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Nel nome del padre - recensione

nel nome del padre locandinaL’avvincente lotta contro l’ingiustizia raggiunge in “Nel nome del padre” vette di indicibile soavità, masticando collera attraverso un dolore indigeribile (libertà, corpo e affetti sminuzzati e ingoiati a forza) e risputandola fuori attraverso il senso di giustizia (non la giustizia in sé, ma il senso e la percezione di essa), che diventa l’unico mezzo per un esaltante ma acidissimo conato di vittoria e fierezza.

Gli avvenimenti si svolgono in Inghilterra, durante l’apice del terrore marchiato IRA, l’organizzazione terrorista indipendentista irlandese, che nel 1974 fece scoppiare un pub di Guildford, uccidendo 7 persone.

Gerry e Giuseppe Conlon, padre e figlio, si ritrovano nel vortice delle indagini, della violenza, di una profonda frustrazione, coniugata in modi differenti e appassionanti. Il regista Jim Sheridan fa esplodere una sequela di combustibili eventi e incendiarie passioni che mettono lo spettatore di fronte a quesiti che vengono risolti in modo psicologicamente complesso e fisicamente ignobile, che partono dal concetto di ribellione come emancipazione dalla tirannia paterna o di stato (rispettare Giuseppe, rispettare le origini?), per solcare la pena individuale come supplizio e monito per la collettività (punire i colpevoli come imperativo ad ogni costo), e atterrare sul supporto umano, la determinazione ideologica e la stoica sopportazione del torto, che diventano gli unici mezzi per raggiungere lo scopo e urlare il trionfo dei propri scopi.

Imperdibile l’interpretazione di Daniel Day-Lewis, capace di compiere uno dei viaggi di formazione più violenti e destabilizzanti che la storia del Cinema abbia mai ammirato. La sua iniziale noncuranza e astio diventano poi disincanto e astio durante i giorni di prigionia, per trasformarsi in riscatto e astio grazie al suo avvocato e poi in concentrazione, virtù e riscatto - sempre miscelati ad astio - questa volta però nel senso più nobile e rivoluzionario del termine. Interpretazione grandiosa anche per Pete Postlethwaite, che riesce a trasformare, invece, l’astio in pietas, empatia e compassionevole forza d’animo, veri motori per unire le persone nel duellare col torto.

“Nel nome del padre” è un film che trasmette rabbia e beatitudine, un film che parla, attraverso la parabola di due uomini, del senso più alto della vita, della lotta, della necessità di armarsi di determinazione, così da sfidare (non vincere, sfidare) chi concepisce l’individuo come pedina per disegni più ampi e scopi "necessari". Sheridan invece fa vincere l’uomo, vero artefice del proprio destino, anche se guidato dal senso di solidarietà e amore verso i propri affetti. Struggente in questo senso la scena dei fazzoletti incendiati, perfetto dipinto della forza e dell’intensità degli individui, che uniti per un fine riescono a segnare esistenze e sopratutto a scuotere il senso comune.

Voto: 8,5

Info film:

regia di di Jim Sheridan, Irlanda 1993

Con Emma Thompson, Daniel Day-Lewis, John Lynch, Pete Postlethwaite, Jerry Concon

Titolo originale In the name of the father.

Durata 133' min, Drammatico