Menu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Loading

DellaMorte DellAmore (M. Soavi)

dellamorte dell'amore locandinaPer guardare “DellaMorte DellAmore” si deve partire da due presupposti, che paradossalmente sono uno l’antitesi dell’altro: 1: “DellaMorte DellAmore” non è il film di Dylan Dog; 2: “DellaMorte DellAmore” è il film di Dylan Dog.


Un po’ un casino, vero? Ma un casino dovuto principalmente ad una precisa particolarità: che Francesco Dellamorte, il protagonista del film di Michele Soavi, è stato il personaggio di cui Tiziano Sclavi si è servito per creare il suo più famoso parto letterario, appunto Dylan Dog. Infatti l’omonimo romanzo dello scrittore lombardo (da cui il film è tratto) è stato scritto molto tempo prima del fatidico Ottobre 1986, data dell’uscita del primo Dylan Dog, nonostante sia stato pubblicato solo nel 1991. La trama: Francesco Dellamorte (un “pensoso” Rupert Everett) lavora come guardiano nel cimitero di Buffalora (anche se da tutti è chiamato “ragioniere”), un piccolo paesino italiano realmente esistente (si trova nel bresciano), “assistito” dal suo assistente Gnaghi, un freak più grande di lui d’età ma con il cervello di un bambino e con la fissa della televisione e delle foglie autunnali che il vento porta via. Ma lui non si occupa dei vandali che potrebbero entrare nel cimitero, ma bensì degli zombi che potrebbero uscirne.

Perchè, infatti, in “quel” cimitero i morti risorgono entro sette giorni dal decesso, diventando degli zombi affetti da cannibalismo, e mischiando questa “malattia” a coloro che soccombono sotto i loro affamati morsi, e possono essere uccisi solo con un colpo alla testa. Questo è lo scenario del film. Uno scenario che è un pretesto perfetto per dare vita a un film comico-horror, a un film drammatico-ironico, a un film filosofico- semantico. Insomma, “DellaMorte DellAmore” può essere tutto tranne che il classico film horror di serie B, categoria in cui peraltro è e rimane il miglior episodio italiano del genere. Senza utilizzare scene fortissime per impressionare a tutti i costi, come animali uccisi realmente o donne impalate, come nell’altro caposaldo italiano dell’horror di serie B, “Cannibal Holocaust“, il film spaventa molto di più per l’ironico cinismo filosofico sulla vita (e sulla morte) che ha innato, una delle particolarità principali anche di Dylan Dog.

Francesco Dellamorte è un affascinante provincialotto neanche diplomato, che vive in un posto dove un po’ tutti sono ignoranti, di quella ignoranza dovuta ad una vita vissuta in un piccolo paesino. Non ha mai letto libri (a parte l’elenco del telefono), è tendenzialmente depresso, e nel film conosce tre bellissime (e identiche) ragazze (tutte interpretate da una giovane ma già rifatta Anna Falchi, di cui la cosa più espressiva nel film sono le tette), di cui si innamorerà (e per una sarà anche costretto a diventare impotente) ma che, per un motivo o per un altro, sarà costretto a uccidere. Ogni tanto compie qualche strage, uccidendo più vivi possibili (”mi porto avanti col lavoro“), fino a quando non trova la risposta a una domanda che lo assila da tempo: quello che avviene nel cimitero di Buffalora avviene anche nei cimiteri del resto del mondo? E soprattutto, esiste il resto del mondo? Il regista Michele Soavi è abilissimo nel ricreare un paesino dall’atmosfera claustrofobica, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, abilissimo nel rispettare e ricreare le stesse atmosfere di cui (e per cui) il romanzo è stato fatto, bravo nel dirigere un film che fa ridere e piangere allo stesso tempo, nel metterci personaggi da classico paesino di provincia, come il sindaco Scanarotti, interpretato da Stefano Masciarelli.

E’ una storia di amore e morte questa (“sapete qual era il cognome da ragazza della madre di Francesco? Dellamore“), una storia triste ma anche divertente, fatta di tante didascalie, di pensieri istantanei (”Peccato. Il maltempo si è guastato“), mischiato con un cinismo ironico (o ironia cinica) più che mai riuscita e azzeccata. In fondo “DellaMorte DellAmore” è più un fumetto che un libro, ed infatti viene erroneamente considerato il film prototipo di Dylan Dog. Ma così non è anche se le analogie fra il becchino di Buffalora e l’Indagatore dell’Incubo di Londra sono numerose: entrambi hanno la passione del modellismo (un teschio per Dellamorte, un galeone per Dylan Dog), entrambi hanno un assistente alquanto strambo (Gnaghi per Dellamorte, Groucho per Dylan), fanno un lavoro non certo normale e simile per certi versi (Dellamorte uccide zombi, Dylan fa anche quello), hanno una vecchia macchina d’epoca (il vecchio maggiolone Volkswagen, rigorosamente bianco), una vecchia pistola d’epoca, un amico nella polizia, e poi sono “interpretati” dallo stesso attore, Rupert Everett. “DellaMorte DellAmore” non riscosse molto successo quando uscì in Italia, e come spesso capita, diventò un cult dei B-Movies quando venne commercializzato in VHS. Lo stesso Soavi disse del film: “Era un film anomalo, non era solo un film di genere, poteva diventare un fiasco micidiale per la sua stupidità: nel senso che, comunque, aveva un umorismo da fumetto… La gente o vuole ridere o vuole aver paura, in mezzo non c’è niente, se ci vai esplori una terra di nessuno” (da Wikipedia). Beh, non fu un fiasco perchè all’estero invece andò benissimo.

Il voto infine: per la prima volta mi devo “sdoppiare”, perchè questo film fa urlare le papille gustative (mentali s’intende…) dei numerosissimi fan dell’Indagatore dell’Incubo, in quanto Francesco Dellamorte è, a conti fatti, il Dylan Dog italiano, consegnando a loro il primo film dove il fumetto prende forma tridimensionale (vedendo Everett ogni tanto si è quasi costretti a pensare: “Cazzarola! E’ proprio Dylan Dog quello lì!” e viene un po’ di rabbia a pensare che nel vero film di Dylan Dog, attualmente in realizzazione, la parte dell’eroe dei fumetti non sia stata affidata a lui). Per chi invece non conosce il fumetto, beh, potrebbe risultare anche una mera schifezza, ma a mio parere rimane anche in questo caso un film originalissimo, stupendo per certi versi (mai sceneggiatura fu più breve ed efficace), un po’ stupido e ridicolo per altri (diciamo che gli effetti speciali curati da Sergio Stivaletti non sono propriamente hollywoodiani), ma chi lo sa poi come vanno queste cose… Più che un film è una metafora su quanto sia chiusa la mentalità di alcuni paesini, e su come sia davvero facile ridicolizzare il concetto della morte, esorcizzarla, e farsela amica. Finchè amore e morte non ci separino dalla vita. Per l’eternità. O per pochi attimi. Nel mezzo il colpo sordo di una pistola. Così non ci pensiamo più. Nè alla vita nè alla morte. Voto (per i fans di Dylan Dog): 8 Voto (per il resto del mondo…se esiste…): 6,5

Info Film:

titolo per l’estero: "Cemetery Man" Italia-Francia-Germania 1994 regia di Michele Soavi con Rupert Everett, Anna Falchi, Stefano Masciarelli, François Hadji-Lazaro Durata: 105 min Horror, Commedia