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La strada che va in città (N. Ginzburg)

la strada che va in città ilsole24ore Lungo la strada che va in città può succedere di innamorarsi dell’uomo giusto ma di non poterlo amare perché si è rimaste incinta dell’uomo sbagliato, che però è il figlio del dottore del paese e quindi può assicurare a tuo figlio l’avvenire che si merita. Detta così sembra una storia trita e ritrita, se non fosse che la prerogativa di un romanzo non è solo quella di narrare una storia ma la maniera in cui riesce a narrarla. D’accordo, questo non sarà proprio un romanzo, essendo di appena un’ottantina di pagine (anche se il confine tra racconto lungo e romanzo breve è discutibile), ma lo è quasi. Del resto, il critico letterario Pietro Citati l’ha descritta così: "La Ginzburg parte dal trito, dal logoro della vita quotidiana e vi costruisce sopra una stilizzata ed ironica favola”. Niente di più azzeccato, riportato a questo libro.

La favola in questione è la favola (o la tragedia, dipende dai punti di vista) di un amore mancato, calato in un tempo in cui i matrimoni si decidevano ancora a tavolino; in un’Italia in cui andare dalla sarta a far confezionare il vestito della stagione era il massimo dell’aspirazione sociale per il gentil sesso. Sullo sfondo di questa favola emergono diverse tematiche sociologiche, come le diverse difficoltà quotidiane delle famiglie contadine o il progressivo imborghesimento del proletariato che dalla campagna si sposta in città. In questo caso è evidente che la città in questione sia Torino, con continui riferimenti alla “fabbrica” e alle spiacevoli conseguenze cui può condurre (alcolismo? depressione?).

I personaggi hanno una vitalità, una realisticità che ti sembra di averli incontrati, magari in un tempo passato. La verosimiglianza dei dialoghi e delle situazioni permette al lettore di calarsi alla perfezione nel racconto e di cogliere le sensazioni che escono dalle parole senza che queste vengano descritte in alcun modo. Per intenderci, quando la protagonista, Delia, scopre di essere in cinta, la sua preoccupazione non è immediatamente percepibile, nella misura in cui la Ginzburg si trattiene dal soffermarsi sulla sua preoccupazione. Lascia che questa evapori piano piano dai gesti, anche quotidiani, che Delia non compie più, come pettinarsi o andare in città, perché completamente atterrita e inerte. Ci sono scrittori che tendono a “imboccare” il lettore come fosse un lattante in erbe che deve essere costantemente rassicurato e informato di tutto e su tutto: in pratica un’idiota. E poi ci sono scrittori, come la Ginzburg, che evidentemente si rendono conto (per fortuna) che chi legge ha un cervello e che (per fortuna) sa usarlo.

A leggere Natalia Ginzburg si ha come l’impressione di correre su un treno in corsa. Tutto scorre veloce e inarrestabile, quasi fosse impossibile per lei soffermarsi sulle parole o fare una pausa. Una velocità che si traduce in scorrevolezza e sapiente dono della sintesi. Contano le azioni, non le parole che colorano quelle azioni. Io sono con la Ginzburg: in favore di una scrittura dei fatti e per i fatti, non per leziosi giochi retorici. Brava Natalia.

Consigliato: a chi vede sempre il bicchiere mezzo pieno, e non prevede una gravidanza per i prossimi sei mesi.

Voto: 7,5

Edito da Il Sole 24 Ore 2011, 79 pagine