Menu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
Loading

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Philip K. Dick)

Secondo Francesco Pacifico, in “Seminario sui luoghi comuni. Imparare a scrivere (e a leggere) con i classici”, “ciò che rende credibile Philip Dick è che i suoi personaggi sono vestiti male, stanchi, e lavorano per comprare a tutti i costi degli inutili status symbol (gli animali veri in Ma gli androidi sognano pecore elettriche?)”. E questa è la cosa che fa più paura nel leggere un suo romanzo: non l'imminente fine del mondo, non la disumanizzazione della quotidianità ma il fatto che queste cose possano accadere davvero.

Questo libro è forse il più famoso di Dick, grazie anche alla trasposizione cinematografica di Ridley Scott. Alzi la mano chi non ha visto “Blade Runner”. Non è questa la sede in cui operare inutili raffronti tre le due opere ma una precisazione va fatta. Non penso di essere l'unica ad aver visto il film prima di leggere il romanzo (prendetemi pure a sassate) e devo dire che sono rimasta a dir poco sconcertata, perché nella trasposizione cinematografica tutto fa supporre che il romanzo faccia parte della tanto nota letteratura fantascientifica, di matrice distopica. E in parte è vero, ma in parte anche no. C'è molto anche della tradizione iperrealista americana in Philip Dick. Anzi, si potrebbe persino arrivare a dire che il padre spirituale del cyberpunk abbia creato un nuovo genere letterario che mescola il poliziesco con il fantascientifico, passando per l'iperrealismo e il filosofico. I dettagli fanno la differenza.

L'utilizzo quotidiano delle cose, le parole che i personaggi usano e le reazioni che hanno di fronte agli eventi: anche nelle situazioni più assurde, ogni personaggio possiede una sua logica interna che lo fa considerare umano e reale. Qualsiasi evento è giustificato, preparato, analizzato. Il lettore non ha mai la sensazione di spaesamento e sa sempre dove si trova e come c'è arrivato. Una lezione di letteratura, soprattutto se si considera come la fantascienza sia solitamente considerata di serie B dalla “prestigiosa” narrativa mainstream.

Lo scenario in cui ci immergiamo durante la lettura di “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” è uno scenario devastante, di una San Francisco annientata da una guerra nucleare che ha quasi completamente distrutto ogni forma di vita terrestre (c'è niente di più verosimile?). L'anno è il 1992 ( il romanzo è stato scritto nel 1968) e gli umani che sono sopravvissuti sul nostra pianeta tentano di cavarsela come possono, districandosi quotidianamente tra scorie radioattive, polveri tossiche e chilometri di “palta” (definizione di palta: immondizia, pantano dato dall'abbandono delle cose che paiono moltiplicarsi quando nessuno le osserva) che avanza. Gli umani non colpiti da residui radioattivi sono emigrati in altre aree dell'universo, prontamente colonizzate e “civilizzate” ma che tuttavia non riescono a sopperire al senso di morte incombente che attanaglia anche l'aria. Contro la solitudine e il senso di vuoto opprimente sono stati creati gli androidi, surrogati elettrici al servizio del genere umano.

Come ogni riflessione sul rapporto uomo macchina che si rispetti, anche questa di Dick non poteva esimersi dall'affrontare il problema della ribellione dello schiavo nei confronti del padrone. E se lo schiavo si ribella, c'è un cacciatore di taglie pronto a eliminarlo o, meglio, “ritirarlo”. Il bene e il male hanno contorni non ben decifrabili. E quando il male non è conveniente, lo si spaccia per un surrogato del bene. La “questione morale”, del resto, è solo una tematiche scomode che questo libro affronta, tra cui non mancano: la fondatezza e la necessità di una dottrina, il già citato rapporto uomo-macchina, le conseguenze di un conflitto, la colonizzazione spaziale, il problema ambientalista, la finitezza umana, il tema del doppio, il dualismo vero-falso e infine la disgregazione della metropoli. In pratica la “Storia Universale del Mondo” in poco più di duecento pagine.

Per rispondere alla domanda del titolo dico che no, gli androidi sognano pecore vere.

Voto: 8/9

Scritto da Philip K. Dick, edito da Fanucci Editore, 2010, 264 pagine

 

Articoli correlati:

I Migliori Libri di Fantascienza

Cyberpunk: Libri e Film

Libri da leggere assolutamente se sei un Keeg

I Robot nei film