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The Wrestler (D. Aronofsky)

  • Scritto da Orazio Martino

the wrestler locandina

the wrestler locandina - the wrestler locandina
Dopo “Il Teorema del Delirio“, “Requiem for a Dream” e “The Fountain“, un alone di curiosità accompagna l’uscita di questo “The Wrestler“, annunciato come “il trionfo di Mickey Rourke”. Nel bene e nel male, della sua vita questo film è lo specchio.

Aronofsky rivoluziona il suo stile cinematografico: telecamera a spalla, via le acrobazie; siamo più vicini a "Gomorra" che a “Rocky” uno due e tre. Randy “The Ram” Robinson è un lottatore professionista che ci riprova a distanza di vent’anni, sulla sua pelle sono evidenti i segni dei tempi bastardi; l’emblema è una macerata corporatura: abbronzata, flaccida, nasconde pettorali da vecchio e glorioso mattatore. Ma l’ambiente non è più lo stesso, e il nostro tenerone non è un tipo da farsi ingannare, adesso è visto più come un’icona nostalgica meritevole di rispetto piuttosto che un wrestler capace di intimorire e riempire palasport.

Ram è un uomo solo costretto ad incontri da quattro soldi per pagarsi un affitto di merda, ascolta un hard rock tamarrissimo (Accept, Quiet Riot, Cindarella), si prende un sacco di pacche sulle spalle e si accontenta di un paio di birre sorseggiate dinanzi al bancone. Randy è sul viale del tramonto. Ha un amica spogliarellista che vorrebbe si confidasse con lui, forse la sola, considerando sua figlia che oramai ha staccato la spina da un bel pezzo. Un brutto malore lo costringe a gettare la spugna, quale migliore occasione per ristabilire i legami con lei? La prima parte del film è quasi più angosciosa diRequiem For A Dream, chi si aspettava un Aronosfky più pacato e “americano” rimarrà profondamente deluso, srtordito. In questo senso, “The Wrestler” è più un film di matrice europea che americana.

Qualsiasi paragone con “Rocky” è assurdamente fuori luogo, qui il sogno americano va a farsi fottere. Il wrestling è solo una facciata, una metafora di un’esistenza sbandata, fuori dai binari. L’amore è troppo complicato, e Randy poco abituato a questo genere di sentimenti; si accontenta del solo pensiero che sua figlia non lo odi. Aronofsky costruisce, attorno ad un folgorante Mickey Rourke, un personaggio il cui mestiere è solo l’emblema di una società vuota, imbrogliona, cinica come gli incontri truccati nei backstage, amara come i meeting (desolati) dei nonni lottatori. Il grande uomo ha però un cuore, essendo consapevole che senza un certo pubblico non sarebbe arrivato mai così in alto… per poi cadere in basso. Di nascosto, durante un incontro, si taglia la testa con una lametta, facendo credere a tutti che sia stato colpito; lo sta facendo per i suoi fan, che lo vedono rialzarsi, combattere, vincere. Un delirio! E poi il ring è l’unica cosa che gli trasmette emozioni, i pensieri di una vita errata rasi al suolo da tonnellate di muscoli e adrenalina.

Memorabile, a tal riguardo, è il discorso nel match finale, quando se la batte con un altro campione d’altri tempi, l’orientale Yatollah, in un incontro nostalgico che chiude il film con la micidiale mossa del salto dalle corde, e come se non bastasse ci si mettono pure il pezzo di Springsteen e le lacrime agli occhi. Dicevamo di Aronofsky, che oltre ad essere un mago ci sa fare anche con i pezzi: mai tanto indovinata fu “Sweet Child O’Mine”, dove alzi le braccia ed urli: “grande, grandissimo Mickey Rourke!”. I dialoghi sono un concentrato di rassegnazione ed ironia, Randy dietro il bancone dei salumi un autenico bonaccione. Non apro parentesi sulla questione della bandiera iraniana spezzata sul ring, si dovrebbero vergognare quelli che l’hanno tirata fuori. Per favore godetevi questo capolavoro! Le “eclissi di cinema” capitano una sola volta nella vita. L’intelligenza di Aronofsky, la spontaneità di Mickey Rourke.

 

Voto: 8,5

Info Film:

USA 2008 con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood durata: 115 min Drammatico