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Magico Vento (Gianfranco Manfredi)-Part 2

Magico Vento

Magico Vento - Magico Vento
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In aiuto a Manfredi ci sono anche dei disegnatori che piano a piano si confermeranno come fra i migliori in circolazione, uno su tutti il talento puro e cristallino di Pasquale Frisenda, che proprio dal numero 32 diventerà anche copertinista della serie, prendendo il posto di un discontinuo Andrea Venturi, passato definitivamente nelle file dei disegnatori di Tex. Frisenda disegnerà alcune fra le storie più importanti e belle della serie, e negli anni il suo talento gli verrà riconosciuto, arrivando ad essere considerato il più bravo disegnatore italiano attualmente in attività. Ma non solo Frisenda ha impreziosito questa collana: nomi come Goran Parlov e Ivo Milazzo non sono da meno, passando anche per Corrado Mastantuono. Affianco a questi mostri sacri del fumetto italiano tanti validissimi disegnatori: Bruno Ramella su tutti (che ha curato graficamente il personaggio), Giuseppe Barbati, Mario Milano, Carlo Bellagamba in arte Giez, e buon'ultimo il talento serbo Darko Perovic.

Nel n. 44, "Gli Spettri di Fort Laramie", fa il suo debutto in pompa magna un personaggio che non poteva mancare: il generale George Armstrong Custer, che diventerà col passare dei numeri un vero e proprio comprimario della serie, andando ad interagire più volte con Ned e Poe, fino alla sua morte, avvenuta nello spettacolare racconto della Guerra delle Black Hills (la vetta dell'intera serie), un saga di 5 episodi che vanno dal n. 97 al n. 101.

Dicevamo che il periodo qualitativo migliore di Magico Vento è indicativamente quello che va dal n. 30 al n. 54, e termina con la saga del Figlio della tredicesima Luna, dove ritornano di prepotenza le atmosfere horror e oniriche della serie, dopo un bel periodo dedicato solo alla Storia (quella con la 'esse' maiuscola). Dal n. 55 in poi si assiste ad un lieve calo di qualità, lieve ma lungo, lunghissimo, che si prolungherà fino (indicativamente) al n. 90, interrotto qua e là da ottime storie in ogni caso: "I Lupi Blu" (n. 64), le doppie "Vendette incrociate-Il Bersaglio" (n. 61/62), "Cento Fucili-Pista senza Ritorno" (n. 69/70), "Spettri di Sabbia-Gli Angeli Sterminatori" (n. 82/83, quest'ultima importante perché introduce l'ultimo ciclo di storie di Ned attualmente in atto), ma sono soprattutto tre gli albi che possono essere considerati stupendi: "La Montagna degli Specchi", "Il Giorno dei Cani pazzi" e "Il Figlio di Nuvola Rossa", tre numeri che ricordano il MV dei tempi d'oro.

Ma è probabilmente in questo periodo che la collana ha perso più lettori: il progressivo diluimento della continuity e la voglia di sperimentare di Manfredi, buttando più di una occhiata sulla dura vita di frontiera (altra "politica narrativa" che identifica Ken Parker) non è stato ben visto dai lettori più abituati all'avventura canonica (d'altronde, come spesso succede per le collane destinate a rimanere nella storia del fumetto italiano, i lettori sono sempre pochi, come dimostra il già stra-citato Ken Parker, collana chiusa senza un degno epilogo della saga).

Ma proprio dopo questo lungo periodo ne arriva uno che comprenderà due saghe, per la bellezza di 10 albi consecutivi: è probabilmente questo il picco qualitativo dell'intera serie. La saga delle Black Hills (nn. 97-->101) mette in scena non solo la celeberrima sconfitta di Custer al Little Big Horn come già hanno fatto molti altri autori (uno su tutti Gino D'Antonio con quel capolavoro che è stata "La Storia del West"), ma anche le guerre indiane precedenti e successive al Little Big Horn. Cinque numeri di una qualità stupefacente, sceglierne il migliore è operazione ardua, ma sono due quelli che più possono essere considerati la vetta nella vetta. Uno è "Morto il 25 Giugno" (n. 99) che narra precisamente la sconfitta e morte di Custer (lo ribadiamo: un importante comprimario nella saga di MV), permettendosi anche il lusso di proporre alcune teorie sulla sempre controversa morte del Generale. L'altro albo è "Bandiera bianca" (n. 101), molto simile al n. 99: viene infatti qui narrata la (quasi) definitiva sconfitta del popolo indiano, e soprattutto viene inscenata la morte di Cavallo Pazzo (altro comprimario "storico" della serie), un numero di una tristezza infinita, un numero anche rabbioso, al vetta malinconica della serie, destinato secondo noi a rimanere nella storia del fumetto italiano.

Senza neanche darci il tempo di rifiatare, Manfredi fa partire immediatamente un'altra saga, totalmente diversa da quella precedente, una scelta coraggiosa e forse non molto riuscita: una saga di stampo prettamente horror subito attaccata ad una saga "storica" non è stata una scelta felice, visto che per forza di cose le due saghe vengono lette in paragone reciproco, e benché la saga sulla Volta Nera sia di una qualità indiscussa, non può reggere il confronto con la spettacolarità sopratutto emotiva della saga delle Guerre Indiane.

Per altri cinque numeri ritorna Aiwass, visto l'ultima volta nel n. 48, dove si narra delle sua morte per mano di Ned, una saga composta da una trilogia e una doppia. Tutta la saga ha anche il compito di omaggiare niente popò di meno che il famoso scrittore di Providence Howard Philips Lovecraft e i suoi onirici capolavori, anche se nella trilogia sembra di leggere a tratti una versione manfrediana e western dell' "Inferno" del sommo Dante, con personaggi che più di una volta ricordano "Il Signore degli Anelli" di J. R. R. Tolkien. Insomma, un miscuglio di generi che hanno tutti un comune denominatore: l'horror-fantastico. A disegnare questa saga troviamo G. Barbati, M. Di Vincenzo, F. Volante, D. Perovic, B. Ramella e L. Siniscalchi, e la qualità grafica comincia man mano a scarseggiare: è proprio in concomitanza col numero 100 che la collana diventa bimestrale e soprattutto che i migliori disegnatori della serie decidono di emigrare in altri lidi: Frisenda passa a Tex (dove disegnerà il fantastico gigante “Patagonia”), Parlov passa alla Marvel, Milazzo decide di lavorare solo per la Francia, e tanti altri disegnatori fra i quali Milano, Giez e Leomacs si metteranno al lavoro per altri personaggi bonelliani. Manfredi giustifica questo imponente esodo con la voglia dei disegnatori in questione di dedicarsi ad altri personaggi, di provare altre ambientazioni.

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