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Daniele Benati: "Opere Complete di Learco Pignagnoli"

  • Scritto da Giulia Zanfi

luca benati

luca benati - luca benati
Si dice che Learco Pignagnoli sia uno scrittore emiliano. Si dice che sia nato a Campogalliano ma anche a San Giovanni in Persiceto. Si dice che lavori presso la ditta Scoppiabigi e Figli. Si dice, ma non si sa. Per quanto mi riguarda: chi cazzo se ne frega. Ciò che è importante non è tanto l’esistenza o meno di questo illustre personaggio sconosciuto a mezzo mondo, ma quanto c’è scritto in questo suo libro.

Un volume dalla copertina nera che a vederlo così sembra quasi un libro di Chiesa. Per intenderci, una di quelle Bibbie in formato pseudo tascabile che si trovano nei cassetti dei comodini degli hotel, insieme alla caramella sul cuscino. Dunque tanti dubbi, ma un’unica certezza. Le “Opere complete di Learco Pignagnoli” sono la dimostrazione di come si possa far ridere la gente senza scrivere di un bel niente. D’altronde, è proprio lo stesso autore a rivelarcelo nella sua centonovantunesima opera: “In quest’opera non ci ho scritto un bel niente”. E noi (almeno io) lo amiamo per questo. Soprattutto per questo. Altro che Moravia e il suo mezzo chilo di carta che racconta delle sue innumerevoli esperienze sessuali in giro per il mondo (come scrive lo stesso Learco), ma un libro apparentemente anonimo che invece racconta tanto.

Un esempio di letteratura umoristica contemporanea che confessa esplicitamente i pensieri di ciascuno di noi. E’ proprio come se tutto ciò che pensiamo e che non diciamo, un po’ per educazione, un po’ per convenzione, ce lo ritrovassimo invece lì, proprio sotto ai nostri occhi. Stampato su carta. Alla portata di tutti. E allora se muore un qualche membro di una famiglia reale o qualche personaggio del jet set è giusto affermare senza vergogna che a noi ce ne scagazza. E che se il figlio del notaio diventa notaio, e quello del medico diventa medico e anche quello dell’avvocato poi intraprende la stessa strada, a noi ci vien da dire solo: ma andatevela a prendere nel culo. E se infine il medico ci dice che se mangiamo un’altra fetta di mortadella poi noi moriamo, sapete cosa si fa? Si mangia quest’ultima fetta di mortadella e ci si lecca anche i baffi. Perché di vita ce n’è una sola.

Quindi: ricapitolando. Un libro per diventare popolare si serve sempre di un critico letterario. Uno di quei personaggi che avvolge lo scrittore con la sua merda finché l’odore specifico di quell’autore non si sente più, ma si sente solo la merda che il critico gli ha versato sopra. La via più semplice per giungere al successo. Learco Pignagnoli non rientra in questo giro di merda. Il suo libro non odora di letame, ma profuma di mortazza. E tra la merda d’oro e la mortazza dei poveri, io voto la seconda!

[Per i curiosi]

Nessuno conosce la vera vita di Learco Pignanoli. Non si sa se è mai esistito, non si sa se è uno pseudonimo o uno pseudonimo collettivo con altri scrittori tra cui Paolo Nori e Ugo Cornia. Fino ad ora, le sue opere sono state pubblicate in parte sulla rivista “Il semplice” (Feltrinelli, 1995-97) o hanno circolato sotto forma di fotocopie tra gruppi di ammiratori. Sono stati organizzati diversi convegni su di lui, con letture pubbliche dei suoi testi. Si deve a Daniele Benati l’idea di raggruppare in un unico volume tutti i suoi testi.

Opera n. 51

Ci ho una morosa che a farle dire ti amo sembra di toglierle un dente.

Voto: 8

Info Libro: