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Urbino, Nebraska (Alessio Torino)

  • Scritto da Marco Tonelli
“Lui non era finito ad Auschwitz, non aveva mai dovuto mangiare chili di cipolle per sopravvivere, non aveva mai trovato due ragazze che sembravano dormire su una panchina della fortezza Albornoz. Ma ora aveva anche lui la sua guerra.”

 A mio avviso, non si potevano trovare parole migliori. Vivere in quel microcosmo esistenziale chiamato “provincia”, equivale a camminare giorno per giorno in un conflitto con se stesso, quanto mai insidioso e letale proprio perchè capace di colpire in maniera amplificata le zone più recondite dell'animo. Nei piccoli paesi, e in definitiva nelle comunità ristrette, la tensione tra il dentro e il fuori, tra quello che sei e quello che vorresti essere, si fa soffocante e in molti casi diventa letale. Non perchè mancano i sogni, o le aspettative, ma perchè il contrasto con la realtà, e la consapevolezza del “male di vivere”, viene percepita all'istante, diventa materiale, quasi come le mura e i vicoli del tuo paese. A differenza della grande metropoli, l'illusione lascia subito il posto ad una maggiore chiarezza sul nostro posto nel mondo, oppure alla consapevolezza di non averlo.

“Urbino, Nebraska” non vuole semplicemente raccontare di quanto si soffra in un piccolo borgo, per poi lanciarsi nello stereotipo del male strisciante, o della comunità chiusa apparentemente tranquilla ma con un terribile segreto. A Urbino, non c'è nulla di tutto ciò. La città dei torricini, degli aquiloni, e dello scrittore Paolo Volponi , ma soprattutto dell'università, e dei giovedì alcolici, diventa una sorta di immagine simbolica della tensione di tutti gli uomini, ad essere qualcos'altro, ad andare oltre i propri limiti, per poi ritornare ad essere semplicemente un piccolo esserino smarrito negli spazi sconfinati del mondo. Chi meglio di un urbinate, può capire cosa voglia dire rimanere mentre tutti vanno, o viceversa partire mentre tutti rimangono?

Ester e Bianca morte (non a caso) nelle panchine della fortezza Albornoz, sembrano guardare dall'alto del proprio destino ormai compiuto, un'umanità che si dibatte nel tempo e nello spazio, quasi a sfuggire da un futuro già scritto, in un modo o nell'altro.

Alessio Torino riesce nell'intento di raccontare un luogo quasi indefinito nella sua dimensione spaziale e temporale, che sembra parlare con voce propria attraverso le esistenze dei suoi protagonisti. Da Zena Mancini (non a caso il nome di un vicolo cieco che si snoda tra i palazzoni anonimi della periferia urbinate) che non riesce a trovare la forza di scappare e soprattutto di autodeterminarsi, semplicemente perchè forse non lo vuole. Passando per Nicola Chimenti, che invece la forza di scappare la trova eccome, ma allo stesso tempo consapevole, che se lo fa, lo può fare solo attraverso una scelta radicale, traumatica. Fino ad un emblematico Mattia Volponi, un uomo di successo, che per tutta la vita ha cercato di fuggire dal suo destino, dalla vergogna di essere un urbinate, e infine, è proprio questa “colpa” che lo riporta esattamente lì, da dove è partito.

In tutto questo, c'è anche chi è consapevole, chi non si sposta di un solo millimetro, conscio del compito che gli ha affidato il luogo in cui è nato. Tutti i tre racconti precedenti che compongono il libro sono in certo modo risolti dalle poche ma pesantissime pagine dell'ultimo, che ha come protagonista il vecchio custode della fortezza, (ma anche in un certo senso di Urbino stessa), colui che troverà le due ragazze morte per overdose. La sua missione è quella di fare la “rotta” durante le copiose nevicate che negli anni colpiscono tutto il territorio, e che, morto durante l'eccezionale nevone del 2012, lascerà questo compito a suo nipote Federico, anche lui consapevole che la guerra, quella vera, è proprio in quelle mura “a forma di fegato”, tra la piazza di Mercatale e la statua di Raffaello.

“Urbino sotto Natale, abbandonata dagli studenti, e persino dai suoi abitanti. Via Bramante addobbata di lucine, deserta dalla fontana del Papa, fino alla Porta di Santa Lucia. Giulia si infuriava che lui non tornava. E invece faceva bene a tenersi alla larga da quella città di murati vivi. Erano meglio le pianure verdi, luminose e vuote dei campi di erba medica del Nebraska."


VOTO: 8


 
   Info libro:
  Scritto da Alessio Torino, edito da Minimum Fax, 2013, 236 pagine