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La campana di vetro (Sylvia Plath)

  • Scritto da Giulia Zanfi

“E se il Giovane Holden fosse stato una ragazza? Forse avrebbe avuto il nome di Sylvia Plath”. Cazzate. Il Giovane Holden è il Giovane Holden e Sylvia Plath è Sylvia Plath. Punto. Non mischiamo le due cose. Perché non sempre i paragoni aiutano a identificare, molto spesso confondono solamente. Come in questo caso. Questo è un romanzo (l’unico della Plath) a sé stante che non ha nulla a che vedere con Salinger o compagnia bella. La Plath ha racchiuso in queste sue pagine un groviglio di sentimenti che appartiene unicamente alla sua persona. Ha vomitato in forma romanzesca gli ultimi anni della sua tormentata vita e da questo rigurgito ne è uscito un capolavoro letterario senza pari.

Che Esther sia l’alterego letterario dell’autrice non vi è alcun dubbio. È lei. La diciannovenne di provincia che vince un soggiorno offerto da una rivista di moda è palesemente la Plath che entra allo Smith College con una borsa di studio nel 1950. La metamorfosi di Esther Greenwood da brillante studentessa a pazza visionaria non è quindi che il riflesso di quella di Sylvia Plath che, nell’estate del 1953, tenta il suicidio per la prima volta e viene ricoverata in un ospedale psichiatrico dove le viene diagnosticato un disturbo bipolare e dove sarà sottoposta a una serie di sedute di elettroshock. Tutto vero.

Esther/Sylvia combatte contro una società a cui sente di non appartenere. Il suo malessere, il suo tormento nascono dalla consapevolezza di non riuscire ad amalgamarsi con la realtà che la circonda e di ritrovarsi come un topo in gabbia all’interno di una campana di vetro che le toglie il respiro ogni giorno che passa. Una lenta agonia che non trova altra soluzione che nel suicidio. L’unica forma di salvezza capace di liberarla da questo macigno che la schiaccia. Nessun’altra alternativa. Un epilogo triste e crudele che trova però in questo ultimo e disperato gesto un senso definitivo all’esistenza stessa dell’autrice. Un finale che non si poteva cambiare in quanto già scritto nella sua vita. Un addio liberatorio che vede la Plath mettere la testa nel forno dopo aver preparato la colazione ai propri figli e aver composto la sua ultima poesia, “Orlo”.

Un romanzo spietato. Una storia senza filtri che fa male. Si piange con la Plath come ad un funerale e insieme a lei si scopre l’atrocità del mondo e del genere umano. Crudele quanto basta.

Consigliata la lettura della biografia di Sylvia Plath.

“Capii allora che il mio corpo conosceva un’infinità di trucchetti, tipo togliere la forza alle mie mani nel momento cruciale, che gli avrebbe salvato ogni volta la vita, mentre, se fosse dipeso solo da me, in un attimo l’avrei fatta finita. Dunque dovevo tendergli un’imboscata con quel po’ di intelligenza che mi rimaneva, altrimenti quello mi avrebbe tenuta intrappolata nella sua stupida gabbia per altri cinquant’anni di ebetudine”

VOTO: 9

 

Info libro:

Scritto da Sylvia Plath, Edito da Mondadori, 2005, 238 pagine

 

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