlata e dal rispetto dei tempi di azione e reazione dei protagonisti.

Leonardo Di Costanzo, di scuola documentaristica, non teme i vuoti; anzi sa come trasformare l'assenza in presenza. È quello che non c'è che fa più paura: proprio questo pensiero diventa la chiave di volta dell'intero film. La camorra viene lasciata fuori dal “castello” in cui è rinchiusa la “principessa” ma è comunque sempre presente; un pensiero incombente che torna dietro ad ogni porta, rumore, discorso, respiro, inquadratura. Il coraggio di un film sulla camorra è anche quello di riuscire a parlarne senza quasi mostrarla. A differenza di “Gomorra” – con cui il film ha in comune oltre che l'argomento trattato anche uno degli sceneggiatori, Maurizio Braucci – “L'intervallo” procede per sottrazione di elementi. Un film di denuncia che non cade mai nel didascalico o in vacua retorica.

Una vera e propria lezione di cinema che dimostra quanto un buon soggetto possa bastare a se stesso e gettare dalla finestra effetti speciali da circo equestre. Un campo lunghissimo finale ci riporta, come all'inizio, in una Napoli inaccessibile e il cerchio si chiude.

Voto 7/8

 

Info film:

Italia, Svizzera, Germania 2012, regia di Leonardo Di Costanzo, con Francesca Riso, Alessio Gallo, Antonio Buil Puejo, Carmine Paternoster, Salvatore Ruocco, durata 90 min., Drammatico