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Inland Empire, la recensione

inland empire locandina

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L'Impero della Mente L’apice del cinema del nuovo millennio, che mette d’accordo tutti e non mette d’accordo nessuno. Diretto dal più grande regista degli ultimi 20 anni: David Lynch “Inland Empire“, ovvero l’Impero della Mente. Definito da Canova (e da molti altri) come la vetta del cinema contemporaneo, amato e odiato in egual misura, come tutte le grandi opere.

Con questo film David Lynch ha ormai raggiunto la perfezione tanto che viene da chiedersi: e adesso cosa potrà inventarsi? Spiegare un film come questo è impresa più impossibile che ardua. Resta però un fatto obbiettivo: il film, della durata di quasi tre ore, non stanca mai, e sfido chiunque ad ammettere il contrario. Vuoi o non vuoi, lo spettatore è messo alle strette: una volta che comincia a guardare il film, lo porterà a termine. Poi potrà giudicarlo un capolavoro o una schifezza, ma in ogni caso lo avrà visto tutto, dall’inizio alla fine. In un gioco di assurde citazioni e rimandi, Lynch gioca con più mondi, con più universi (che per definizione sono paralleli), come un bimbo, si diverte a disseminare di collegamenti questi universi, senza preoccuparsi di dare un nesso logico a questo immane patchwork visivo. L’ultima fatica di Lynch è stato quel “Mullholland Drive“, osannato e odiato più o meno da tutti (questo il grande merito di Lynch: non passa mai inosservato), e “Inland Empire” un po' ne rispecchia la costruzione.

La storia (sembra) avere senso fino ad un determinato punto, un punto di rottura. Dopo quel punto tutto cambia, e parte un altro film. Ma “Inland Empire” è ben diverso da “Mulholland Drive” o dal (discreto almeno per chi scrive) “Lost Highways” di qualche anno addietro. Ormai Lynch ha raggiunto la piena maturità, e può sbizzarrirsi come vuole. Vai quindi con le sue piccole ossessioni da regista: le tazze di caffè (”Twin Peaks“, il capolavoro dei capolavori), le lampade che spesso emanano luce rossa posate sui comodini (”Mulholland Drive“), i tendaggi rossi a ricordare la fatidica loggia nera (”Twin Peaks“), luci che abbagliano e accecano per poi oscurarsi improvvisamente (”Lost Highways“), il tutto reso tetro, cupo, oscuro, paranoico. In più si aggiungono conigli (o topi?) ad altezza d’uomo in una improbabile sit-com, trasmissioni radiofoniche, la Polonia, Hollywood (già presente in “Muholland Drive“), claustrofobiche camere d’albergo, film maledetti, omicidio e tradimento coniugale, gravidanze interrotte, finanche una citazione dell’ “Urlo” di Munch, e potrei continuare all’infinito perchè Lynch è riuscito nel suo scopo: creare un’altro mondo.

Il tema di fondo è l’ossessione, la paranoia, dovuta a vite vissute e vite nascoste, alle vite degli altri, e il tutto reso apparentemente senza un filo logico. Ma Lynch, abile com’è, il filo logico lo segue eccome. Non mi perderò in inutili chiacchiere nel vano tentativo di spiegare questo film, ne sono già state buttate tante nei vari forum cinemotografi del web, ma se il precedente “Mulholland Drive” poteva essere spiegato in molteplici modi e interpretazioni, e alla fine un senso lo poteva pure acquistare, “Inland Empire” ha innato in se stesso il non-sense, questo assoluto capolavoro non può avere una spiegazione, ne perderebbe altrimenti di fascino e di arte.

“Inland Empire” è realizzato così perchè deve essere così, e non può essere visto solo una volta, ma neanche due o tre, ma innumerevoli volte, solo così si potrà arrivare al nodo della questione e capire appieno che, finalmente, il cinema è diventato arte a tutti gli effetti anche nel nuovo millennio. “Inland Empire è chiarissimo” (David Lynch)

 

Voto MarPlace: 9

Info Film:

USA, Polonia, Francia 2006 con Laura Dern, Justin Theroux, Jeremy Irons, Harry Dean Stanton durata: 172 min Noir, Thriller, Psicologico