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Limonata e altri racconti (Raymond Carver)

limonata e altri raccontiPer chi ancora si ostini a vedere il racconto come un periodo di apprendistato verso la ben più grandiosa Letteratura, io rispondo con il nome di Raymond Carver; non solo per la sua lucida e, a tratti, devastante visione dell’amore e della società americana, ma anche per l’onestà di una scrittura realistica e disincantata.

«La prosa deve reggersi in equilibrio, ben eretta da capo a pié, come un muro decorato fin giù alla base, la prosa è architettura». Amen. Io di architettura ne so quanto di meccanica quantistica. Quello che posso dire è che un racconto ben strutturato è, naturalmente, un edificio ben costruito, mattone dopo mattone (o cemento su cemento, dipende dall’edificio). Diciamo allora che le costruzioni di Carver sono “antisismiche”. Non è un caso che un regista come Robert Altman abbia tratto libera ispirazione da questi racconti (e altri) per la sceneggiatura di America Oggi.

Questa raccolta di racconti si compone di quattro “piani”, per rimanere in tema edile: si parte da “Vuoi star zitta, per favore?” (impareggiabile), per proseguire senza sosta attraverso “Jerry, Molly e Sam” (il più divertente, a mio parere) e “Creditori” (si può dire realimo - surrealista?), fino al racconto più difficile e anche più drammatico “Limonata”. Un’ascesa verso la morte. Noiose coppie borghesi in perenne crisi coniugale; egocentrici mariti che si credono Big Jim; venditori di aspirapolvere a domicilio; cani abbandonati; bambini investiti; bambini annegati; donne suicide; tradimenti come se piovesse: Raymond Carver non risparmia nessuno. Tutti sembrano affetti da un’annunciata pandemia di deficienza acuta, come se scoprissero che la fine del mondo sarà da lì a un giorno e dovessero compiere l’estremo gesto della loro vita tra la colazione e la cena.

C’è come un senso perenne di morte incombente e di catastrofe annunciata nei racconti di Carver; una catastrofe che si avvicina lentamente ma che non arriva mai, così da lasciare i personaggi (e il lettore) in attesa di qualcosa; bloccati in un eterno girare a vuoto su se stessi e sui loro meccanismi morbosi, putrescenti. L’isteria manifesta si riflette in diversi oggetti quotidiani che popolano la scrittura: frigoriferi, tovaglie, tavoli, banconi, divani, vasche da bagno si trasformano in mostri dei nostri giorni (racchiudono un sentore di dipartita, come se acquistare il frigorifero attesti di per sé una volontà di testamento).

Una mandria di maiali ciechi: così ci vede Carver: incapaci di cogliere i segnali che preannunciano la fine e, per questo, fautori della nostra stessa discesa verso l’inevitabile. “… Tra i fumi dell’alcol, si chiese se c’erano altri uomini in grado di esaminare un avvenimento isolato della loro vita e cogliere in esso i minuscoli segnali della catastrofe che da quel momento in poi aveva cambiato il corso della loro vita. Rimase ancora qualche secondo lì impalato, poi abbassò lo sguardo: si era pisciato sulle dita ”(da Vuoi star zitta, per favore?).

Il senso di una poetica, racchiuso in un semplice gesto quotidiano: la pipì. L’uomo è a un passo dal porsi questioni imprescindibili quando… quando… ecco che si piscia sulle mani e addio filosofia. Sono ben contenta di essere nata donna, in questo caso. Rincoglionita sì, ma con le mani asciutte.

Consigliato: a chi piscia seduto e ai catastrofisti per nascita.

Voto: 8/9

Info libro:

Scritto da Raymond Carver Edito da Il Sole 24 Ore, 2011, 76 pagine