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Post Office (Charles Bukowski)

Mettiamolo subito in chiaro, una recensione di un romanzo di Bukowski non ha molto senso. Impiegate meno tempo e più soddisfazione a leggere il libro piuttosto che sorbirvi un suo resoconto. Detto questo, per i meno avventurieri e i deboli d'animo una preparazione psicologica è d'obbligo. Come un riscaldamento prima di una maratona.

Quello che troverete in "Post Office" è un condensato di anarchia, cinismo, solitudine, abbandono e dignità. Un antidoto a rilascio graduale contro l'inabissamento. Un manuale per sopravvivere alla precarietà dell'esistenza, ai turni snervanti delle Poste e alla melmosità della società americana. Effetti collaterali: irrefrenabile mania di emulazione nei confronti del protagonista, con sporadiche manifestazioni di pulsioni autodistruttive e ossessioni sessuali.

Henry Chinaski, alter ego di Bukowski, è l'anti-eroe di una saga che ha inizio proprio nel 1971 con “Post Office”, per proseguire in “Factotum”, “Donne”, “Panino al prosciutto” e “Hollywood, Hollywood!”. Malconcio e disastrato, con una birra nella mano destra e una puntata sul cavallo “perdente” nella sinistra, Chinaski è uno che scommette sempre sui perdenti, perché, secondo la fede Chinaski, gli ultimi rimarranno sempre ultimi ma con più dignità. E puntare sugli ultimi spesso paga, come i suoi cavalli che, alla fine, vincono sempre perché nessuno ci scommetterebbe l'ombra di un dollaro.

Uno dei migliori incipit della letteratura, con la trascrizione delle Regole di Comportamento dettate dalle Poste degli Stati Uniti d'America, sotto forma di memorandum all'attenzione di Henry Chinaski, per richiamarne l'atteggiamento. Un incipit del genere chiarisce subito l'indole del protagonista: un individualista il cui unico credo è “vivi e lascia vivere”. Cugino evoluto dei sessantottini, Chinaski sa che se vuole rimanere vivo non può permettersi di avere alcuna visione romantica. Bisogna dire le cose come stanno, senza tante smancerie. Cinismo e disincanto che si riflettono su una scrittura liscia e asciutta, senza spigoli, a tratti sporcata da un linguaggio gergale e scurrile ma mai apertamente volgare.

Sei capitoli, cinque donne per ogni capitolo eccetto l'ultimo, composto da sole notifiche delle Poste Americane, a riprendere l'incipit. Una sfilata di gentil sesso che apre e chiude a cerchio la parabola bukowskiana della vita: si nasce, si caca, si muore. E di tanto in tanto capita di incontrare qualche donna. Sei episodi al limite della realtà dentro un unico romanzo, in stile “on the road” ma senza macchina. Un incedere veloce e disimpegnato segna una narrazione minimalista, composta di paragrafi di mezza pagina che lasciano ampio respiro agli eventi e al lettore. Un trascinarsi da una situazione all'altra, da un lavoro a quello successivo, per esorcizzare l'ansia verso un futuro incerto.

Dopo dodici anni di servizio presso le Poste a Chinaski viene chiesto il motivo delle sue dimissioni. “Voglio far carriera”, è la risposta. A Chinaski basta essere vivo, tra una sbornia e l'altra. Faber est suae quisque fortunae. Bukowski ci brinda sopra.

Voto: 9

Info libro: Scritto da Charles Bukowski, edito da Guanda, 2006, 160 pagine

 

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