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Gli Spietati, la recensione

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Elegia per un Simbolo Un funerale, l'epitaffio definitivo su un epoca. Quando uscì nel 1992, “Gli Spietati” aveva alle spalle una storia travagliata, lunga circa un ventennio. Il soggetto originale di David Webb Peoples ("Blade Runner") venne acquistato da Francis Ford Coppola a metà degli anni 70, ma poi, causa i molti insuccessi del celebre regista in quel periodo, venne ceduto ad un entusiasta Clint Eastwood agli inizi degli anni 80.

Probabilmente Eastwood, dopo aver finito la lettura del soggetto, venne colpito da una fulgida malinconia: quel William Munny era un perfetto Clint Eastwood, quello che ha solo due espressioni, o col sigaro o senza, invecchiato, imbolsito, privo di gloria. "Gli Spietati" è un affresco mastodontico, è un vero e proprio funerale agli spaghetti western tanto in voga nel tardo secondo dopoguerra, che tanti capolavori ci ha regalato: dopo il 1992 ogni film western cambierà improvvisamente impostazione, fino ad arrivare a strabilianti risultati come il recente “L’Assassinio di Jesse James” di Andrew Dominik. Sergio Leone, il maestro e mentore di Eastwood, era morto da tre anni, e con lui si era chiusa un’epoca. Da questo punto di vista “Gli Spietati” acquista un valore quasi profetico, un monolitico epitaffio su una tomba sporca di polvere: quella del western, e dei suoi eroi inossidabili, duri, sempre pronti, virili, (guarda caso) spietati, di cui Clint Eastwood è stato il principale esponente "cinematografico".

Un film talmente ricco di significati che ad una prima visione è quasi impossibile coglierli tutti. Non c’è un buono o un cattivo in questo film: anche Ned, la figura di Morgan Freeman, che più di ogni altro può ispirare empatia, tradisce la moglie andando a donne. Lo sceriffo Little Bill (interpretato da un gigantesco Gene Hackman, non a caso premiato con l’Oscar) nasconde la violenza dietro una stella di latta. Lo stesso William Munny, nonostante professi continuamente il suo essersi redento, il suo aver cambiato vita, di non essere più un ammazza cristiani, mitizzando in maniera ascetica la figura della defunta moglie Claudia, non esita a sparare ad un giovane uomo a sangue freddo. Claudia, dicevamo: emblema di un western nuovo. Le figure femminili non sono mai state così importanti come in questo film, in un genere, quello western, che da sempre vede l’uomo in primissimo piano, con la sua ruvidezza e la sua sporcizia, le donne sono sempre state di contorno, relegate sullo sfondo. Qui invece costituiscono da motore dell’azione in maniera talmente banale da risultare geniale, la stessa Claudia, dipinta come un angelo, che non vedremo mai, ma la cui figura aprirà e chiuderà il sipario del film, sempre presente nelle parole di William, sovente anche in quelle di Ned.

Ma sono due le figure che più di ogni altre (a parte naturalmente William Munny) costituiscono l’emblema di questo film: Beauchamp il biografo e Kid Schofield il giovane pistolero. Il primo sempre pronto a prostituirsi per narrare di gesta eroiche che di eroico non hanno niente, sempre in prima fila, insistente, ottuso nel voler seguire l’ “eroe” di turno che possa metterlo in grado di elogiare e mitizzare un’epoca che non ha né eroi né miti, il secondo giovane, spavaldo, smanioso di diventare come quegli eroi di cui Beauchamp, fra una pisciatina e l’altra, vuole narrare, per trovarsi solo ed in preda ai rimorsi per aver ucciso un uomo: la sequenza del discorso fra un piangente Kid Schofield e un risoluto William Munny, all’ombra di un albero, è da manuale del cinema. Battute sorde, taglienti, telegrafiche, stacchi impietosi sulle lacrime di Kid Schofield e sulla sua bottiglia di whiskey: invano giustifica il suo primo omicidio con la solita frase: ”Se lo meritava”. William, con sguardo di ghiaccio, ma con fare quasi paterno, risponde laconicamente “Tutti ce lo meritiamo”. E proprio questa sequenza viene interrotta da una nefasta notizia: Ned, l’amico di William, è stato barbaramente torturato e ucciso da Little Bill, lo sceriffo Little Bill. C’è ancora una occasione per vedere all’opera "quel" Clint: dopo qualche sorso di whiskey (“Sono dieci anni che non tocco un goccio” ripete incessantemente William), monumentale è la sequenza finale del film, cruda, dove tutti escono sconfitti: Little Bill, le puttane, il gestore del bordello, il biografo, e soprattutto lo stesso Warren, lo stesso Clint.

Tutto gli spietati diverranno vittime della loro spietatezza. Candidato a 9 premi oscar e vincitore di 4 (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior attore non protagonista, Miglior Montaggio) “Gli Spietati” segnerà davvero la fine di un epoca, e la commemorerà con talmente tanta poesia che a fine visione si rimane sbalorditi, dubbiosi su cosa noi stessi abbiamo fatto nel nostro passato, e se c’è davvero una speranza di redenzione. Da veder e rivedere, da amare e stuprare, “Gli Spietati” è un capolavoro come pochi altri nella storia del cinema, la definitiva prova di maturità di Clint Eastwood dietro la macchina da presa (non che ce ne fosse bisogno), un canto funebre a cui è impossibile rimanere indifferenti.

Voto: 9

Info Film:

titolo originale: "Unforgiven" USA 1992 con Clint Eastwood, Morgan Freeman, Gene Hackman, Jaime Woolvett, Saul Rubineck, Frances Fisher Durata: 131 min Western, Drammatico