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Ho Freddo (G. Manfredi)

Lo spettacolare romanzo del sempre più versatile Gianfranco Manfredi, fra Storia, Leggenda e Narrativa “vampiresca”.

 

Nel 1796 si verificarono nel Rhode Island i primi casi di vampirismo documentati. Basta solo questa frase per scatenare la curiosità del lettore. Anche (e soprattutto) perchè in questa frase non c’è niente di falso, ma tutto storicamente comprovato. A cosa si riferiscono le autorità dell’epoca quando parlano di “vampirismo”? Si riferiscono ad una malattia enigmaticamente chiamata “consunzione”, che falcidiò famiglie di coloni in quegli anni. La consuzione non è altro che una forma violenta di tubercolosi (o tisi), per fortuna sconfitta nella nostra epoca. Ma quindi cosa c’entrano i vampiri? Con quale arcano intreccio narrativo l’autore ha unito questi due mondi così diversi? Gianfranco Manfredi non è un autore nuovo nel mescolare elementi storici con elementi di fantasia, le sue narrazioni hanno sempre più i connotati di indagine vera e propria più che di riproposizione storica romanzata. Nei suoi apprezzatissimi fumetti pubblicati dalla Sergio Bonelli Editore, Magico Vento e Volto Nascosto, Manfredi ha narrato della conquista del west da parte dell’uomo bianco a scapito del popolo indiano (MV) e della Campagna d’Africa orientale affrontata dall’Italia in Etiopia (VN). Entrambi i fumetti sono quindi ambientati sul finire dell’800. Ma Manfredi ha ammesso in una intervista di essere interessato anche ad un altro periodo storico, ovvero la fine del 700. E qui entrano in scena le varie epidemie di vampirismo di quegli anni.

Il romanzo narra di due giovani dottori francesi, fratelli gemelli, Aline e Valcour de Valmont, riparatisi in Inghilterra mentre la Rivoluzione francese stava prendendo terribilmente forma, e poi emigrati nel Nuovo Mondo, precisamente a Cumberland, nel New England, dopo la tragica morte dei genitori, anch’essi medici. Come ogni personaggio che si rispetti, anche questi due stravaganti francesi hanno i loro scheletri nell’armadio. Infatti la madre morì proprio di consunzione e il padre si suicidiò per non essere riuscito a guarire sua moglie. Le colpe dei genitori cadono sui figli recita un detto, una regola spesso tristemente vero. Proprio a Cumberland si verifica il primo caso di consunzione di quegli anni, vittima una ragazza di nome Abigail Staples, personaggio realmente esistito (così come tutta la sua famiglia). Nel breve paragrafetto che introduce il primo capitolo si può leggere un documento ufficiale dell’amministrazione comunale di Cumberland: in questo documento si autorizza il disseppellimento del corpo di Abigail Staples da parte del padre Stephen per non precisati “esperimenti” che recherebbero vantaggio alla sorella di Abigail, Livina. E’ un documento realmente esistente, che si può consultare negli archivi storici della cittadina (come Manfredi ha fatto nel suo viaggio nel Rhode Island prima di scrivere questo libro). Valcour De Valmont, il giovane medico appena strasferitosi con sua sorella gemella Aline a Cumberland, diventerà un uomo chiave di questo triste fatto di cronaca, dapprima curando personalmente la povera Abigail, senza riuscire a salvarla (un insuccesso che gli evocherà nella memoria la tragica vicenda di suo padre), poi cercando di curare con metodi meno ortodossi anche la sorella di Abigail, Livina, che dopo la morte della sorella, sembra aver contratto lo stesso male, la consunzione. Ma nella vicenda c’è ben altro: Livina afferma che Abigail le è venuta a fare visita più d’una volta dopo la sua morte, rubandole poco a poco “il respiro” (il soffio vitale). Naturalmente la sua famiglia la prende per pazza, una pazzia dovuta alla sua malattia, e non spifferano niente in giro per non dover sentirsi etichettati come una famiglia colpita da una maledizione, in un ambiente fortemente superstizioso come lo era l’America dei coloni di quegli anni. Ma il padre di Livina ne parla a Valcour, che studia con attenzione il caso, esaminando anche i precedenti casi di vampirismo avvenuti a Vienna anni fa. Una sola soluzione propone Valcour per fermare il male che lentamente sta uccidendo anche Livina: profanare le spoglie di Abigail, estirpare il cuore dalla salma e bruciarlo. Dinanzi a questa soluzione sua sorella Aline è contraria, e taccia suo fratello di pazzia, lo accusa d’essere uno stregone più che un medico. Proprio il personaggio di Aline de Valmont risulterà essere uno dei personaggi meglio riusciti del romanzo: perfetto contraltare alla stravaganza sia idealistica che comportamentale del fratello, Aline De Valmont diventerà un ingranaggio chiave dell’intricata vicenda.

Il libro è composto da quattro capitoli, dedicati a quattro momenti cardine del romanzo. Nel primo si affronta la storia degli Hermann, ovvero la famiglia che abitava la casa in cui poi sono andati a vivere i gemelli De Valmont (misteriosamente sterminata da un branco di lupi affetti da rabbia), e in seguito affronta le vicissitudini degli Staples e compare l’aitante pastore Jan Vos. Nel secondo (e più corposo) capitolo si narra delle vicissitudini dei Tillinghast. E’ il capitolo più importante, che affronta l’episodio storico più rilevante: l’epidemia di consunzione che falcidiò la famiglia di Stuckeley Tillinghast, uccidendo 6 dei suoi 14 figli. Storicamente provato è il sogno di Stuckeley di cui si narra nel libro: seguendo i richiami di sua figlia Sarah (la prima che morirà) Stuckeley si ritrova nel suo frutteto, per metà pieno di frutta marcia e puzzolente, a dispetto dell’altra metà, perfettamente conservata. E sta qui uno dei numerosissimi riferimenti religiosi di cui il libro di Manfredi abbonda (una particolarità ricorrente nei suoi romanzi): ovvero al sogno del faraone d’Egitto di cui parla Giuseppe nella Bibbia, quello delle sette vacche magre che mangiano sette vacche grasse, e delle sette spighe aride che sommergono quelle piene. Sette più sette: quattordici, come i figli di Stuckeley. Presto l’evolversi delle situazioni diventa più simile al film “L’Esorcista” di Friedkin che ad un romanzo scritto. La lunga malattia che conduce alla morte di Sarah Tillinghast è narrata con enfasi da narratore horror consumato, che sa dove pigiare per far colpo, senza per forza creare clamore o spaventare con colpi ad effetto. E’ questo uno dei tanti meriti di Manfredi: oltre alla perfetta architettura di personaggi e situazioni, Manfredi riesce a narrare tutto con una facilità superba, intimorendo il lettore più che spaventandolo, invogliandolo alla lettura, per cercare di capire cosa c’è di vero in tutto ciò. E’ disarmante la facilità con cui Manfredi comunica al lettore dell’omosessualità di Valcour, con quanta cura si dedica alla descrizione degli abiti dei protagonisti, uno dei tanti esempi di quella che si può definire una “comunicazione diretta” fra autore e lettore.

Una narrazione circolare la sua, che parte da un punto e arriva nello stesso medesimo punto dopo una complessa trama ricca di personaggi riuscitissimi, che vivono tutti di vita propria. Se i primi due capitoli sono dedicati alla storia con la “esse” maiuscola, nel terzo e quarto Manfredi strizza l’occhio a due grandi capolavori della letteratura mondiale (che cita nella nota finale): l’immancabile “Dracula” di Bram Stoker per il terzo (passando per Anne Rice) e “L’isola del Tesoro” di Robert Louis Stevenson per il quarto capitolo. Nel terzo capitolo si narra di un nodo lasciato in sospeso, ovvero quello dei genitori di Aline e Valcour De Valmont, la loro travagliata storia d’amore e il tragico e misterioso epilogo, sotto l’ombra di un “vampiro” potente e seduttore, mentre nel quarto si narra della trasferta dei due giovani francesi e del pastore Jan Vos sull’Isola di Block, famosa per la leggenda della Nave dei Palatini (altro avvenimento, naturalmente, storico), in cui i nostri si recano col lodevole intento di costruire un’ospedale. E’ proprio questo quarto capitolo a destare le maggiori perplessità nel corso della lettura: così avulso dal resto del romanzo, così distante sia nelle tematiche che nelle ambientazioni appena affronate per tutto il resto del libro. Ma Manfredi, abile narratore, ha in serbo un finale a sorpresa, e saprà collegare in modo alquanto inusuale (ma altrettanto perfetto) le vicende precedenti, chiudendo quel “cerchio” aperto nel primo capitolo. Guardate questo quadro qui sopra adesso. Di questo quadro Gianfranco Manfredi dice: “Il sottile brivido che si avverte nel guardare il quadro è dato dall’insieme, che sovrappone fervore religioso (la chiesa, la severità de costumi), e una rudezza inquietante (la fissità quasi ottusa dei personaggi, il forcone brandito).

Questa miscela tipicamente americana può venire definita gotica” (dal Blizzard Gazette di Magico Vento n. 104). Il quadro si chiama (infatti) “Gotico Americano“, realizzato dall’artista Grant Wood nel 1930, che nel dipingere questo quadro aveva delle intenzioni tutt’altro che ‘gotiche’. Diventerà col passare degli anni una sorta di manifesto con cui si identifica il movimento letterario del gotico americano, che ha avuto come suoi massimi esponenti i maestri Howard Philips Lovecraft e Edgar Allan Poe. Il gotico americano non è un genere facile da spiegare, tutt’altro che semplice da usare. Manfredi è riuscito nel suo intento, quello di fornire una lettura fresca e accattivante, che sotto una fitta pioggia di capitoli (alla fine se ne conteranno ben 92) trasporterà il lettore in quell’atmosfera gotica che pochi altri autori hanno saputo reinterpretare con così tanta abilità e devozione. Quel “sottile brivido” che provoca il quadro lo proverete leggendo anche questo libro.

Voto: 8

Info Libro:

Edito da Gargoyle Books, 2008

552 pagine