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La vita oscena (A. Nove)

la vita oscena

Quando la morte uccide i vivi più dei morti. Quando si vive un altro giorno per aspettare di morire.

Quando morire è la sola cosa che ti fa rimanere in vita.

Quando il nulla si trasforma nel tuo tutto, “perché la morte è quando tutto resta fermo”. Quando il fuoco del dolore brucia troppo in fretta e troppo a lungo. Quando la normalità coincide con l’oscenità provocata. Quando sentirsi un oggetto è l’unica maniera di non provare dolore, perché gli oggetti, le cose, non provano dolore. Quando la dimensione dell’osceno assurge a liturgia. A poesia. Quando ogni cosa è al suo posto ma tutto è fuori misura. Quando la risurrezione passa per l’inferno, perché “oltre il fuoco c’è un’altra luce”. Un inferno in terra, privo di ogni connessione con il divino. Quando un uomo racconta la sua vita e sembra che racconti una vita inventata, tanto la sua è stata vicino alla morte. Quando leggendo questa vita, tu, lettore, ti senti misero. Ma anche fortunato. Quando capisci che un uomo che per anni è stato privato della condizione di umanità, riesce a portarsi addosso una forza vitale che ha del sovrumano.

Quando le parole, in un romanzo, non raccontano, sono quel romanzo, sono quella vita che si denuncia senza pudore ma con dignità e riverenza uniche. Quando il racconto non descrive: è. Quando il limite tra ciò che va raccontato e ciò che non si racconta va a puttane. Quando non c’è nessuno a narrare una favola; ci sono parole, come fantasmi di morti annunciate che non sembrano avere più un legame con il terreno; mentre la scrittura si fa materia pura. La scrittura di questo libro è fatta di sangue, pelle, ossa, sperma, pancia, pene, culo, testa, naso, bocca, unghie, occhi, orecchie, mani, piscia, lingua. Ed è scritta come se Aldo Nove fosse in preda a un brutto viaggio psichedelico. Un viaggio molto lucido, nel suo caos divino. Ricordare i dettagli di tanti frammenti passati, doloranti, richiede una forza che prima di essere letteraria è umana. Quando versi poetici e racconto, in una stessa pagina, si cercano e funzionano.

Una scrittura piena di suoni, sincopata, musicale e piena di buchi, nel senso di spazi, come se chi scrivesse avesse bisogno di fare un respiro, tra una frase e l’altra. O forse solo di silenzio. E con lui il lettore. Per una vita cui seguivano momenti di non-vita, alle parole seguono momenti di non-parole. Quando la scrittura ha bisogno del suo spazio per essere tale. Non deve essere la pagina a costringerla in una dimensione, sembra dire Nove, è la pagina che ha confini a non potersi muovere. La scrittura fa quello che vuole.

Quando i capitoli di una vita sono segnati da numeri, non da titoli. Non esistono nascita, infanzia, adolescenza, c’è solo un “prima” e un “dopo”. Dopo il “dopo” la normaità è una condizione aliena. Quando i capitoli di una vita sono segnati dai numeri “Uno”, “Due”, “Tre” ecc. Riuscirli ancora a contare, significa essere rimasti vivi. Quando raccontare questa storia era, per qualcuno, inevitabile. Quando questo libro non può essere raccontato, né spiegato, tantomeno recensito. Va solo letto.

“Le storie vengono da un luogo lontano dove siamo già stati”.

Leggendo questo romanzo, viene da chiedersi se non siamo già morti e risorti, e quella che stiamo vivendo non sia in realtà il racconto di quella resurrezione.

Voto: 8/9

Info libro:

Edito da Einaudi (Stile Libero) 2010, 116 pagine