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Il Divo (P. Sorrentino)

  • Scritto da Lara

il divo locandina

il divo locandina
L ’incipit di quest’opera è molto eloquente, tanto quanto l’irriverente desiderio del regista che, contravvenendo a questo precetto, ha sentito l’urgenza di riaprire un capitolo molto scottante della storia italiana.

Un caso che, nei primi anni ’90, era scoppiato come un kamikaze nel bel mezzo di una festa sciita a Bagdad, un caso che aveva fatto crollare quell’illusione di democraticità che era stata la spinta propulsiva per la ricostruzione di un’ Italia logorata dalla follia guerrafondaia del fascismo e del nazismo. “Il Divo”, epiteto che era stato attribuito ad Andreotti dal giornalista Mino Pecorelli, entra in scena, dopo una carellata di omicidi, in una veste grottesca: seduto dietro la sua scrivania, con numerosi aghi conficcati intorno alla fronte che manifestano uno dei suoi numerosi tentativi per liberarsi dall’emicrania. Un fischio e didascalie rosse introducono le identità degli scaltri colleghi della corrente andreottiana, proprio come nei migliori spaghetti western, i coraggiosi pistoleri avanzano impavidi, pronti ad esibire il proprio potere nei duelli dentro e fuori Montecitorio.

Ma uno e soltanto uno è l’architetto che ha progettato diabolici piani per estendere il suo controllo ben oltre la sfera politica: il divo, il Belzebù, il Papa nero, la divinità filistea, il principe del male, ma ad ogni modo il monarca assoluto e invincibile che dal dopoguerra alla fine della prima Repubblica ha dominato la scena politica della penisola. Alla misura dell’imperturbabile e impenetrabile Andreotti viene affiancata la rappresentazione dell’umanità traboccante e a tratti ingenua dei suoi collaboratori, che finiscono tutti per essere presi nel sacco dalla giustizia al contrario del Divo. La sua vocazione per la politica, il distacco, il controllo esercitato sulla sua vita e su quella della gente che lo circondava era il suo segreto, nonché il suo archivio personale che gli consentiva di tenere sotto scacco l’intero paese. Paolo Sorrentino ricostruisce la sua interpretazione del passato prossimo della politica italiana, certo di riuscire a riaprire una ferita che aveva portato al crollo della prima Repubblica.

Le grandi responsabilità attribuite al Divo vengono rese manifeste fin dalle prime sequenze del film, ma soprattutto nel violento montaggio alternato, che contrappone l’immagine del “Nostro” mentre assiste ansimante alla corsa dei cavalli, incitando il suo fantino, alla sequenza successiva in cui l’incitamento è trasposto metaforicamente al sicario, che compirà l’omicidio di Salvo Lima. Il tutto è mirabilmente enfatizzato dal ritmo rock incalzante che tiene alta la tensione emotiva e fa cadere qualsiasi dubbio sulla presunta paternità del delitto.

La placida consapevolezza dei suoi poteri ha consentito ad un uomo come Andreotti di dominare la vita politica italiana per decenni, proprio come viene rivelato per bocca dell’eclettico Toni Servillo, che ne veste i panni: “so di essere un uomo di media statura ma non vedo giganti intorno a me”. Sorrentino inoltre tenta di immaginare anche l’altro volto del Divo, affiancando, alla rappresentazione fredda e calcolatrice del personaggio, la costruzione in contrappunto di brevi sequenze che manifestano l’umanità residua del protagonista, facendo emergere, quasi fosse una seduta psicanalitica, i viscerali sensi di colpa, soprattutto nei confronti di Aldo Moro, abbandonato dal governo e così lasciato al suo infelice destino.

Il regista visionario fa apparire come un’ombra nera nella coscienza del Divo l’onesto Moro, che recita le ultime parole tratte dalle sue ultime lettere, scritte nel periodo della prigionia, contro il Papa, contro l’immobilismo di un capo di governo che non si era fatto scrupolo di sacrificare una vita per salvare l’autorità che la DC aveva consolidato fino a quel momento.

La poesia di Sorrentino, che ha saputo restituire alla storia quei dubbi che erano ormai stati sepolti dall’omertà della classe politica, si rivela e si eleva nell’epifanico mea culpa del Divo immaginato dal regista. La suprema abilità interpretativa di Toni Servillo raggiunge l’apice dell’intensità quando, investito dalla luce divina della rivelazione, annuncia la sconvolgente verità: “bisogna perpetrare il male per salvaguardare il bene”. Interpreta un monologo violento, patetico, che esplicita l’ invettiva del regista nei confronti della miseria del silenzio perpetuata in Italia dalla casta politica e dalla sua più vicina ancella, l’informazione.

La somma maestria del regista si è rivelata interamente in questo capolavoro, che ha saputo fondere la narrazione di eventi storici con la criticità grottesca e surreale della rappresentazione filmica. Provocatoriamente, il regista ha manifestato la volontà di rimescolare le carte e far riaffiorare le perplessità che erano sepolte nella coscienza di un pubblico ormai anestetizzato dalla disinformazione e immerso nell’insensatezza di un presente senza radici.

Info Film:

Italia 2008 regia di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, Giulio Bosetti, Anna Bonaiuto durata: 110 min Biografico d’Inchiesta