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Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle (C. Bukowski)

Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle Fernanda Pivano e Henry Charles Bukowski una domenica di fine agosto del 1980. Detto questo detto tutto. Serve altro?

Fernanda Pivano si reca a casa di Hank (alias Bukowski) per parlare a tu per tu con l'uomo e lo scrittore che ha fatto incazzare più femministe al mondo di chiunque altro. Ed è molto interessante che a intervistarlo sia proprio una donna e proprio una donna astemia.

Prima di arrivare nella villa di San Pedro in California che lo scrittore ha comprato per pagare meno tasse, Fernanda si ferma a comprare del vino tedesco che Bukowski sembra particolarmente apprezzare. Un'astemia che compra vino tedesco: sembra l'inizio di un racconto di Bukowski.

Il cantore dei derelitti appare così, sulla soglia di casa, in sandali e bermuda, con “gli occhi socchiusi e l'aria inequivocabile di chi vorrebbe trovarsi da un'altra parte”. Ma la Pivano sapeva incantare anche lo scrittore più renitente, e Bukowski non può che arrendersi alle domande a volte esistenzialiste, altre volte private, per la maggior parte spontanee che Fernanda sembra porgli con nonchalance.

Dialogo tra titani, condotto come una banale e ordinaria chiacchierata tra vecchi amici. Bukowski beve, la Pivano no ma forse è proprio qui che nasce il gioco tra i due. Se inizialmente, infatti, lo scrittore americano rimane sulla difensiva (per sua ammissione gli avvinazzati diffidano di chi non beve), mano a mano che Fernanda lo lavora (o sarà il vino tedesco?), emerge l'uomo bonario e a tratti indifeso dei suoi libri. L'umanità di Bukowski stupisce sempre: “Ho più simpatia per il diavolo che per la gente brava. Il diavolo è molto più interessante”. Sembra una frase buttata lì così, quasi per provocazione, o per ubriachezza, ma in verità racchiude tutta la poetica e la filosofia bukowskiana. Il diavolo ha la faccia di tutti i poveracci, i falliti, i miserabili senza scampo nei quali lo scrittore da sempre si riconosce: i poveri diavoli che non sanno come arrivare a fine mese e che falliscono immancabilmente le prove che la società impone.

Tra aneddoti da teatro dell'assurdo, ricordi adolescenziali, riflessioni sulla scrittura e sulla società, l'intervista vola via che è un piacere. E a fine lettura si ha quasi l'impressione di essere stati lì con loro.

Forse l'unico difetto di questa intervista è che è troppo breve. Si potrebbe stare a sentire delirare Bukowski per giorni. Ma il vino finisce e ci sono le corse dei cavalli.

Voto: 8

 

Info libro:

Edito da Feltrinelli 2003, 112 pagine

 

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